Shpend Ahmeti (foto © Jelena Prtorić)

Shpend Ahmeti (foto © Jelena Prtorić)

Al suo secondo mandato Shpend Ahmeti, già di Vetëvendosje! e ora del Partito socialdemocratico, spiega cosa vede nell’immediato futuro della capitale kosovara: solidarietà, sviluppo equo e giustizia sociale

05/09/2018 -  Giovanni ValeJelena Prtorić

Sindaco di Pristina dal 2013, Shpend Ahmeti è uno dei politici più noti del Kosovo. Laureato all’Università di Harvard, ha lanciato il partito liberale “Nuovo Spirito” nel 2010 e si è poi unito al fronte di opposizione “Vetëvendosje!” (Autodeterminazione, in albanese), un movimento di sinistra-sovranista, da cui è uscito sbattendo la porta questa primavera. Rimasto primo cittadino della capitale kosovara, Shpend Ahmeti parla oggi delle sfide della sua città e del suo futuro politico in Kosovo.

La sua rottura con Vetëvendosje! è stata uno shock nel panorama politico kosovaro. Lei era uno degli esponenti più in vista del movimento. Cos’è successo?

Per tutta la mia vita mi sono considerato un socialdemocratico e Vetëvendosje! era un partito ombrello che ha dato asilo a molte persone insoddisfatte. Ma dai 20 membri iniziali [Vetëvendosje! è nato nel 2005, ndr.), si è arrivati ad oltre 20mila e, insistendo su delle politiche omogenee, non siamo stati capaci di creare un sistema in grado di gestire il dissenso all’interno del partito. Improvvisamente, la questione della direzione da prendere ha svelato diverse risposte: sinistra radicale, marxismo, socialdemocrazia, nazionalismo…. tutte queste anime erano presenti sotto lo stesso ombrello. Non ha funzionato.

Lei è comunque rimasto a capo del comune di Pristina, che raccoglie quasi un quarto della popolazione kosovara. Quali sono le sfide maggiori della città oggi?

Le infrastrutture. Dopo la guerra abbiamo vissuto ciò che noi chiamiamo il “periodo neoliberale”, ovvero un’epoca in cui per 15 anni la gente ha costruito dove e come gli pareva. In quegli anni, la città ha perso la sua lotta contro le costruzioni illegali. Ma se 2,5 miliardi di euro sono stati investiti nell’edilizia, almeno un terzo di quella somma sarebbe dovuto andare nelle infrastrutture: acqua, fognature, elettricità… Ma non è stato fatto e ora stiamo cercando di correre ai ripari, mentre la città si allarga ancora. Nei prossimi vent’anni, dunque, dobbiamo rallentare il ritmo delle costruzioni e dare alla città la possibilità di dotarsi delle infrastrutture necessarie. Nel 2013 siamo riusciti a fermare le costruzioni illegali e, dopo una battaglia durata sei mesi, abbiamo ripreso il controllo della città. Ora siamo nella situazione in cui abbiamo un paziente clinicamente morto e lo stiamo tenendo in vita mentre ripariamo gli organi uno ad uno.

Quali misure si possono prendere?

Non si tratta soltanto di misure, il cambiamento deve arrivare dal basso. Dal canto nostro, abbiamo fermato le costruzioni illegali e ora dobbiamo limitare quelle legali, rendendo la normativa un po’ più dura, in modo che non sia così facile ed economico, come ora, ottenere un permesso edilizio. Ma cambiare la mentalità della gente è la sfida più difficile, perché per risolvere il problema delle infrastrutture basterebbe avere i soldi, ma con la mentalità della gente è diverso.

Ad esempio, ora ci stiamo occupando del numero delle auto in circolazione. L’inverno scorso, abbiamo avuto un grande dibattito sul problema dell’inquinamento e tutti sanno quel che sta succedendo in città. Come misura comunale, abbiamo deciso di vietare il traffico in centro per due giorni. So benissimo che questo non risolve l’inquinamento, ma ha creato le basi per una discussione. C’è chi ci ha criticato, chi si è reso conto che può andare al lavoro a piedi… ed è questo genere di cose che rende una città più progressista. Poi, servono generazioni per cambiare davvero e noi vogliamo preparare tutto affinché la prossima generazione possa fare meglio.

Pristina è per altro una città molto giovane...

Sì, Pristina è la città più giovane d’Europa: il 50% degli abitanti ha meno di 25 anni e il 70% ne ha meno di 35. Quindi quando gestiamo questa città, dobbiamo tenere a mente che la maggior parte dei suoi residenti ha tra i 15 e i 35 anni e che ci sono moltissime famiglie giovani in cerca di nuovi appartamenti. E se da un lato, ci sono dei quartieri in cui si possono trovare appartamenti a buon prezzo, dall’altro le persone si lamentano della mancanza di infrastrutture. Ancora una volta, questo crea lo spazio per una discussione e cambia anche il tipo di domanda di immobili e l’approccio della gente.

Oltre al traffico e all’inquinamento, una delle priorità della sua giunta è la gestione dei rifiuti. Che succede in questo ambito?

Anche qui, serve un cambio di mentalità accompagnato dall’introduzione di un miglior servizio. Stiamo preparando una grande campagna che inizierà questo autunno. L’obiettivo è quello di pulire la città, per cui introdurremo delle multe per chi getta spazzatura per strada e avremo anche una “polizia verde” dedicata proprio a questo. Oggi abbiamo un’ottima opportunità per mettere sotto controllo il sistema rifiuti, perché abbiamo cambiato il metodo di pagamento e ora i cittadini pagano [le tasse sulla spazzatura, ndr.] direttamente al comune. A partire da settembre, questa grande campagna di informazione servirà dunque a coinvolgere gli abitanti e a mostrare che il comune è al loro servizio.

