Elezioni in Kossovo

Né il nuovo capo dell'UNMIK né tanto meno la seduta del Gruppo di contatto tenutasi a Belgrado la scorsa settimana hanno fatto sì che si prendesse una decisione sulla partecipazione dei Serbi alle elezioni del 23 ottobre

06/09/2004 -  Luka Zanoni

Il 30 agosto, a distanza di quindici giorni esatti dall'assunzione dell'incarico e a poco più di un mese dalle previste elezioni in Kosovo, il Rappresentante speciale del segretariato generale delle Nazioni Unite, Soren Jessen Petersen ha fatto visita a Belgrado.

Obiettivo del nuovo capo dell'UNMIK, la missione dell'ONU che amministra il Kosovo, è stato di persuadere i funzionari di Belgrado a sollecitare la partecipazione dei Serbi alle imminenti elezioni in Kosovo, fissate per il 23 ottobre prossimo.

Petersen ha ribadito che solo se i Serbi andranno a votare e parteciperanno alle istituzioni, il Kosovo potrà essere multietnico. Per far ciò, il danese sostiene che ci siano diversi punti da rispettare, innanzitutto la sicurezza, poi "che tutte le minoranze abbiano gli stessi diritti ed è necessario che i Serbi partecipino a tutte le istituzioni democratiche così come al dialogo, e che partecipino pure alle prossime elezioni. Siamo in un momento molto importante per il Kosovo. Forse, dopo le elezioni, affronteremo in modo più deciso lo status finale della regione. Tutti devono essere parte di quel dialogo, e ciò significa che tutti devono partecipare ai processi democratici".

Il capo dell'UNMIK se ne va da Belgrado senza una promessa sulla partecipazione dei Serbi alle elezioni di ottobre. Nonostante ciò si è detto soddisfatto dell'incontro col neo presidente serbo, Boris Tadić, col quale dice di avere diversi punti in comune. Anche Tadić, pur ribadendo la necessità del rispetto della Risoluzione 1244 che afferma che il Kosovo è parte della Serbia e Montenegro, sostiene che ci sia spazio per la continuazione del dialogo tra Pristina e Belgrado e per i rispettivi piani di soluzione per il Kosovo.

Il presidente serbo considera che oggi il Kosovo sia il maggior pericolo per il mantenimento dei valori europei. "Questa è la sfida maggiore con cui l'Europa di oggi si confronta e la mia opinione è che proprio in Kosovo e Metohija oggi si difendano i valori umani fondamentali".

Senza equivoci e di tutt'altro tono le parole del capo del Centro del coordinamento per il Kosovo, Nebojša Čović, candidato a sindaco di Belgrado. Secondo Čović non c'è alcun motivo per cui i Serbi debbano partecipare alle elezioni di ottobre. Nell'intervista rilasciata per la TV B92, nel tg delle 19.30 del 30 agosto, Čović in modo risoluto sostiene che "il signor Jessen Petersen è un professionista venuto per assicurare, operativamente, ciò che forse cercherà di fare, ossia l'indipendenza del Kosovo e Metohija. Ho un'altra conferma di ciò. In un colloquio telefonico con il signor Petersen, gli ho proposto una cosa molto importante: che il Gruppo di contatto, alla cui riunione parteciperà a Berlino, faccia una dichiarazione che sia un chiaro messaggio agli Albanesi, ossia alle comunità nazionali albanesi e ai leader albanesi, che non ci sarà l'indipendenza del Kosovo e Metohija, che il Kosovo e Metohija rimarrà di sicuro sotto la bandiera della serbia e Montenegro, cioè della Serbia".

Parole che contrastano apertamente con le dichiarazioni rilasciate, la scorsa settimana, da Hashim Thaci, leader del Partito democratico del Kosovo. Quest'ultimo ha infatti ribadito, all'agenzia austriaca APA, di rifiutare il piano del governo serbo per il decentramento, considerandolo "pericoloso e del tutto inaccettabile". La sola possibilità di soluzione, secondo Thaci, non può che essere l'indipendenza della provincia.

Dichiarazioni alle quali fanno eco quelle del premier kosovaro Bajram Rexepi, in visita la scorsa settimana a Tirana. Secondo Rexepi, "senza la soluzione dello status, il Kosovo potrebbe piombare di nuovo nel caos".

Possibilità questa avanzata pure da Dušan Janjić, direttore del Forum per le relazioni interetniche, in un'intervista rilasciata per il settimanale belgradese NIN il 26 agosto. Secondo Janjić, il quale riprende gli avvisi lanciati nelle scorse settimane dai servizi di sicurezza serbi, gli estremisti kosovari potrebbero riproporre di nuovo lo scenario del 17 marzo scorso, sfociato in un'ondata di violenze contro la minoranza serba in Kosovo.

Secondo Janjić, inoltre, queste elezioni sono molto più importanti per i politici albanesi del Kosovo, perché in questo modo risolverebbero le relazioni interne. Il calo di popolarità di Rugova potrebbe far salire il consenso per i partiti di Ramush Haradinaj e di Hashim Thaci, i quali - secondo l'analista di Belgrado - avrebbero già approfittato degli avvenimenti di marzo per incrementare la loro popolarità.

Della caduta di popolarità della LDK di Rugova, sperano di poter ottenere un vantaggio anche quelle forze democratiche che si presenteranno alle prossime elezioni, tra cui il noto giornalista Veton Surroi, l'unico oltre ai partiti già affermati che - secondo Janjić - potrebbe guadagnare un posto in parlamento.

Grande attesa c'era stata pure venerdì scorso a Belgrado, durante la seduta del Gruppo di Contatto più la NATO e la UE. L'intento della seduta era il tentativo di persuadere i Serbi a non boicottare le elezioni del 23 ottobre in Kosovo, come era stato chiesto dai rappresentanti del governo di Belgrado alla fine di luglio. Questo non facile compito è stato affidato al cosiddetto Gruppo di contatto plus, estensione del Gruppo di contatto, formatosi dopo gli avvenimenti del 17 marzo scorso.

Tuttavia anche la seduta del Gruppo di contatto non ha sortito alcun esito positivo, oltre alla dichiarazione di continuare gli sforzi per il dialogo. Il problema maggiore, sottolineato ripetutamente sia dal premier serbo Voijslav Koštunica che dal presidente della repubblica Boris Tadić, è la sicurezza delle minoranze e in particolare di quella serba. Requisito che diventa conditio sine qua non per poter partecipare alle elezioni del 23 ottobre, senza garanzie è difficile che i Serbi decidano di partecipare alla tornata elettorale.

Secondo B92 al centro della discussione di venerdì 3 settembre c'erano il piano serbo per il Kosovo e la connessa questione della decentralizzazione, mentre la decisione sulla partecipazione dei Serbi alle elezioni di ottobre dovrebbe essere discussa in una successiva riunione del Gruppo di contatto.


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