Immagine stilizzata indicante il dialogo

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Sui negoziati Serbia-Kosovo si è verificata recentemente una vera e propria gara diplomatica tra Usa e Ue. L'opinione di Lulzim Peci dell'Istituto kosovaro per la ricerca politica e lo sviluppo e di Sonja Biserko, fondatrice e presidente del Comitato di Helsinki per i diritti umani in Serbia

08/07/2020 -  Paolo Bergamaschi

Il dialogo tra Belgrado e Pristina, finalizzato al raggiungimento di una normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo, è stato avviato nel 2011 con la mediazione dell’Unione europea. Nel corso degli anni i negoziati hanno subito alti e bassi. Dopo un lungo periodo di stallo, recentemente sia l’UE che gli Stati Uniti – nominando rispettivamente Miroslav Lajčák e Richard Grenell come inviati speciali – hanno intensificato gli sforzi per far ripartire il dialogo, procedendo però su due binari separati. Questa intuile gara diplomatica ha creato una certa confusione nella regione.

Abbiamo chiesto a due rappresentanti di spicco della società civile kosovara e serba cosa pensano dell’attuale situazione politica e come vedono il futuro del dialogo tra Kosovo e Serbia. Lulzim Peci è direttore dell’Istituto kosovaro per la ricerca politica e lo sviluppo (KIPRED). Sonja Biserko è fondatrice e presidente del Comitato di Helsinki per i diritti umani in Serbia.

L’inviato speciale dell’Ue per il dialogo tra Serbia e Kosovo Miroslav Lajčák spera che il dialogo possa riprendere entro la fine di luglio. Secondo voi, cos’è andato storto nel processo negoziale mediato dall’Ue e cosa dovrebbe essere cambiato nella struttura del dialogo al fine di raggiungere progressi concreti?

L.P: Prima di tutto, il dialogo di Bruxelles si è svolto all’insegna di un’“ambiguità strategica”, perché il Kosovo è stato trattato come un paese con uno “status neutro” e la Serbia come un paese vero e proprio che, a sua volta, considera il Kosovo come parte integrante del proprio territorio. Questo approccio, pur avendo portato a una certa distensione nei rapporti tra Serbia e Kosovo, si è rivelato un errore strategico in quanto non ha portato alla piena normalizzazione delle relazioni tra i due paesi. Al contrario, i rapporti tra Serbia e Kosovo sono rimasti tesi e ostili.

Secondo, le due parti hanno raggiunto oltre trenta accordi, ma Bruxelles non ha messo in atto alcun meccanismo di controllo per imporre l’applicazione degli accordi raggiunti, e questo, in sostanza, ha tolto la credibilità alla struttura del dialogo mediato dall’UE.

Il dialogo, che probabilmente sarà guidato dall’inviato speciale dell’UE Lajčák, dovrebbe abbandonare questa vana ambiguità strategica e focalizzarsi sull’esplicito riconoscimento [dell’indipendenza] del Kosovo da parte della Serbia che, a mio avviso, è una precondizione necessaria per raggiungere la piena normalizzazione delle relazioni tra Pristina e Belgrado.

S.B: Il dialogo ha preso una direzione sbagliata nel momento in cui l’ex Alto rappresentante dell’UE [per la politica estera] Federica Mogherini ha permesso che la forma del dialogo venisse cambiata, cioè che si discutesse di un accordo su una divisione [del Kosovo]. Il problema è che per Belgrado la divisione è sempre stata l’unica opzione e non c’è da stupirsi che Belgrado abbia fatto del proprio meglio per convincere Pristina a prenderne parte. Sarebbe interessante capire come gli albanesi, compreso Edi Rama, siano diventati partner di Belgrado in questa vicenda.

Nel 2011 l’Onu aveva affidato all’Ue il compito di guidare il dialogo tra Pristina e Belgrado, una decisione presa in accordo con gli Stati Uniti e con altri attori internazionali. Ora gli Stati Uniti stanno facendo a gara con l’Ue, facilitando un dialogo alternativo rispetto agli sforzi europei. Secondo voi, due dialoghi sono meglio di uno? Cosa pensate dell’iniziativa statunitense, che sembra essere legata più all’agenda elettorale domestica che ai veri bisogni di Serbia e Kosovo? Siete preoccupati per la possibilità che le azioni divergenti dell’Ue e degli Stati Uniti riguardanti il dialogo tra Belgrado e Pristina possano ripercuotersi sui paesi vicini, incidendo sulla già fragile stabilità dell’intera regione?

