Durante i festeggiamenti la sera del 21 maggio 2006 (foto OBC)

Durante i festeggiamenti la sera del 21 maggio 2006 (foto OBC)

A nove anni dall’indipendenza ottenuta il 21 maggio 2006, il quotidiano Vijesti fa un bilancio economico di questi anni, evidenziando una crisi del sistema politico che non è in grado di elaborare alcuna strategia di crescita

25/05/2015 -  Marija MirjačićGoran Kapor

(Originariamente pubblicato dal quotidiano Vijesti il 21 maggio 2015, tit. originale Kuda ide Crna Gora: Radikalan zaokret ili sistem propada )

“In questo paese tra quattro anni non ci sarà alcun cittadino disoccupato... Ormai tutte le questioni economiche e politiche più complesse sono state risolte e l’obiettivo che il governo si pone per il prossimo periodo è quello di garantire ai propri concittadini uno standard di vita europeo”, dichiarònove anni fa l’allora (e attuale) premier Milo Đukanović.

Dopo la riconquista dell’indipendenza, avvenuta a seguito del referendum del 21 maggio 2006, il Montenegro ha vissuto in effetti un vero e proprio “boom” economico durato tre anni, a cui sono però seguiti sei anni di crisi dalla quale non si è ancora usciti. Al contrario, la crisi è stata ulteriormente aggravata da una serie di errori commessi dal governo, soprattutto nelle scelte dei propri partner per le grandi privatizzazioni. Solo per le garanzie concesse ai nuovi proprietari del Kombinat di alluminio di Podgorica e dell’Acciaieria di Nikšić, due società off-shore con sede rispettivamente a Cipro e in Gran Bretagna, sono stati spesi, a carico dei contribuenti, più di 160 milioni di euro.

Anche se recenti statistiche indicano che i cittadini montenegrini vivono meglio adesso rispetto al periodo precedente – in quanto lo stipendio medio risulta aumentato, è passato da 282 a 478 euro -  la situazione reale pare del tutto diversa. Sono sempre più le aziende andate in fallimento, aumenta la situazione debitoria degli operatori economici, manca liquidità e gli abitanti delle zone settentrionali del paese continuano ad emigrare all’estero.

Il summenzionato aumento dello stipendio medio è dovuto, tra l’altro, al fatto che nel 2008 è stato introdotto un nuovo metodo di calcolo con cui vengono ora presi in considerazione anche diversi rimborsi e bonus. Quanto al fenomeno dell’inflazione, il livello record raggiunto nel periodo post-indipendenza è stato del 28%.

Anche l’andamento del Pil, che ha registrato una crescita da 1,8 miliardi di euro nel 2006 agli attuali 3,4 miliardi di euro, è stato influenzato da diversi fattori, quali gli investimenti stranieri, l’inflazione,  nonché la spesa pubblica finanziata per lo più con l’indebitamento. Sul finire dell’anno dell’indipendenza, il debito pubblico ammontava a 701 milioni di euro (pari al 38,6% del Pil), mentre oggi risulta triplicato (2,2 miliardi di euro, pari all’incirca al 65% del Pil).

Il vicepresidente dell’Unione dei datori di lavoro del Montenegro Slobodan Mikavica ritiene che il progresso raggiunto nel periodo post-indipendenza sia evidente, ma sottolinea che resta ancora molto da fare, soprattutto per eliminare numerose barriere che ancora persistono nel mondo del lavoro. I principali fattori che ostacolano la creazione di un ambiente favorevole all’imprenditorialità comprendono, a suo parere, l’inadeguatezza del sistema regolatorio, le difficoltà nell’accedere ai finanziamenti, il dilagare dell’economia grigia, la corruzione diffusa in tutti i settori e a tutti i livelli nonché un’evidente discrepanza tra sistema educativo e mercato del lavoro.

“Nell’attuale fase dei negoziati di adesione all’Ue, relativa al periodo 2014-2018, il governo montenegrino dovrebbe adottare circa 1.200 regolamenti e 300 strategie. Ciò significa che l’attuale sistema giudiziario deve essere urgentemente riformato, dato che la sua instabilità, rispecchiata nelle costanti modifiche di atti legislativi, crea grandi difficoltà agli imprenditori”, ha precisato Mikavica.

