Un uomo sul bordo di una spaccatura guarda in basso temendo di saltare (© fran_kies/Shutterstock)

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Domenica 30 agosto si vota per le politiche in Montenegro. Ci sono solo due ipotesi di esito elettorale, una probabile ed ennesima riconferma dell'élite al potere oppure una nuova ed inedita maggioranza di governo. Quali le conseguenze di questi due scenari?

26/08/2020 -  Miodrag Radović

(Originariamente pubblicato dal quotidiano Vijesti , il 18 agosto 2020)

Il prossimo 31 agosto o ci sveglieremo sotto il governo della vecchia élite, al potere ormai da trent’anni, oppure ci troveremo di fronte a un nuovo governo, una nuova situazione che non abbiamo mai sperimentato prima. Questa assenza cronica di esperienza e di un cambio di potere fa sì che il solo pensare alla possibilità di un cambiamento susciti in noi una strana sensazione di paura. Una sensazione determinata, tra l’altro, da due fattori. Da un lato, un accentuato senso di insicurezza, provocato proprio dalla mancanza di esperienza, e dall’altro la tendenza ad alimentare ulteriormente, prima di ogni tornata elettorale, le polemiche sul principale tema del dibattito politico montenegrino [quello della sovranità nazionale, ndt].

Dal punto di vista della leadership al potere, tutte le elezioni a partire dal 2006 sono state “fatidiche, cruciali e di importanza storica” per il Montenegro, e tali saranno anche le elezioni del prossimo 30 agosto. La verità è che le precedenti tornate elettorali non possono nemmeno essere considerate elezioni, ma piuttosto una ripetizione del referendum del 2006, con cui i cittadini furono chiamati ad esprimersi in favore o contro l’indipendenza del Montenegro.

Di fronte al tema della sovranità, ogni altra problematica diventa irrilevante, perché – nell’ottica dell’élite al potere – un’eventuale alternativa al Montenegro indipendente sarebbe una nuova entità statale nei Balcani, in cui le principali questioni non sarebbero di nostra esclusiva competenza, e quindi non dipenderebbero solo da noi.

Cercare di spiegare quanto sia (ir)realistica l’ipotesi di un cambiamento dell’ordinamento statale e giuridico del Montenegro e, più in generale, di una modifica dei confini tra i paesi dei Balcani – tenendo conto dei ricordi ancora freschi del nostro passato recente e, soprattutto, del cambiato contesto internazionale, anche per quanto riguarda la sicurezza – sarebbe solo una perdita di tempo.

La probabilità che lo stato montenegrino cessi di esistere equivale alla probabilità di vedere per strada un politico che restituisce volontariamente i soldi ai cittadini, dopo essersi pentito di averli derubati per anni. Sottolineo questo punto per evitare eventuali equivoci. Mi sembra molto più utile chiarire subito cosa ci aspetta dopo le imminenti elezioni.

Qualora venisse confermato lo status quo, continueremo ad assistere a tutti quei fenomeni a cui abbiamo assistito finora: il costante aumento del debito pubblico, che attualmente è pari all’80% del Pil; la crescita della disoccupazione; la corruzione e la criminalità organizzata; la mancanza di prospettive soprattutto per i giovani; l’assenza di qualsiasi visione per il futuro e, di conseguenza, di strategie efficaci per uscire dalla crisi; una società profondamente divisa; le principali istituzioni statali gestite ad interim; un ulteriore degrado di tutti i segmenti della società… In parole povere, una schiavitù per debiti, inevitabilmente accompagnata da una nuova “stretta di cinghia”; un paese prigioniero, ostaggio di un governo autocratico e di un apparato statale estremamente repressivo.

Su quale strada potrebbe proseguire tale governo? Un’opzione potrebbe essere quella di far fronte ai problemi economici accumulati e alla crisi di solvibilità indebitandosi ulteriormente con il Fondo monetario internazionale, con la Banca mondiale o con qualche altra istituzione finanziaria internazionale. Bisogna però sottolineare che a queste istituzioni finanziarie non interessa comprare la pace sociale, bensì imporre misure restrittive ben precise che garantiscano la solvibilità [del paese debitore] e la restituzione di eventuali prestiti pregressi, stabilendo anche le modalità di utilizzo di nuovi prestiti. Quindi, un’altra “stretta di cinghia”.

È poco probabile che vengano avviati nuovi progetti di costruzione di grandi opere infrastrutturali, come le autostrade, ed è altrettanto improbabile che il governo tenti di diversificare l’economia, tenendo conto della grave situazione finanziaria in cui versa il paese.

