Stevan Dojčinovič, Branko Čečen, Slobodan Georgijev

Stevan Dojčinovič, Branko Čečen, Slobodan Georgijev

Branko Čečen, direttore del Centro per il giornalismo investigativo della Serbia (CINS), ribatte con questo duro editoriale alle accuse che Informer, noto tabloid serbo, continuamente rivolge al suo centro e agli altri centri di giornalismo investigativo

17/11/2015 -  Branko Čečen Belgrado

(Originariamente pubblicato dal portale Cenzolovka , il 6 novembre 2015. Titolo originale: Ne odgovaram na pitanja radnika „Informera“. Samo novinara )

Dopo che sulle pagine di Informer è stato annunciato che da lunedì 9 novembre inizieranno a pubblicare un feuilleton dedicato al finanziamento di BIRN (Balkan Investigative Reporting Network), KRIK (Rete per le investigazioni sulla criminalità e corruzione) e CINS (Centro per il giornalismo investigativo della Serbia), il tutto accompagnato dalle fotografie dei rappresentanti di queste organizzazioni (Slobodan Georgijev, Stevan Dojčinovič e il sottoscritto), ho ricevuto i seguenti sms da un’impiegata del suddetto tabloid:

“Stimato, gradirei un suo commento a proposito del dibattito tenutosi ieri a Bruxelles (il riferimento è alla conferenza Speak Up! 3 del 4 novembre scorso): perché ritiene che quanto annunciato dal nostro giornale sia ‘una gogna e un invito al linciaggio’? Non pensa che il meccanismo di finanziamento di qualsiasi organizzazione, sia che si tratti di Informer, CINS, BIRN o KRIK, sia un valido tema giornalistico? La ringrazio anticipatamente”.

“Stimato, posso aspettarmi di ricevere una sua risposta: considera l’annuncio di Informer come una gogna nei suoi confronti e perché?”

A mandarmi questi messaggi è stata la stessa impiegata di Informer che già qualche tempo prima, a seguito delle rivelazioni fatte da BIRN sul contenuto dell’accordo di partnership strategica tra la compagnia aerea di bandiera serba e  Etihad Airways, aveva ritenuto appropriato pormi delle domande via sms. In quell’occasione le avevo spiegato quello che spiego ai nostri giovani giornalisti e studenti di giornalismo, ma anche a quelli di tutta la regione, e oltre i confini balcanici: a prescindere da quale sia la prassi comune, le interviste non vanno fatte via sms, bensì di persona, salvo in circostanze eccezionali. Perciò l’ho invitata a venire a trovarci nel Centro per il giornalismo investigativo, dimostrando di essere disponibile a rispondere a tutte le sue domande.

Dopo una conversazione durata mezz’ora, nel corso della quale le ho spiegato dettagliatamente come ci finanziamo - che disponiamo di poche risorse, la cui gestione è rigorosamente controllata, e che non possiamo permetterci di assumere nessuno, in che modo funzionano i concorsi indetti da vari donatori, a cui del resto partecipa regolarmente, e con successo, anche la radiotelevisione pubblica – l’interessata ha deciso di pubblicare la versione che andava a sostegno della tesi propagata dal suo giornale, cioè che siamo mercenari che ricevono dall’estero ingenti somme di denaro per operare contro il proprio governo, trascurando tutti i fatti rilevanti e quasi tutte le informazioni che le ho fornito.

In più, l’articolo era accompagnato da una mia fotografia, decisamente la peggiore mai scattata, che mi ha colto in un’espressione ridicola, di cui non sapevo nemmeno di essere capace. Dunque, la collega in questione e la sua redazione hanno meticolosamente ignorato i più elementari principi della deontologia professionale, abusando della mia collaborazione.

La notizia che si è successivamente potuta leggere su Informer a proposito di CINS proveniva ancora una volta da “fonti vicine al governo”, secondo le quali in un albergo sul Lago di Bor CINS e BIRN avrebbero affittato una camera adiacente a quella riservata al premier, che proprio per questo è stato costretto a rinunciare a quei due giorni di vacanza già previsti. L’articolo, già nel titolo, ci bollava come “spie” ed era di nuovo accompagnato dalle nostre fotografie.

