Branko Čečen, direttore di CINS (foto © Vladimir Miloradović)

Branko Čečen, direttore di CINS (foto © Vladimir Miloradović)

Un commento del direttore del Centro del giornalismo investigativo della Serbia dopo che nei giorni scorsi il governo serbo ha introdotto un provvedimento che limita la libera informazione durante lo stato di emergenza. Provvedimento che poi la premier serba ha dichiarato ritirerà

03/04/2020 -  Branko Čečen Belgrado

(Originariamente pubblicato sul portale del CINS , 1 aprile 2020)

Lo scorso 28 marzo il governo serbo ha approvato la Nota n.1295 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 31 marzo 2020) che prevede che i comuni e le città, nonché le strutture sanitarie, non possano divulgare informazioni sull’epidemia, riservando tale facoltà all’Unità di crisi per il contenimento della diffusione della malattia infettiva COVID-19. Vi è però un altro punto della Nota a cui bisogna prestare attenzione: “Le notizie sulle misure sanitarie intraprese e altre informazioni riguardanti il contrasto della malattia COVID-19 […] fornite al pubblico da parte di soggetti non autorizzati non possono considerarsi vere né provate, ferma restando la possibilità di applicare disposizioni relative alla responsabilità e alle conseguenze legali della diffusione di informazioni false durante lo stato di emergenza”.

In parole povere, chi pubblica un’informazione che non è stata resa nota dall’Unità di crisi rischia di essere sanzionato, nella peggiore delle ipotesi con una pena fino a 5 anni di reclusione.

È una minaccia molto seria. Nemmeno ai criminali piace l’idea di poter finire dietro le sbarre, anche solo per cinque minuti, figuriamoci alle persone che svolgono il loro lavoro rispettando le leggi e la costituzione. Negli ultimi anni la Serbia, sotto la guida del Partito progressista serbo (SNS), ha sperimentato una radicale degenerazione del già debole sistema dell’informazione, ma era ancora lontana dalla censura.

La censura esiste laddove un’istituzione statale decide cosa si può pubblicare e cosa no. E oggi in Serbia esiste la censura.

Come abbiamo riportato in un articolo pubblicato martedì 31 marzo, alcuni giuristi specializzati nel campo dei media e della tutela della libertà di espressione affermano che la Nota del 28 marzo scorso non ha forza di legge. Esiste infatti una differenza tra nota, regolamento e legge. La Nota n. 1295 – aggiungono gli esperti – non è conforme né alla costituzione né alle leggi che regolano il settore dei media, in primis la Legge sul libero accesso alle informazioni di pubblico interesse e sulla protezione dei dati personali.

Tenendo conto delle osservazioni dei giuristi, viene da chiedersi se noi, giornalisti che cerchiamo di informare i cittadini in modo responsabile e professionale, finiremo per essere arrestati e condannati a pene detentive per aver svolto il nostro lavoro. Per ora non possiamo saperlo. A giudicare da alcuni recenti casi legati all’epidemia, le istituzioni statali e gli organi giudiziari non si sentono troppo vincolati dalle leggi.

In fin dei conti, è una lotteria in cui ognuno di noi dovrà prendere le proprie decisioni, decidere per se stesso.

Ma se tutti i giornalisti in Serbia dovessero decidere di rispettare quanto previsto da quella nota, cosa significherebbe tale decisione per i cittadini serbi?

- non saprebbero nulla sull’epidemia, tranne quello che dicono le persone che ultimamente hanno rilasciato affermazioni diametralmente opposte, spesso dannose e indubbiamente irresponsabili, motivo per cui saranno costrette a riconquistare la fiducia di molti cittadini.

- non saprebbero nulla su di un messaggio sms dal tono minaccioso che l’Unità di crisi ha recentemente inviato a tutti i clienti dell’operatore di telefonia mobile Telekom (l’Unità di crisi in un primo momento non ha voluto commentare la vicenda, mentre Telekom ha confermato che il messaggio è stato inviato dall’Unità di crisi); né saprebbero nulla sul numero di respiratori [presenti in Serbia] che prima era “un segreto”, poi non lo era più, poi di nuovo sì, poi…

- anche quando l’Unità di crisi non filtra le informazioni, la procedura di “verifica” ci costringe a posticipare la loro pubblicazione, e questo ritardo potrebbe costare la vita a qualcuno.

- non saprebbero di quanti test per la diagnosi del coronavirus disponiamo, di quali test si tratta, se vengono eseguiti…

- non saprebbero quanti operatori sanitari contagiati ci sono – e operatori sanitari erano già pochi ve ne erano prima dell’epidemia – né quali dispositivi di protezione hanno utilizzato e continuano a utilizzare.

