Pristina (lucas deve/flickr)

"Anche se temperata dalla proverbiale ospitalità dei kosovari una cappa di malinconia mi avvolge ogni qual volta giungo a Pristina e questa volta piove a dirotto". Note di viaggio di un funzionario del Parlamento europeo di ritorno a Pristina

02/01/2014 -  Paolo Bergamaschi

Non me ne vogliano gli amici kosovari ma Pristina è davvero la più brutta capitale d’Europa e lo dico con cognizione di causa avendo ormai battuto e perlustrato ogni angolo del vecchio continente. Non c’è uno scorcio, un edificio, un angolo prospettico, un punto originale di osservazione che in tutti questi anni si sia fissato nella mia memoria.

Sarebbe, però, ingiusto farne una colpa alla città. Gli urbanisti che l’hanno progettata e pianificata, infatti, mai avrebbero pensato che questa anonima località di provincia sarebbe un giorno assurta al ruolo di capitale anche se il Kosovo, a cinque anni dalla dichiarazione di indipendenza, non fa ancora parte a pieno titolo della comunità internazionale.

Con il riconoscimento recente della Thailandia il pallottoliere dei paesi che accettano il nuovo stato ha raggiunto quota 105, ancora abbondantemente al di sotto della soglia fatidica dei due terzi dei membri che consentirebbe l’ingresso ufficiale alle Nazioni Unite. Capi di stato e ministri degli Esteri si avvicendano da tempo sul palcoscenico di Pristina ma sono visite "mordi e fuggi" visto che non possono essere accompagnate da sopralluoghi, anche volanti, a monumenti o musei di una certa rilevanza. Ed è paradossale che nemmeno Google, una volta in Kosovo, riporti sul mio mini-tablet con le previsioni atmosferiche il nome della città e del paese in cui mi trovo forse per evitare incidenti diplomatici con la Serbia o solo perché non vale la pena di estendere la copertura satellitare a questo ultimo, improbabile lembo di Europa.

"Potrebbe essere peggio" dice Marty Feldman con sguardo irriverente a Gene Wilder che sbuffa mentre dissotterra una bara in una delle più famose scene del film "Frankenstein Junior" e quando quest'ultimo lo rimbecca chiedendogli "Come?" ribatte che potrebbe piovere scatenando tra fulmini e tuoni improvvisi un torrenziale acquazzone e l'ilarità degli spettatori.

Malinconia

Anche se temperata dalla proverbiale ospitalità dei kosovari una cappa di malinconia mi avvolge ogni qual volta giungo a Pristina e questa volta piove a dirotto mentre scendo nell'oscurità dalla scaletta dell'aereo. E' uno degli ultimi voli nel vecchio aeroporto visto che di lì a poco verrà inaugurato il nuovo terminal in grado di accogliere cinque milioni di viaggiatori all'anno di cui dubito faranno parte molti turisti.

Ruzhdi mi aspetta con l'ombrello appena oltre le porte scorrevoli di un androne come al solito stipato da parenti di passeggeri e questuanti improvvisati. "Gli affari non vanno certo a gonfie vele", mi dice tra gli scrosci e le pozzanghere mentre mi accompagna alla macchina, "e le prospettive non sono affatto rosee". E' contento di rivedermi ma subito ne approfitta per infilarmi in una tasca il suo biglietto da visita plasticato nella speranza di essere contattato di nuovo durante la mia permanenza. Gli faccio presente che purtroppo per lui non mi fermerò a lungo e che per ragioni di sicurezza mi è stato, questa volta, sconsigliato di recarmi nella zona di Mitrovica Nord.

I tassisti sono la gola profonda delle città; da loro puoi sempre attingere ad informazioni di prima mano, utilissime per avere un quadro aggiornato della situazione. "Nulla è cambiato per quanto riguarda la corruzione", racconta, "gli impiegati pubblici continuano a vessare i cittadini approfittando delle proprie funzioni". "Se hai bisogno di una licenza o di un'autorizzazione qualsiasi devi fare ore di coda", aggiunge, "a meno ché tu non provi ad 'oliare' la macchina della burocrazia con qualche banconota e allora, di colpo, i tempi si accorciano".