Tutta questa storia del nostro voler spiare il premier è ovviamente una menzogna. Sarebbe davvero tremendo se qualcuno potesse per primo venire a conoscenza del numero della stanza del premier e poi affittarne, senza alcun problema, una adiacente. In tal caso, sarebbe da preoccuparsi per la sua sicurezza. Può darsi che io non sia d’accordo col premier su molte cose, ma mi auguro sinceramente che lui e la sua famiglia stiano bene e al sicuro. La sola idea che io sia curioso della vita privata del premier è disgustosa, e anche se posso comprendere come mai quelli che lavorano per Informer considerino cose del genere un legittimo tema di interesse giornalistico, resta il fatto che quanto insinuato da loro sarebbe stata un’offesa alla decenza, dignità, morale ed umanità.

Il nostro lavoro consiste nel portare alla luce fatti molto sensibili, che però sono fatti di interesse pubblico e verificati. Quindi, non troviamo eccitante spiare quello che accade nelle camere da letto altrui. Al contrario.

Certo è che una tale accusa nei confronti di BIRN e CINS rappresenta un ottimo esempio, in quanto completamente infondata, di quella ignobile malizia con cui si mente, spudoratamente, ai cittadini di questo paese, e la dice lunga sui redattori di Informer e su tutti quei giornalisti che si lasciano implicare in simili vicende.

È loro dovere accertare l’attendibilità delle fonti cui attingono, comprese quelle “vicine al governo”, dopodiché le informazioni ritenute rilevanti – come la presunta violazione della privacy del premier – devono essere verificate.

Per quanto riguarda noi di CINS, tutti i dati di cui veniamo a conoscenza vanno verificati prima di essere pubblicati, e a dispetto del fatto che indaghiamo su persone che possono avvalersi dei migliori avvocati, fino ad oggi siamo stati denunciati solo due volte, pur avendo alle spalle più di cento reportage investigativi: un processo l’abbiamo vinto e l’altro è appena iniziato, per cui non vorrei pregiudicare.

La cosa però non finisce qui.

Trascorsa una settimana dalla pubblicazione di quella notizia sullo “spionaggio”, sulle pagine di Informer ne è apparsa un’altra, anche stavolta ricavata da “fonti vicine al governo”, secondo cui CINS e BIRN avrebbero incontri settimanali con il capo della delegazione dell’Unione europea Michael Davenport nel corso dei quali si complotta per abbattere il governo di Aleksandar Vučić.

Solo successivamente ho conosciuto il signor Davenport. Gli ho detto che era ora che facessimo conoscenza, visto che ci incontriamo così spesso, al che lui ha reagito con grande senso dell’umorismo.

Ma quell’articolo apparso su Informer non era per niente divertente, e ciononostante non ha suscitato alcuna reazione da parte del governo. Ciò significa che negli ambienti governativi si crede davvero che la delegazione dell’Ue in Serbia voglia abbattere un potere legittimamente eletto? Perché allora procedere con i negoziati di adesione? E come mai la polizia, o meglio ancora la BIA (i servizi segreti serbi), non ha subito fermato qualcuno di CINS perché si facesse chiarezza su quella che presumibilmente era un’attività di spionaggio, motivata da intenzioni distruttive e pericolose?

La risposta sta nel fatto che si tratta di un’enorme stupidaggine, di una menzogna potenzialmente pericolosa e molto distruttiva. I cittadini serbi hanno saputo da Informer che l’Unione europea sta cercando di abbattere il loro governo. Chiunque creda che si tratti di una notizia innocua, non è da considerarsi ragionevole.

Mi sorprende che dopo tutta questa vicenda a nessuno sia stato chiesto di sottoporsi alla prova del poligrafo, che sta diventando una prassi comune, applicabile a casi molto più innocui di questo.

L’operato quotidiano di Informer è molto più tremendo di quello che stiamo subendo noi e i colleghi di BIRN, e da qualche tempo anche quelli di KRIK.