L.P: Non credo che il dialogo tra Kosovo e Serbia abbia alcuna importanza nell’agenda elettorale statunitense. D’altra parte, l'inviato speciale degli Stati Uniti Richard Grenell ha dichiarato che la sua mediazione è coordinata in collaborazione con i consiglieri tedeschi e francesi per la sicurezza nazionale e per l’inizio di luglio è previsto un nuovo incontro [tra i rappresentanti di Serbia e Kosovo] che dovrebbe essere ospitato a Parigi dal presidente francese Macron e dalla cancelliera tedesca Merkel.

È evidente che assistiamo a vari sforzi di mediazione paralleli, intrapresi contemporaneamente, ma personalmente, mi aspetto che nel corso di questo processo venga raggiunta una sinergia transatlantica, perché questa non è una questione di volontà, bensì una necessità [indispensabile] per garantire stabilità e sicurezza nei Balcani occidentali, che sono sfidate anche dalla Russia e dalla Cina.

S.B: Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno lavorato insieme nei Balcani fin dagli anni Novanta e questa alleanza ha avuto un peso nel dialogo con Belgrado. Purtroppo, l’amministrazione Trump ha cambiato il contesto non solo nei Balcani ma in tutto il mondo. La maggior parte degli esperti statunitensi di questioni balcaniche ha lasciato i propri incarichi oppure è stata marginalizzata. Quelli nuovi hanno poca o nessuna conoscenza della recente storia dei Balcani. I Balcani non sono rilevanti per le elezioni statunitensi, ma per qualche motivo ora [gli americani] stanno cercando di concludere un accordo che, come molti esperti hanno osservato, è già stato scritto. [L’iniziativa statunitense] può essere vista anche come un gesto finalizzato a inficiare la credibilità dell’Ue. Non credo che un dialogo che corre su due binari possa contribuire a raggiungere una soluzione, tenendo presente che l’Ue è contraria a una partizione [del Kosovo] mentre gli Stati Uniti ora stanno cercando di facilitare un accordo sulla partizione. Nel frattempo, anche la Russia si è fatta avanti lanciando diversi messaggi riguardanti il Kosovo.

Tutto sommato, sembra che i Balcani fungano da campo da gioco per certi attori internazionali. Dal momento che il Kosovo è un problema europeo, l’Ue dovrebbe essere il principale mediatore nel dialogo tra Belgrado e Pristina. Nel caso in cui dovesse vincere l’opzione statunitense (partizione), la stabilità della regione sarebbe messa seriamente a repentaglio e le rivendicazioni territoriali verrebbero rinvigorite.

Per quanto riguarda il dialogo finalizzato al raggiungimento di un accordo esaustivo e legalmente vincolante che comprenda il riconoscimento reciproco, pensate che l’idea di uno scambio di territori [tra Serbia e Kosovo] sia stata ormai accantonata oppure rappresenti ancora un’opzione valida per le due parti? Secondo voi, la creazione dell’Associazione delle municipalità serbe potrebbe contribuire a rafforzare la stabilità nella regione e a garantire il rispetto dei diritti della comunità serba del Kosovo?

L.P: Sono sicuro che durante il processo negoziale Vučić cercherà di aprire la questione dello scambio di territori, ma non credo che questa opzione goda di alcuna simpatia a Washington né tanto meno a Berlino e Parigi. Inoltre, il governo e i cittadini kosovari, compresi i serbi del Kosovo, sono fortemente contrari all’idea di uno scambio di territori. Pertanto, penso che le probabilità che questa opzione divenga l’esito del processo negoziale siano minime. Rafforzando i diritti collettivi dei serbi del Kosovo sarà rafforzata anche la democrazia multietnica del paese, a patto che questo processo non vada a detrimento della funzionalità del Kosovo come stato, perché questa è una precondizione fondamentale per aumentare la qualità della vita e la prosperità di ogni singolo cittadino e del popolo kosovaro.