"E sono anche spudorati", chiosa seccato, "chiudono lo sportello per pausa e poi ti adescano mentre sei in fila proponendoti di sbrigare la pratica in tempi brevi in cambio di un modesto supplemento...". Corruzione dilagante e criminalità organizzata sono ancora le grandi piaghe che affliggono la piccola repubblica balcanica, anche se, va sottolineato, è tutta la regione a soffrirne in compagnia, peraltro, di alcuni fra gli stessi paesi membri dell'Unione. Ad aggravare il problema c'è anche la consuetudine per buona parte della funzione pubblica del doppio o triplo lavoro per arrotondare o meglio rimpolpare uno stipendio che nonostante i recenti aumenti consente a malapena di sbarcare il lunario con tutto quello che ne deriva in termini di potenziali o reali conflitti di interesse. Ci si arrangia come si può, l'importante è sopravvivere nel marasma generale.

Internazionali

La sala di accoglienza dell'hotel desolatamente vuota conferma le prime impressioni. Gli ospiti latitano e sono inesorabilmente destinati a diminuire. I principali clienti, infatti, erano i componenti delle varie missioni internazionali ma da quando Onu e Osce hanno ridotto le attività e, di conseguenza, il personale anche il volume di affari dei principali esercizi commerciali è crollato.

Dal febbraio del 2008 l'Unione Europea ha dispiegato in Kosovo la sua più imponente ed ambiziosa missione di assistenza con l'obiettivo di accompagnare il paese verso la sovranità dopo la controversa dichiarazione unilaterale di indipendenza. Duemila funzionari europei coadiuvati da un migliaio di persone assunte in loco hanno, di fatto, commissariato le fragili istituzioni del nuovo stato per dare loro il tempo e il modo di crescere, imparare a funzionare e consolidarsi.

Nel giugno del prossimo anno il mandato della missione Eulex giungerà a scadenza e verosimilmente, dopo il ridimensionamento subito qualche mese or sono, il personale verrà ulteriormente ridotto. Sempre che le parti trovino un accordo visto che l'attuale governo insiste nel reclamare la piena sovranità mentre Bruxelles recalcitra e cerca di resistere allo smantellamento immediato delle sue strutture dopo che la diplomazia europea è riuscita lo scorso 19 aprile ad ottenere la firma da parte di Serbia e Kosovo dell'accordo sui principi per la normalizzazione delle relazioni tra i due acerrimi nemici.

Thomas Magda, funzionario Eulex, mi conferma i negoziati in corso ma non si sbilancia. "Si va verso una missione ridotta, al massimo 700 persone, che si occuperà solo del settore giudiziario e dello stato di diritto", puntualizza, "mentre rinuncerà alle competenze attuali per quanto riguarda polizia e dogana". "Ma il compito più delicato e difficile", aggiunge, "sarà quello di monitorare la messa in pratica degli accordi di aprile in particolare a Mitrovica Nord, covo degli oltranzisti serbi". "Siamo, però, in ritardo, forse troppo, nella definizione del nuovo 'concept' ", conclude, "e rischiamo di non arrivare pronti all'appuntamento di giugno".

Ombre

Poche luci e molte ombre sulla presenza dell'Unione a Pristina cui l'opinione pubblica locale imputa una scarsa efficacia in particolare per quanto riguarda la lotta al crimine e alla corruzione. "Tutti sanno dei loschi traffici che allignano nelle alte sfere della politica kosovara ma fino ad oggi nessun pesce grosso è finito nella rete della giustizia", commenta Ilir Deda, uno degli esponenti più rappresentativi del mondo non governativo, in un accogliente caffè ai margini dell'ampio viale pedonale dedicato a Madre Teresa. Ultimamente per Ilir si è avvertito qualche miglioramento dopo la nomina del tedesco Bernd Borchardt ai vertici della missione, ma molto resta ancora da fare per migliorarne l’azione e soprattutto la reputazione. "Comunque è meglio che gli europei rimangano" afferma perentorio, "chi è al potere oggi in Kosovo vuole sbarazzarsi della presenza internazionale per farsi tranquillamente i propri affari", chiude rassegnato.