- non saprebbero come funziona il sistema di diagnosi e trattamento di pazienti affetti da coronavirus – le cui storie stanno pian piano emergendo, storie pesanti che parlano dei destini difficili dei contagiati e delle loro famiglie – perché le storie di pazienti curati in modo veloce e professionale sono poche, mentre quelle di chi è caduto in un “buco nero” o di chi è stato sottoposto a una valutazione di triage basata su criteri discriminatori corrono sui social network veloci come il vento.

- non otterrebbero alcuna risposta alla domanda: “Cosa succederà ai miei figli se io dovessi essere portato a Sajam?” [Fiera di Belgrado, dove sono stati allestiti nuovi posti letto per il trattamento di pazienti meno gravi, ndt], nemmeno una risposta del tipo: “Non ci abbiamo pensato, la gente se la caverà”.

- non saprebbero nulla del percorso compiuto dalle mascherine dal momento dell’acquisto fino a giungere ai cittadini, dei loro prezzi, origine e qualità; delle scorte di alcol etilico disponibili, etc.

- non conoscerebbero i motivi alla base di alcune decisioni del governo, come quella di introdurre il divieto di portare a passeggio il cane durante il coprifuoco.

- infine, non saprebbero nemmeno che il governo ha approvato quella nota, perché nessuno dell’Unità di crisi ce ne ha informato, come se si trattasse di una nota riguardante l’acquisto di prodotti igienici destinati alla stessa Unità di crisi.

Noi, esseri umani siamo pur sempre animali, ci piace stare in cima al monte per poter scorgere i carnivori avvicinarsi di nascosto. L’essere informati tranquillizza i cittadini e fa sì che si sentano più preparati ad affrontare le sfide, qualunque esse siano. Quindi, l’obiettivo dell’Unità di crisi dovrebbe essere quello di informare i cittadini in modo dettagliato e sistematico. Anche se le informazioni, ad esempio quelle sull’aumento del numero di contagi da coronavirus, dovessero risultare sconcertanti e difficili da accettare, non c’è nulla di peggio del tirare a indovinare in modo paranoico chiusi in casa in una città deserta. Del resto, è una condizione che fa male alla salute. E la censura? La censura genera disinformazione, paranoia e panico, e non farà altro che rafforzare la sfiducia nei politici che, nell’arco di poche settimane, hanno pronunciato una serie di affermazioni contrapposte che riguardano le nostre vite.

I cittadini serbi non sono immaturi né inclini al panico. In realtà, è proprio nelle crisi esistenziali come questa che riusciamo a far emergere il meglio di noi. Basti ricordare le alluvioni [del 2014] e le migliaia di persone impegnate a costruire le barriere lungo gli argini dei fiumi e a fornire aiuto a tutti quelli che ne avevano bisogno. Nove cittadini serbi su dieci rispettano tutte le misure di protezione dal contagio di coronavirus. Non scenderemo in strada per gridare né ci butteremo dal ponte se dovessimo scoprire di avvicinarci allo “scenario italiano”, per ora i numeri che ci sono stati forniti suggeriscono che siamo lontani da quell’ipotesi. Non ci metteremo a correre all’impazzata verso il confine più vicino. Lasciateci capire cosa sta accadendo. Lasciate partecipare i giornalisti. Senza di noi non si risolverà questa crisi. Complimentatevi con quei nove decimi della popolazione che rispettano le misure, incoraggiateci a continuare, fatelo almeno una volta, anche sforzandovi. Non dovete complimentarvi con i giornalisti che rischiano la propria vita e quella dei loro cari lavorando come se la situazione fosse normale. Anche se in altri paesi lo hanno fatto quasi tutti i leader politici.

Lasciate che i giornalisti facciano il loro lavoro. È nell’interesse di tutti. Metteremo in luce problemi che devono essere risolti, e qualcuno dovrebbe ringraziarci per questo, invece di arrestarci. Quando tutto questo sarà finito, la Serbia si troverà in una situazione molto difficile, esattamente come il resto del mondo. Dalle decisioni che state prendendo ora, cari membri del governo serbo, dipenderà come la società affronterà quella che sarà una grande crisi post-epidemia. Una società sconvolta, paralizzata da dissidi interni, impoverita e non libera ha ben poche possibilità di riprendersi. La Serbia non è la Cina. Lo dice la costituzione.

Anche se state nascondendo qualcosa di molto imbarazzante, se siete convinti di dover continuare a nasconderlo, perché la verità potrebbe danneggiarvi politicamente, dovete rendervi conto che, se questo paese dovesse sprofondare nell’abisso, non avrete più nulla da governare. O almeno il potere non vi darà più alcun piacere.


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