Lo evidenzia il caso dell’ombudsman Saša Janković, che è stato la vittima di una campagna diffamatoria durante la quale venivano pubblicati dossier della polizia e atti giudiziari relativi al suicidio di un suo amico, tutti tranne quelli da cui si evince che quanto accaduto fu una tragedia privata che non riguarda in alcun modo i cittadini. Persino la testimonianza che i genitori della vittima hanno concesso ai media è stata usata in totale dispregio non solo dell’etica professionale ma anche del più elementare senso di umanità. Il tutto senza pensare minimamente alle possibili ripercussioni sulla reputazione dell’istituzione dell’ombudsman, una delle poche rimaste in questo paese a svolgere effettivamente il proprio lavoro, e sulla fiducia che i cittadini ripongono in essa.

Potrei inoltre menzionare quel film porno la cui protagonista è stata identificata con l’attuale presidente della Croazia, paese definito cruciale per il nostro ingresso nell’Ue. Inutile dire che non si trattava di Kolinda Grabar Kitarović né tanto meno di una questione di rilevante interesse per i cittadini serbi. Cosa c’è di vantaggioso nel bollare il capo di uno stato vicino come “pornostar” e “ustascia”? Eppure, a dispetto della palese non veridicità di questa “rivelazione” sulla presidente croata, Informer ha comunque deciso di pubblicare alcune immagini dal film in questione, sostenendo che la protagonista sia proprio lei.

Perché ho menzionato tutto questo? Per fare un’introduzione alla risposta che vorrei dare a quell’impiegata di Informer (che non considero una collega): No, non può aspettarsi di ricevere una mia risposta. Ed ecco perché:

1. Lei non è una giornalista. Non posso in questa sede entrare nel merito della vera natura del suo lavoro, ma quello non è giornalismo. Le giornaliste e i giornalisti non fanno quello che fa lei.

2. L’organo di stampa per cui lei lavora non è un media. Mi astengo dal darne una definizione.

3. Quella volta che l’avevo gentilmente ospitata, rispondendo alle sue domande, lei ha abusato della mia cortesia in maniera del tutto deplorevole.

4. Da nessuna parte si è potuto leggere che io considero l’annuncio del tabloid in questione come “una gogna” o “un mandato di cattura”, e ciononostante lei ha scelto di trattare ciò come un fatto nel pormi la domanda di cui sopra. Non ci penso nemmeno a spiegare cosa ci dice questo sul suo conto.

5. Sì, il tema a cui lei si riferiva è di interesse giornalistico, solo che voi non siete giornalisti.

6. Nonostante il tema sia valido, non mi risulta chiaro il criterio con cui l’avete scelto:

a. Siete mai riusciti a mettere in dubbio una sola riga di quanto pubblicato dalle organizzazioni del cui finanziamento pretendete di occuparvi, vedendo in ciò un buon motivo per farlo? La risposta è no, e vi auguro molta fortuna a tale proposito perché le nostre affermazioni sono sempre accompagnate da documenti ufficiali che ne attestano la veridicità, i nostri interlocutori non sono anonimi bensì competenti per gli argomenti su cui ci interessa conversare con loro, ogni singola informazione di cui disponiamo proviene da almeno tre fonti e quando si tratta di fact-checking (di verificare la loro veridicità) siamo dei veri maniaci, Quanto al contesto a cui si riferiscono le nostre affermazioni, esso è piuttosto ampio, più che sufficiente. Voi, d’altra parte, fate riferimento esclusivamente ad una “fonte vicina al governo”, la quale mente in continuazione, per non parlare del fatto che non l’abbiamo mai conosciuta, oppure cercate di “selezionare” fatti, invece di pubblicare tutti quelli che risultano rilevanti. Per dimostrare la falsità delle nostre prove avrete bisogno di altrettante prove. Good luck with that.