Un eventuale aiuto da parte dell’Unione europea indubbiamente sarebbe condizionato all’introduzione di riforme politiche concrete attraverso l’applicazione delle raccomandazioni, in primis quelle relative ai capitoli 23 e 24 dell’acquis comunitario, e poi tutte le altre.

La seconda strada possibile la conosciamo bene, avendola già percorsa all’inizio degli anni Novanta, e di cui ancora oggi sentiamo le conseguenze, come dimostrano gli scontri tra alcuni clan criminali molto potenti, nati proprio negli anni Novanta, quando gestivano alcuni affari per conto dello stato. In quel periodo sono comparsi anche i nuovi ricchi, popolarmente chiamati “controversi uomini d’affari”, della cui ricchezza si può anche discutere, ma non si può chiedere loro come hanno guadagnato il loro primo milione. In quel periodo hanno fatto la loro comparsa anche i politici corrotti che hanno derubato e distrutto molte aziende. Purtroppo, in quel periodo sono comparsi anche molti cittadini privati dei loro diritti e impoveriti, che ancora oggi sono senza diritti e poveri.

Negli ultimi anni siamo stati testimoni del fatto che l’attuale governo, come un vero alchimista, sta cercando di conciliare queste due strade, senza però rinunciare a tutte quelle pratiche per cui la Commissione europea ci critica in ogni sua relazione sui “progressi” compiuti dal Montenegro. Senza un effettivo cambiamento della struttura e del carattere del potere, è irrealistico aspettarsi qualsiasi inversione di tendenza positiva che potrebbe almeno impedire un’ulteriore distruzione economica, ma non solo, dello stato e della società montenegrina.

Se il prossimo 30 agosto otterremo un nuovo governo, una cosa sarà certa. Quel governo non potrà durare più di due anni. Potrei elencare tutta una serie di motivi, ma tra tutti ve n’è uno che mi sembra il più importante. Un risultato elettorale che portasse a un cambio di potere – ottenuto alle elezioni che si svolgeranno nelle condizioni più irregolari che mai –, non sarebbe tanto conseguenza di un aumento della fiducia nell’opposizione quanto piuttosto l’espressione della sfiducia accumulata nei confronti dell’attuale governo. Più precisamente, sarebbe la risposta dei cittadini al governo che non vogliono più, ma non direbbe che governo vogliono.

Una vera espressione della volontà dei cittadini sarebbe possibile solo in presenza di condizioni sociali ed elettorali sostanzialmente diverse da quelle attuali. Evidentemente la pensano così anche alcuni esponenti dell’opposizione che già adesso, nelle loro dichiarazioni, condizionano la formazione di un eventuale governo composto dai partiti attualmente all’opposizione a un mandato più breve di quello normale.

Tale governo dovrebbe stabilire le questioni prioritarie da affrontare, tra cui sicuramente rientrerebbero l’enorme deficit di bilancio, le istituzioni tenute in ostaggio dall’élite al potere, una profonda polarizzazione della società. Dovrebbe essere adottata anche una serie di provvedimenti legislativi come un presupposto necessario per risolvere in modo adeguato alcuni problemi urgenti. Mi riferisco innanzitutto alla legge sulla lustrazione che consentirebbe, tra l’altro, di recuperare enormi somme di denaro che sono state rubate ai cittadini montenegrini. Inoltre, bisognerebbe avviare una riforma complessiva della legge elettorale, o quanto meno quella sua parte per cui non è richiesta la maggioranza dei 2/3 del parlamento per modificarla.

La parte più difficile e, al contempo, la più importante del lavoro di un eventuale nuovo governo composto dall’attuale opposizione sarebbe ripristinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni statali. I cittadini senza diritti e impoveriti vivono una vita precaria, svolgendo lavori sempre meno retribuiti. Tale situazione suscita in loro una miscela di rabbia, paura ed escapismo. Non si fidano più nemmeno dei fatti. Quindi, il ripristino della fiducia nelle istituzioni sarà un processo molto lungo e difficile.

Ad ogni modo, il prossimo 30 agosto sapremo sotto quale governo vivremo nel prossimo periodo, e quindi potremo farci un’idea più chiara su cosa aspettarci.

A differenza delle elezioni politiche del 2016, quando i deputati dei partiti delle minoranze nazionali si trovarono ad essere l’ago della bilancia, questa volta, a quanto pare, tale ruolo spetterà ai due piccoli partiti di orientamento civico. Uno scenario che, ne sono convinto, contribuirebbe molto al carattere laico del nostro paese.

La composizione e il carattere del nuovo governo montenegrino, per come stanno le cose adesso, probabilmente dipenderanno dal risultato che otterranno il Partito socialdemocratico (SDP) e il movimento URA. Speriamo che questi due partiti prendano una decisione saggia e giusta che potrebbe determinare il futuro del nostro paese.


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