Domino, illustrazione

© Sergey Mastepanov/Shutterstock

Milo Đukanović ha perso le elezioni, ma ha anche perso perché in 30 anni di potere ha affossato l'intero Montenegro. Ora si apre una transizione di potere delicata e rischiosa. Un editoriale

01/09/2020 -  Željko Ivanović

(Originariamente pubblicato dal quotidiano Vijesti , il 31 agosto 2020)

Nonostante sia la teoria che la prassi dei regimi pluridecennali suggerissero che il Trujillo montenegrino non potesse perdere le elezioni da lui stesso organizzate, è accaduto un miracolo. È finito! L’ultimo dittatore soft dell’Europa democratica e filo-occidentale, l’ultimo tra tutti i comandanti e criminali di guerra dell’ex Jugoslavia è diventato una figura storica e sarà ricordato come il primo sovrano e despota montenegrino ad essere stato rovesciato non da un gruppo di cospiratori, bensì con la penna!

Alla fine, aveva senso!

Innanzitutto, aveva senso credere che sarebbe arrivato il giorno in cui nella piccola società montenegrina, di tradizione signorile e di mentalità da servi, si sarebbe formata una maggioranza democratica in grado di sconfiggere alle elezioni il regime di un partito, ovvero di un uomo al potere ormai da trent’anni. Dopo questa esperienza nulla sarà più come prima ed è difficilmente immaginabile che nel futuro, prossimo e non solo, un individuo o un partito riesca a instaurare un monopolio e a costruire un potere simili a quelli creati negli ultimi trent’anni da Milo e dal suo Partito democratico dei socialisti (DPS).

Đukanović ha governato il Montenegro senza scrupoli e in modo autocratico, ad eccezione di un paio di anni dopo la rottura con la politica criminale di Milošević e dell’élite serba, quando da falco Milo si è trasformato in piccione, chiedendo perdono e appoggio per passare dall’altra parte, quella occidentale. Tuttavia, come ogni despota, appena ha messo radici e conquistato il controllo del denaro e delle persone – riunendo gli obbedienti nel Partito, gli ignoranti nel suo apparato propagandistico, i servi e i mercenari negli ambienti intellettuali, e promuovendo un sistema di valori basato sulla cultura diffusa da tv Pink e sull’omertà siciliana – , Đukanović ha creduto di essere Dio stesso che crea il mondo a sua misura.

Milo ha perso molto prima del 30 agosto 2020.

Ha perso già quel 22 maggio 2006, il giorno dopo il referendum, quando, invece di ritirarsi dalla politica, è rimasto a governare, con forza e denaro, scegliendo di trasformare il Montenegro in una sua proprietà privata anziché costruire una società democratica. Invece di passare alla storia, Đukanović ha deciso di intraprendere un’avventura che si è conclusa con le elezioni di domenica.

Pur vantandosi dei sacrifici fatti nel 1997, quando si oppose a Milošević, o nel 1999, quando volse le spalle all’Esercito e al 7° battaglione, o ancora nel 2002, quando disse no a Javier Solana, tutti questi momenti storici, che avrebbero potuto garantirgli un posto notevole nella storia montenegrina, non sono bastati a Đukanović e alla sua famiglia, biologica e quell’altra. È rimasto sulla scena politica anche dopo il referendum per dimostrare di non aver lottato per l’indipendenza del Montenegro allo scopo di emanciparlo, bensì per derubarlo.

Đukanović ha perso quel giorno del 2008 quando, da premier, ha lasciato che accadesse un episodio vergognoso, costringendo l’allora ministro delle Finanze Igor Lukšić a salvare una banca di proprietà della famiglia Đukanović con i soldi dei cittadini montenegrini, per poi moltiplicare magicamente 1 milione di euro per 11 in modo da poter restituire l’intera somma versata alla Prva Banka, ormai indebitata e sull’orlo della bancarotta. A quel punto Đukanović e Lukšić avrebbero dovuto rassegnare le dimissioni, e invece hanno destituito Ljubiša Krgović, governatore della Banca centrale del Montenegro, all’epoca l’unica istituzione indipendente nel paese.

Si è trattato di un caso paradigmatico, che ha fatto da esempio per tanti altri.

Poi, Đukanović ha perso nel momento in cui ha imprigionato tutte le istituzioni, trasformando la procura, la magistratura, la polizia e vari organismi regolatori in mere pedine che proteggono gli interessi privati della Prima famiglia [i Đukanović]. Man mano che la casta di Đukanović diventava sempre più ricca, il Montenegro diventava sempre più povero. La ricchezza dei familiari, amici e partner d’affari di Đukanović aumentava con la stessa velocità cresceva il debito pubblico del paese governato da Đukanović in modo spietato.