b. A noi non interessano i partiti politici, ci interessa indagare su fenomeni di corruzione, attività e contatti criminosi nonché sugli affari sporchi di coloro a cui vengono affidati i soldi pubblici. Quando al centro delle nostre inchieste era il Partito democratico, un altro giornale vicino all’attuale premier rubava spudoratamente le nostre rivelazioni, trasformandole in notizie da prima pagina anche quando si trattava di vicende vecchie di un anno e mezzo. In quel periodo eravamo molto popolari negli ambienti vicini all’attuale partito di maggioranza, il quale, come del resto anche le altre opzioni politiche, ci ha fatto parecchie “proposte indecenti”. Le abbiamo rifiutate tutte, così come abbiamo resistito ai tentativi di piegarci. Ripeto, non ci interessa la politica, stiamo seguendo i flussi di denaro sporco e chi finisce per trovarsi nel mezzo delle nostre inchieste, è solo colpa sua. Di certo non siamo stati noi a costringerlo a compiere azioni illecite o amorali. In Serbia non vi è alcuna opzione politica di una certa rilevanza che non sia finita nel mirino della nostra attività investigativa.

c. Non ci finanziamo con i soldi dei contribuenti.

d. La RTS e molti altri media ricevono una parte dei propri fondi dalle stesse fonti a cui ricorriamo anche noi. Se non vedete alcun problema nel fatto che il “servizio pubblico” sia finanziato dall’estero, perché ciò risulta problematico nel nostro caso?

e. Se facessimo qualcosa di non conforme alla legge, qualsiasi governo ci avrebbe già fatti arrestare. Questo nemmeno voi avete osato sostenerlo.

f. Stando alle informazioni di cui dispongo, i compensi che ricevono i giornalisti di CINS sono inferiori allo stipendio di un apprendista impiegato nel vostro giornale. Per non parlare della differenza tra lo stipendio di un redattore e quello di un manager. Da noi questa differenza è del 20%. In più, nessuno di noi è effettivamente impiegato, né io, come direttore, né il caporedattore, nessuno, perché è un lusso che non possiamo permetterci. Dove sono quei milioni di cui abbondiamo, davvero non lo so.

g. E adesso mi dica lei, perché il nostro finanziamento dovrebbe essere un tema? In base ai quali criteri?

7. Non ho notato che abbiate “riportato” le informazioni riguardanti i temi che sono di maggiore interesse per i cittadini rispetto a questo, avete solo caldeggiato l’attuale esecutivo e il suo capo, ignorando del tutto le questioni effettivamente rilevanti e proteggendo acriticamente il potere, il che non è il compito dei media. Il ruolo dei media non è quello di rappresentare gli interessi del governo e del premier di turno, bensì quelli dei cittadini, cercando appunto di smascherare gli abusi di potere. E di questo voi non vi occupate, mai.

8. Non so come potrebbe essere definito quello che avete orchestrato contro Saša Janković, Kolinda Grabar Kitarović, e infine contro noi, se non una “gogna”. Del resto, da voi non mi aspettavo altro, ma questa volta mi rifiuto di farmi coinvolgere. Sarebbe davvero stupido da parte mia credere un’altra volta alla bontà delle vostre intenzioni.

9. L’oggettività assoluta è un concetto a cui i teorici dei media hanno rinunciato parecchio tempo fa, sostituendolo con il tentativo assoluto di raggiungere l’obiettività. Non solo non vedo quel tentativo nell’operato di Informer, ma vi riconosco pure un totale allineamento agli interessi di quel preciso gruppo di persone di cui si è circondato il premier. Si tratta praticamente del tentativo assoluto di fingere l’oggettività ai fini di una schietta propaganda politica. Ecco, alla fine ho provato a definire qualcosa.

10. Neanche uno dei testi facenti parte della “gogna” su cui le interessava il mio parere è stato firmato. A chi esattamente dovrei rispondere?

Se ancora non le è chiaro perché io non voglia rispondere alle sue domande, mi dispiace. Non mi chiami per chiedermi ulteriori spiegazioni. Sarò così gentile da non rivelare in questa sede il suo nome. Anche se dovrei farlo visto che lei è maggiorenne e dovrebbe essere consapevole di ciò in cui è implicata. Non credo però che un gesto simile da parte mia porterebbe alcun beneficio ai cittadini di queste paese, mentre a lei potrebbe recare danno.

Non le auguro alcun successo nel suo lavoro.

Branko Čečen, è direttore di CINS

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto


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