Un esemplare di aquila imperiale orientale (© Vladimir Kogan Michael/Shutterstock)

La storia di Bora ed Eržika, in Serbia: due esemplari di aquila imperiale orientale il cui habitat è minacciato dalla crisi climatica. Uno dei rapaci più iconici dei Balcani è oggi anche uno tra i più a rischio

11/11/2020 -  Francesco RaseroMarco Carlone

In passato era uno dei predatori più temuti in tutti i Balcani, con i suoi oltre due metri di apertura alare, e forse il più iconico, al punto da essere al centro dello stemma araldico della Serbia.

Oggi però l’aquila imperiale orientale – Aquila Heliaca – è diventata uno dei rapaci più rari del vecchio continente e la sua sopravvivenza viene messa a dura prova anche dalla crisi climatica.

Gli avvelenamenti delle prede, uniti all’uso di pesticidi in agricoltura e all’industrializzazione, hanno contribuito nel secolo scorso a decimarne la popolazione: nel 1994 l’aquila imperiale orientale è stata infatti inserita nella lista rossa IUCN come “vulnerabile”.

Negli ultimi decenni, inoltre, il suo habitat naturale, a causa della deforestazione e del surriscaldamento globale, si è drasticamente ridotto, fino a scomparire del tutto in alcune aree dell’Europa orientale.

Bora ed Eržika, un caso emblematico

La storia più drammatica - fortunatamente con lieto fine (per ora) - viene proprio dalla Serbia, dove sono rimaste solo due aquile adulte in grado di nidificare, conosciute con i nomi di Bora ed Eržika.

Questa coppia di esemplari di aquila imperiale orientale vive nei pressi del villaggio di Srpski Krstur, in Vojvodina , nel nord della Serbia.

Qui, alcuni anni fa, Bora ed Eržika avevano costruito un nido su un albero, per far crescere alcuni loro piccoli.

La pianta, però, venne abbattuta da una violenta tempesta estiva, una di quelle precipitazioni sempre più intense e devastanti che si ripetono nei Balcani con crescente frequenza, a causa del clima che cambia .

"Per colpa di quel disastro i pulcini, che non avevano ancora imparato a volare, sono rimasti sepolti sotto i rami e i tronchi spezzati - ricorda Dimitrije Radisić, ricercatore nel campo della protezione della biodiversità alla Facoltà di Scienze dell’Università di Novi Sad e volontario della Società serba per la protezione e lo studio degli uccelli – fortunatamente alcuni dei “guardiani del nido”, volontari ambientalisti che monitorano 24 ore su 24 la coppia di aquile, sono riusciti a trovarli e salvarli".

Nonostante l’happy ending, però, la vicenda ha una sua chiara “morale” ambientale: "Le conseguenze del climate change possono essere fatali per le specie di uccelli già messe a rischio da altri fattori, proprio come l’aquila imperiale orientale", spiega Dimitrije.

Aquila imperiale orientale, un habitat a rischio

Un tempo, l’aquila imperiale orientale, in Serbia come in altre regioni dei Balcani, nidificava spesso su grandi querce che si trovavano agli ingressi dei centri abitati, dove la gente del posto metteva delle croci a protezione del villaggio.

A causa del loro valore sacrale, tali alberi non venivano abbattuti e le aquile, per questo chiamate “imperiali”, vivevano indisturbate e ammirate.

La modernizzazione e l’industrializzazione della società hanno portato alla progressiva scomparsa dei vecchi alberi.

In parallelo, un’agricoltura sempre più estensiva ha fatto ridurre anche il numero di roditori presenti, in particolare i souslik europei - una specie della famiglia degli scoiattoli, diffusa nelle steppe, nei pascoli e nei prati della Vojvodina e molto cacciata dalle aquile - dando origine a una carenza di cibo che ha avuto pesanti ripercussioni sul numero di rapaci presenti.

