Igor Dodon, il candidato del partito Socialista (Psrm)

Igor Dodon, il candidato del partito Socialista (Psrm), durante un comizio

Domenica, dopo vent'anni, i cittadini moldavi tornano ad eleggere direttamente il loro presidente. Un'analisi

28/10/2016 -  Danilo Elia

Domenica 30 ottobre i moldavi andranno a votare per il nuovo presidente, e la scelta è sempre più polarizzata tra candidati filoeuropei e filorussi. Il voto per il capo dello stato si sta trasformando – come del resto anche le elezioni politiche degli ultimi anni – in un referendum per decidere che direzione deve prendere il paese, se verso Bruxelles o Mosca. Ma al di là della radicalizzazione del dibattito politico, l’effettiva influenza che l’esito delle urne di domenica può avere sull’assetto geopolitico della Moldavia è tutta da vedere.

È la prima volta che l’elezione di un presidente viene caricata di un significato così forte, anche perché è la prima volta dopo vent’anni che i moldavi sono chiamati a eleggere un capo dello stato. L’ultima occasione era stata con l’elezione di Petru Lucinschi nel 1996, prima che una riforma della costituzione desse al parlamento il potere di eleggere il capo dello stato. Lo scorso 4 marzo, però, la corte costituzionale ha sentenziato l’incostituzionalità della riforma del 2000, dando di nuovo la parola agli elettori moldavi.

Ma c’è un altro elemento che forse più di tutti spiega la tensione. Tutti i sondaggi danno per favorito Igor Dodon, il candidato del partito Socialista (Psrm), attualmente all’opposizione in parlamento e dichiaratamente filorusso. Un sondaggio condotto a una settimana dal voto dall’agenzia Vox Populi, dà a Dodon il 40,5% delle preferenze, abbondantemente avanti al secondo, il candidato del partito Democratico Marian Lupu, con il 13,2%. Seguono Maria Sandu, del partito dell’Azione e solidarietà, con il 13%, Andrei Năstase, della Piattaforma dignità e verità, con il 7,8%, l’ex primo ministro Iuria Leancă del partito Europeo, con il 4,9%, e Dmitry Ciubaşenco, del partito Nostro, con il 4,4%. Pochi giorni fa, però, Năstase si è ritirato dalla corsa presidenziale dichiarando il proprio sostegno a Maia Sandu, seguito il 26 ottobre da Marian Lupu, candidato sostenuto dal potente oligarca Vlad Plahotniuc. Sempre secondo lo stesso sondaggio, il 52% degli intervistati ha detto che andrà a votare.

La direzione sbagliata

Il supporto per Dodon, ex ministro dell’Economia in due governi a guida comunista, è frutto di anni di una forte disillusione dei moldavi verso le promesse di un miglioramento delle condizioni di vita e un avvicinamento all’Europa, fatte dagli ultimi governi europeisti. Il suo programma politico è chiaro: “La Moldavia ha un futuro ed è nell’amicizia con la Russia”, recita uno degli slogan della sua campagna elettorale. E non è un caso se secondo un sondaggio condotto a settembre dall’International republican institute di Washington, l’82% dei moldavi è convinto che il proprio paese abbia finora preso la direzione sbagliata.

Dopo anni di governi filorussi, nel 2009 la Moldavia ha preso chiara la direzione verso Bruxelles, con la trionfante vittoria della coalizione europeista guidata da Vlad Filat. Una svolta accolta a braccia aperte dall’Ue e culminata nel 2014 con la firma dell’Accordo di Associazione, entrato in vigore all’inizio di quest’anno.

Le riforme chieste da Bruxelles, però, si sono perse nel pantano della burocrazia moldava, così come la lotta alla corruzione, percepita come il maggior ostacolo allo sviluppo del paese. Quello che era il modello del programma europeo di Partenariato orientale si è velocemente trasformato in una grande fonte di imbarazzo per la diplomazia di Bruxelles. Finché nel 2015 l’Ue ha congelato 400 milioni di fondi già destinati e il Fondo monetario internazionale ha sospeso gli accordi di cooperazione, a seguito dello scandalo che ha colpito le tre principali banche moldave, dalle cui casse è sparito un miliardo di dollari. Oggi la Moldavia continua a essere una della nazioni più povere d’Europa e per più della metà dei cittadini i problemi economici sono la prima fonte di preoccupazione.

La “politica estera” del favorito

Dodon ha le idee chiare. Ha già detto che se sarà eletto proporrà di sottoporre l’Accordo di associazione con l’Ue a referendum popolare. “Bisogna ristabilire i legami con la Russia e sviluppare un accordo di partnership strategica con la Federazione russa”, ha detto all’agenzia Interfax.

Non è chiaro quanto l’elezione di un presidente filorusso possa cambiare l’assetto geopolitico del paese. Il sistema moldavo dà molto più potere al primo ministro che al capo dello stato, che però può proporre leggi, emettere decreti, rinviare leggi al parlamento, siglare trattati internazionali (da sottoporre a ratifica) e sciogliere il parlamento. Ma soprattutto, un presidente eletto dal popolo, come sarà quello scelto da queste elezioni, potrà esercitare una maggiore influenza sulla politica interna ed estera della Moldavia, forte di un mandato popolare.

E in effetti, Dodon ha già dato delle anticipazioni di quella che potrebbe essere la sua “politica estera”. Come ad esempio sul tema della (ipotetica, sempre discussa ma mai messa in agenda da nessun governo) riunificazione con la Romania. “Se sarò eletto, il mio primo decreto sarà destinato a mettere fuori legge ogni movimento per la riunificazione. Queste azioni vanno perseguite penalmente”, ha detto Dodon in campagna elettorale. E siccome per la Russia la Romania, membro della Nato che si affaccia sul Mar Nero, è un potenziale ostacolo ai propri interessi, Dodon vuole allontanare la Moldavia anche solo dall’idea dell’Alleanza atlantica: “Sono per la pace, per una Moldavia neutrale. I soldati della Nato non marceranno mai per le nostre strade”.

Un presidente filorusso potrebbe influenzare anche la questione della Transnistria. Dodon ha detto che una delle sue priorità sarà trovare un accordo per riunificare il territorio separatista, cosa che potrebbe iniettare però elementi di destabilizzazione nella regione che chiede, invece, l’unificazione con la Russia.

Benché Dodon sia dato per favorito, la sfiducia dei moldavi nell’intera classe politica potrebbe, però, riservare qualche sorpresa. Perché siano valide le elezioni è necessario che vada a votare almeno un terzo degli elettori. Nel caso, probabile, in cui nessuno dei candidati ottenga la maggioranza, ci sarà un secondo turno il prossimo 13 novembre.


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