Il deputato indipendente Mladen Bojanić ritiene che la maggior parte dei cittadini non abbia sperimentato un significativo miglioramento del proprio tenore di vita nel corso degli ultimi anni, tranne forse nei primi due anni di indipendenza. “È bene che lo stato sia diventato indipendente nel prendere decisioni, tuttavia sono stati compiuti molti passi sbagliati di cui nessuno si è assunto la responsabilità. È difficile parlare di una privatizzazione conclusa con successo, e le imprese che ancora riescono a realizzare un profitto sono sempre meno. Se si aspira allo sviluppo, occorre un radicale cambiamento di politica perché l’attuale sistema è insostenibile”.     

Dall’altra parte, Zoran Jelić del DPS (il Partito democratico dei socialisti del premier Đukanović) tiene a sottolineare come in questi nove anni di indipendenza il Montenegro si sia trasformato dalla repubblica meno sviluppata dell’ex-Jugoslavia nel paese che sta subito dietro alla Croazia e alla Slovenia. “I redditi netti, le pensioni e il Pil sono aumentati, la disoccupazione è diminuita, il tasso d’inflazione rientra nella media europea, mentre gli investimenti diretti esteri sono in notevole crescita. È ripristinata la fiducia nel sistema bancario, le cui riserve attuali ammontano a 2,4 miliardi di euro, depositati da imprese e cittadini. Si è iniziato ad investire nel settore energetico, mentre quello turistico è in forte crescita, soprattutto grazie alla costruzione di nuove strutture alberghiere”.

Il dato meno incoraggiante, sempre secondo Jelić, è che un gran numero di imprese hanno conti correnti bloccati come conseguenza, tra l’altro, di alti tassi di interesse imposti dalle banche, e che molti comuni sono indebitati. Quanto invece al debito pubblico dello stato, Jelić lo giustifica con la necessità di indebitarsi per poter realizzare grandi progetti di investimento, riferendosi soprattutto alla costruzione dell’autostrada.

Secondo l’analista economico Zarija Pejović, la priorità dovrebbe essere data alla rivitalizzazione dell’industria, in quanto unica via per creare posti di lavoro ben pagati e mantenere in vita la classe media. “I mezzi finanziari necessari all’avvio della reindustrializzazione possono essere ottenuti attraverso un ‘fondo di investimento balcanico’, che potrebbe nascere su iniziativa dei paesi della regione. La reindustrializzazione è una questione che dipende dalla volontà politica dell’élite, dalla scelta che si trova ora a fare tra: masse ridotte in povertà ed esposte alle manipolazioni politiche da una parte e una società emancipata dall'altra”.

Mikavica dal canto suo ritiene che la principale debolezza dell’economia montenegrina risiede nell’export basato sul commercio di materie prime e semiprodotti che, col tempo, ha portato ad una scarsa capacità di produzione di prodotti finiti ed elevata dipendenza dall’import.

“La gamma di prodotti che esportiamo è limitata e la causa principale del deficit montenegrino è da ricondursi alla bassa competitività della nostra economia. Né la crescita della produzione né la riduzione della disoccupazione possono essere raggiunte dall'oggi al domani. E' indispensabile ideare una strategia di sviluppo basata su diversi programmi volti ad assicurare, in modo sostenibile, la crescita del Pil, dell’occupazione e della produttività”, ha precisato.

Zarija Pejović ricorda invece che in Montenegro continua a crescere la povertà, un fenomeno di cui ha preso atto anche la Banca mondiale.

“Da uno studio condotto dall’Onu, relativo al cosiddetto ‘indice della felicità nazionale’, è emerso che il Montenegro occupa l’80° posto su un totale di 85 paesi presi in considerazione. Il dilagare della povertà è accompagnato da altri fenomeni, quali l’emigrazione, la decrescita della natalità, l’alto tasso di suicidi nonché l’uso di farmaci psicoattivi ben sei volte maggiore rispetto a quello nei paesi Ue. Nonostante l’attuale crisi si stia manifestando innanzitutto a livello economico, in sostanza rappresenta una crisi del sistema politico che, evidentemente, non è in grado di elaborare e realizzare alcuna strategia di crescita economica e sviluppo sociale. Questo vale soprattutto per i politici di governo, ma anche per quelli di opposizione tra i cui 36 deputati vi sono solo due economisti”, conclude l’analista.


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