Quindi l’arrivo dei pesticidi (a partire dal temuto Furadan, oggi ufficialmente al bando in Serbia ma purtroppo ancora diffuso in molti ambiti rurali, per carenza di informazione sulla sua pericolosità) e l’avvelenamento da parte dell’uomo delle loro prede, dai piccoli roditori fino a volpi e lupi , hanno ulteriormente contribuito a minacciare seriamente l’esistenza di questo animale.

Un progetto europeo per salvare l’aquila imperiale orientale

Oggi, a tutela di Bora ed Eržika così come degli altri esemplari di aquila imperiale orientale rimasti, è partito un progetto europeo, denominato PannonEagle Life , cui partecipano partner da Serbia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Austria, tra cui anche la Società serba per la protezione e lo studio degli uccelli di cui Dimitri fa parte.

Tra i promotori c’è anche l’Istituto per la conservazione della natura della Provincia della Vojvodina. "L’obiettivo primario è creare le condizioni per l’aumento della popolazione di aquile imperiali in Serbia - illustra Marko Tucakov, che fa parte del Dipartimento per la conservazione delle specie e degli habitat dell’Istituto - dipendenti e volontari monitorano la stagione riproduttiva dei rapaci, che va da aprile a luglio, cercando di eliminare tutti gli impatti antropogenici sugli uccelli: evitare che qualcuno possa abbattere un albero, proteggere dagli incendi o da altre minacce durante il periodo di incubazione. O salvare i piccoli in caso di forti precipitazioni, come avvenuto in passato".

Un esemplare di aquila imperiale orientale (© Vladimir Kogan Michael/Shutterstock)

Il progetto mira anche a sensibilizzare l’opinione pubblica, a partire dagli agricoltori serbi, sul corretto uso dei pesticidi e prevede l’addestramento di unità cinofile specializzate per aiutare la polizia locale a indagare sui casi di avvelenamento.

Il programma di monitoraggio quotidiano e di prevenzione dei disturbi intorno al nido, dopo l’eroico salvataggio dei pulcini, ha intanto dato altri frutti: negli ultimi due anni, infatti, sono state portate a schiusa due ulteriori nidiate.

Nada: la nuova nata che dà speranza per il futuro

L’ultima aquila imperiale europea nata da Bora ed Eržika è stata chiamata Nada (Speranza, in serbo), dopo una consultazione pubblica. "Il nome si adatta perfettamente ad ogni nuova aquila e rappresenta la speranza, per noi, di avere nuove coppie nella zona e mantenere le aquile imperiali nella lista degli uccelli nidificanti nel nostro paese", spiega Milica Mišković di BirdLife Serbia.

Al di là della Serbia, in tutta la regione biogeografica pannonica vi sono attualmente circa 220 coppie di questo rapace: una piccola popolazione, ancora molto vulnerabile, ma non più a rischio estinzione.

Sempre che l’emergenza climatica non aumenti ancora la pressione su queste specie animali. Come sottolinea ancora Dimitrije, infatti, "non siamo isolati dalle influenze provenienti dal resto del mondo, perché gli uccelli, come la natura, non conoscono confini".

Webdoc

Questo articolo è tratto dal webdoc “Voices from the East ”, realizzato da Marco Carlone, Francesco Rasero ed Eleonora Anello nell’ambito del progetto europeo “Frame, Voice, Report! ”. Nei Balcani le tematiche legate ambientali sono rimaste in fondo alle agende pubbliche per lungo tempo, nonostante secondo l’IPCC l’Europa centro-orientale sia il primo grande “banco di prova” di fronte agli effetti della crisi climatica nel Vecchio Continente. Voices from the East vuole raccontare le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici nei Balcani, nonché alcune strategie di contrasto e adattamento partite dal basso come i piccoli festival indipendenti di cinema ambientale di quest’area: veri e propri presidi eco-culturali nella sensibilizzazione locale di queste tematiche.


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