S.B: L’opzione di uno scambio di territori è ancora sul tavolo. Finché la Serbia godrà dell’appoggio della Russia, l’idea di uno scambio di territori sarà un’opizione [valida] per Belgrado. Purtroppo, la Serbia, pur sostenendo retoricamente di voler aderire all’Ue, in pratica non fa niente per introdurre gli standard e le riforme dettate dalla Commissione europea. L’Associazione delle municipalità serbe in Kosovo è il vero motivo alla base dello stallo nel dialogo. Il problema riguarda l’interpretazione dello status dei serbi del Kosovo. Belgrado spinge per uno status simile a quello di cui gode la Republika Srpska, e questo significherebbe la creazione di un paese disfunzionale come la Bosnia Erzegovina. L’approccio frammentario degli attori internazionali, così come è stato praticato negli ultimi tre decenni, sempre finisce con l’assumere un atteggiamento di condiscendenza verso la Serbia, come il principale e più grande paese dei Balcani. Il Kosovo, come anche la Bosnia, dovrebbe essere visto da una prospettiva regionale, anche perché questo è l’unico modo per mantenere un equilibrio e contrastare le politiche etno-nazionaliste.

Nell’ambito del dialogo tra Pristina e Belgrado, avviato nel 2013, sono stati sottoscritti oltre trenta accordi. Tuttavia, molti di questi accordi non sono stati implementati, o sono stati implementati solo parzialmente dalle due parti. Pensate che l’Ue dovrebbe istituire un’autorità di controllo per monitorare l’applicazione degli accordi raggiunti?

L.P: Penso che l’istituzione di un meccanismo di controllo da parte dell’Ue e degli Stati Uniti debba essere parte integrante di un accordo completo tra Kosovo e Serbia e che debba diventare oggetto del capitolo 35 dell’acquis comunitario per quanto riguarda la Serbia, nonché parte del processo di adesione del Kosovo all’Ue.

S.B: In effetti, questi accordi sono importanti per entrambe le parti e si dovrebbe procedere alla loro implementazione. Il dialogo dovrebbe proseguire nell’ambito dell’Accordo di Bruxelles. L’Ue dovrebbe impegnarsi di più nel monitorare l’implementazione di questi accordi, che possono cambiare la realtà del Kosovo. Tuttavia, il riconoscimento del Kosovo è un imperativo. Il consolidamento della frontiera [tra Serbia e Kosovo] rappresenterebbe un importante passo in avanti perché ostacolerebbe la costante omogeneizzazione a cui si assiste in entrambi i paesi e aprirebbe lo spazio per altre questioni esistenziali.

Il Parlamento europeo può in qualche modo contribuire a far ripartire il dialogo tra Belgrado e Pristina, ad esempio creando un forum di organizzazioni della società civile kosovara e serba che accompagnerebbe e procederebbe in parallelo con i negoziati ufficiali? Come preparare le opinioni pubbliche [serba e kosovara] affinché accettino un accordo completo tra i due paesi, che comunque sarà frutto di un compromesso?

L.P: Il Parlamento europeo può giocare un triplice ruolo nel dialogo tra Kosovo e Serbia. Primo, sarebbe molto utile, al fine di aumentare la trasparenza e la responsabilità della Commissione europea, che la Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo istituisse un gruppo di lavoro a sostegno del dialogo tra Kosovo e Serbia che avrebbe il compito di sorvegliare i negoziati tra i due paesi. Secondo, la Commissione del parlamento europeo potrebbe coinvolgere i parlamentari kosovari e serbi nel dialogo volto alla normalizzazione delle relazioni e allo sviluppo della collaborazione tra i parlamenti dei due paesi. Terzo, l’agevolazione del dialogo tra le organizzazioni della società civile e i media serbi e kosovari può contribuire a creare un ambiente tollerante in cui le opinioni pubbliche dei due paesi possano accettare un eventuale accordo.

S.B: L’Ue dovrebbe collaborare di più con la società civile, soprattutto con quella parte della società civile che sostiene valori liberali e la sovranità del Kosovo. Dovrebbe esserci una maggiore comunicazione tra le due parti a vari livelli: civico, accademico, mediatico, culturale. Per rendere la società pronta per una normalizzazione delle relazioni e per una futura collaborazione.


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