Đukanović ha perso già nel 2012, quando ha deciso di cacciare Lukšić e di tornare in sella come premier, per dimostrarci di essere capace di cavalcar(ci) ancora meglio. Ha portato in Montenegro il famigerato manipolatore Beba Popović, il quale è riuscito, in meno di quattro anni, a trasformare il Montenegro in un covo simile alla Serbia; ha usato i media come Pink, Informer, Pobjeda e la Radiotelevisione del Montenegro per marcare il territorio montenegrino; ha suscitato ostilità e divisioni; ha spaccato la società, solo per mettere in ginocchio il suo principale nemico, la mafia mediatica di Vijesti. Đukanović pensava che, quello che non erano riusciti a fare gli esecutori locali, lo avrebbe fatto Beba, perché se fosse riuscito a far affondare nei litigi un paese così grande come la Serbia – una situazione che è sfociata nell’attentato del premier [Zoran Đinđić] – , allora avrebbe facilmente portato a termine il lavoro in una piccola palude come il Montenegro.

Đukanović ha perso nel 2018 quando ha deciso di tornare in politica e di candidarsi alle elezioni presidenziali, nonostante dopo l’ingresso del Montenegro nella Nato i principali paesi membri dell’Alleanza avessero messo in chiaro di non voler vedere più Đukanović sulla scena politica. Ancora una volta hanno prevalso gli interessi privati della Prima famiglia; i lavori sulla villa ai piedi del monte Gorica stavano entrando nella fase finale, e quell’edifico faraonico sarebbe stato pronto ad accogliere il suo padrone se Duško Knežević – che per decenni è stato il tesoriere di Đukanović e ora si sta preparando per ritornare in patria – non avesse scombussolato i piani.

Đukanović perdeva in tutti questi anni, con ogni nuova relazione dell’Ue sui progressi compiuti dal Montenegro perché, invece di diminuire di anno in anno, il numero di compiti a casa per il regime di Đukanović è andato aumentando. Alle obiezioni e critiche europee riguardo al fatto che la magistratura è controllata, che non esiste una chiara linea di confine tra politica e mafia, che i media indipendenti sono sottoposti a numerose gravi pressioni, compresi attacchi fisici, che le gare d’appalto vengono truccate, che la corruzione dilaga a dismisura, Đukanović ha risposto dimostrando ignoranza ed egocentrismo, credendo che la sua formula “stabilocrazia al posto di democrazia” gli avrebbe consentito di mantenere ancora per molto tempo la posizione di politico prediletto dei partner occidentali.

Nel 2017, dopo che l’Ue aveva introdotto un nuovo meccanismo di controllo dei paesi candidati all’adesione, la cosiddetta clausola di equilibrio, Đukanović, arrabbiato e rosso in viso, ha dichiarato che il negoziato con l’Ue è “un processo bidirezionale”, e se l’Ue può bloccare noi, anche noi possiamo bloccare l’Ue.

Questi sono stati i primi segnali del fatto che il Capo aveva perso la bussola e staccandosi dalla terra fosse rimbalzato verso le nuvole. Questo comportamento egocentrico ha raggiunto il culmine durante il Congresso del DPS del 2019, con la decisione di proclamare la lotta per la Chiesa ortodossa montenegrina come la questione delle questioni! Le parole del Capo sono subito state messe in pratica dal ministro della Giustizia Zoran Pažin. Così nel dicembre 2019 abbiamo ottenuto la controversa e, dal punto di vista giuridico, più che discutibile Legge sulla libertà religiosa, che ha fatto alzare in piedi sia la Chiesa che i fedeli. Ma anche molti cittadini insoddisfatti.

In tutte le dittature pluridecennali arriva un momento in cui il Capo compie una mossa suicida. Di solito lo fa all’apice della propria fama e potenza, quando meno ce lo aspettiamo, sia Noi che Lui. Đukanović pensava che anche questa vicenda con la Chiesa si sarebbe conclusa come tante altre prima – ogni vergogna passa tra due giorni [come diceva Branko Ćopić] – ma è emerso che la maggior parte dei cittadini, credenti o atei che siano, teme Dio più che Milo.

Đukanović è stato sconfitto dopo tre decenni, ma se non avesse perso la bussola a causa della sua arbitrarietà e avidità, non avremmo aspettato questo momento così a lungo, perché Milo da solo avrebbe preparato il terreno per un cambiamento e per la sua uscita dalla scena, già quando il giovane sindaco [di Podgorica] Ivan Vuković gli aveva scritto che i leader forti rappresentano un ostacolo allo sviluppo delle istituzioni e della democrazia. Invece di riflettere sul perché la costituzione degli Stati Uniti prevede due mandati, cioè otto anni di potere, come un periodo sufficiente per un politico responsabile per fare qualcosa per la sua società e per evitare di cadere nelle fauci dell’incantevole potere, Đukanović ha scelto di stare in compagnia di Lukashenko, Putin, Aliyev e di simili tiranni delle ex repubbliche sovietiche. Ed è per questo che ha perso.

Il che non significa che non ha alcuna possibilità di “migliorare”. Ma sarebbe meglio se ora, prima di ritirarsi, facesse qualcosa di positivo per il Montenegro.

In simili situazioni, la transizione di potere è un processo delicato e rischioso. Đukanović adesso ha l’occasione, come presidente eletto, di fare il possibile affinché il Montenegro attraversi il periodo di transizione verso un nuovo governo nel modo meno doloroso possibile per preservare la pace, l’orientamento occidentale del paese e l’economia.


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