Di parere diametralmente opposto è il giudice Francesco Florit che incrocio casualmente in hotel mentre conversa amichevolmente in albanese con alcuni ospiti. Distaccato in Kosovo dal tribunale di Udine Florit ha presieduto per cinque anni l’Assemblea dei Giudici Eulex delegata ad istruire i magistrati locali nell’amministrazione della giustizia penale e civile. E’ di ritorno a Pristina, dopo avere terminato il suo mandato, per sbrigare alcune pratiche pendenti. “Nel corso della mia missione i giudici kosovari hanno fatto passi da gigante e sono ormai pronti ad assumersi le proprie responsabilità”, mi dice, “sta per arrivare il giorno in cui la giustizia in Kosovo sarà in grado di funzionare da sola senza l’assistenza internazionale”. Per il giudice italiano, ormai, è bene che la missione europea esca gradualmente di scena confidando nell’acquisita qualità e professionalità dei colleghi locali.

Da solo

E’, forse, la prima volta che mi trovo in visita di lavoro da solo senza dovere accompagnare qualche eurodeputato. Ulrike Lunacek, la relatrice per il Kosovo, è impegnata altrove e ha lasciato a me l’incombenza di andare ad illustrare e discutere con la controparte la nuova relazione del Parlamento Europeo sul grado di avanzamento di Pristina nel suo cammino verso l’adesione all’Unione.

Nei palazzi del governo ministri e funzionari non risparmiano sorrisi e convenevoli nei miei confronti ma traspare nel fondo una certa frustrazione. Sono ancora cinque i paesi membri che non riconoscono la giovane repubblica e questo causa intoppi e questioni tecnico-giuridiche di una certa rilevanza che pregiudicano i rapporti con l’Europa. La Spagna, ad esempio, non riconosce i passaporti kosovari emessi seguendo tutti i canoni imposti da Bruxelles. Il Kosovo, peraltro, è l’unico stato dei Balcani che non gode ancora di un regime di liberalizzazione dei visti con l’Unione che permetterebbe ai suoi cittadini di circolare liberamente nello spazio Schengen senza particolari permessi come già fanno serbi, bosniaci, albanesi, montenegrini e macedoni.

“In sedici mesi abbiamo fatto molto di più di qualsiasi altro paese seguendo meticolosamente la tabella di marcia imposta da Bruxelles ma i nostri sforzi non vengono riconosciuti”, osserva sconsolato Besnik Fasolli al ministero dell’Integrazione Europea. “Da un anno aspettiamo gli ispettori da Bruxelles per valutare insieme il lavoro svolto e definire le tappe successive”, aggiunge il suo collega Demush Shasha, “ma questi non si fanno trovare rimandando sine die la missione”. Non è un mistero che dopo i problemi incontrati con gli altri paesi balcanici nelle alte sfere della tecnocrazia europea si siano adottate tattiche dilatorie atte a posticipare il più possibile le promesse fatte con il risultato di generare ulteriore frustrazione e disorientamento in un’opinione pubblica impantanata nel processo di costruzione di uno stato che non vuole saperne di prendere forma.

Buone notizie?

“Siamo spiacenti ma il ristorante è chiuso”, mi comunica il cameriere-factotum dell’hotel, “le consiglio il locale al termine della via”. Mi incammino, così, sotto la pioggia verso il ristorante Liburnia, che spesso ho frequentato in passato, zigzagando tra buche e cubetti di porfido irrimediabilmente e pericolosamente sconnessi. La manutenzione delle strade lascia a desiderare ma non si possono pretendere miracoli in una situazione dove l’economia ufficiale è, forse, più debole di quella informale.

Mentre il parlamento discute del bilancio per il prossimo anno, poco più di un miliardo e mezzo di euro, Pristina e Bruxelles lanciano i negoziati per un accordo di libero scambio (chiamato in termini tecnici Accordo di Stabilizzazione e Associazione) destinato ad integrare il Kosovo nel mercato unico europeo. All’apparenza suona come una buona notizia, in realtà significa un crollo delle entrate visto che il 75% dei proventi di questo stato deriva dai dazi doganali. Già si prevede negli ambienti comunitari di dover sopperire nei prossimi anni con nuovi aiuti alle disastrate casse della piccola repubblica. Secondo le stime ufficiali il tasso di disoccupazione si aggira intorno al 35%.

Ruzhdi, però, non ci crede e mentre mi riporta in aeroporto mi indica decine di persone sul ciglio della strada impegnate nel commercio ambulante e in piccoli traffici. “Quelle non rientrano nelle statistiche ufficiali”, osserva con ironia, “ma un lavoro ce l’hanno e campano dignitosamente”. Non faccio in tempo a scendere dall'auto che mi comunicano che causa sciopero improvviso in Italia il volo subirà ritardi. Good-by Kosovo and welcome back to Europe.


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