A che punto siamo con il riciclaggio a Pristina?

Direi che ci vogliono ancora due anni prima di arrivare al riciclaggio. Si tratta di una sfida più lunga del mandato di un sindaco. Solo quest’anno siamo riusciti a capire quante tonnellate di rifiuti produciamo. Ora, Pristina è l’unica città del Kosovo che ha abbastanza rifiuti per farne qualcosa. E noi useremo certamente questa opportunità.

La sua prima campagna elettorale, nel 2013, si era svolta attorno al tema della lotta alla corruzione. Cinque anni più tardi, quali sono gli sviluppi?

Quando non si ha un sistema efficiente, ci si può basare soltanto sulla buona o cattiva fede degli amministratori. Io, personalmente, posso dire di lottare contro la corruzione, ma il mio successore potrebbe non farlo. Ecco che quello che ci serve è un sistema e penso anche alla tecnologia, che può permettere di rendere l’amministrazione più trasparente. Abbiamo la miglior piattaforma di open data della regione - non voglio essere modesto al riguardo - e lì pubblichiamo tutto, persino le richieste per i permessi di costruzione. Questo cambia il comportamento di politici e funzionari pubblici. Fanno più attenzione.

Faccio sempre l’esempio del politico che va al ristorante sabato a pranzo. Mi è successo tante volte che un cameriere mi chieda: “Metto sul conto del comune?”. E io gli rispondo: “Vedi bene che è sabato e che non sto lavorando, perché dovresti metterlo sul conto del comune?”. Ma non è colpa sua, è tradizione che le istituzioni siano usate per pagare anche i pasti privati.

Che tipo di sistema contro la corruzione state creando a Pristina?

Innanzitutto, abbiamo identificato i punti deboli, ad esempio gli impiegati del dipartimento sviluppo urbano hanno uno stipendio da 500 euro al mese, ma attribuiscono permessi edilizi da decine di milioni di euro. Lì, bisogna controllare due, tre volte le autorizzazioni emanate. Ma ci siamo anche mossi sul piano giudiziario, abbiamo fatto causa ad alcuni ispettori edilizi che avrebbero dovuto verificare diversi palazzi, costruiti - a nostro avviso - illegalmente. In primo grado, dieci di loro sono stati condannati a diversi anni di prigione. Questo manda un messaggio chiaro agli investitori.

Ci siamo anche mossi contro una grande compagnia energetica che riforniva le nostre scuole con del gas contenente solfuro. Serve ad espandere il volume del gas e brucia in fretta, ma è nocivo per la salute dei bambini. Ricordo che nessun laboratorio voleva analizzare i miei campioni, li ho dovuti mandare in Italia. Anche in questo caso, i fornitori sono stati condannati a 4 anni e mezzo di prigione.

Ovviamente quando attacchi il sistema, il sistema contrattacca. Sono state aperte più inchieste contro di me che nei confronti di qualunque altro politico kosovaro. Ma andiamo avanti.

Intanto però, gli abitanti di Pristina e del Kosovo continuano a sognare di vivere altrove, di emigrare. Cosa si può fare?

Sì, nonostante il problema della liberalizzazione dei visti, molti dei nostri connazionali vivono ormai all’estero, per esempio in Germania. Ma al tempo stesso queste sono le regole del gioco, la libertà di movimento che tanto vogliamo. E va anche detto che il fatto che un kosovaro su tre viva all’estero è ciò che ci tiene in vita, economicamente. È interessante notare come i membri della diaspora tornino sempre in Kosovo per le loro vacanze, malgrado abbiano i mezzi per andare altrove.

Ho lavorato alla Banca mondiale e alla BERS, ma penso che se cerchiamo di fermare la fuga di cervelli con un approccio classico, non otterremo grandi risultati. Dobbiamo fare appello più ai sentimenti che alla ragione. Perché razionalmente, la cosa giusta da fare è partire, ma sentimentalmente tutti vogliono restare.

Pristina sta riflettendo anche ad una strategia turistica?

Ci stiamo lavorando proprio ora. Ma anche senza fare nulla, negli ultimi anni, il numero di visitatori è aumentato notevolmente. Dialoghiamo con i turisti per capire cosa cercano, ma è difficile arrivare ad una risposta precisa. A Pristina c’è la più vecchia moschea d’Europa, il quartiere ottomano, l’architettura jugoslava che molti vorrebbero distruggere, come il Grand Hotel. Poi, il periodo neo-liberale, con i boulevard George Bush e Bill Clinton, piazza Madeleine Albright, con delle case in cima ai palazzi, tutte queste assurdità. Abbiamo probabilmente la più brutta statua di Bill Clinton al mondo. L’ha inaugurata sua moglie Hillary, con una faccia del tipo “questo non assomiglia proprio a mio marito!”.

Pristina è poi vicina a tante altre destinazioni regionali: Tirana, la costa albanese e montenegrina, Salonicco, Belgrado… Tutto è a portata di mano, anche gli impianti sciistici e le montagne.

I successi musicali aiutano a promuovere la città?

Abbiamo due delle migliori cantanti al mondo: Dua Lipa e Rita Ora, che vengono proprio da Pristina. Abbiamo organizzato di recente un festival proprio con Dua Lipa e useremo il più possibile questo per cambiare l’immagine del Kosovo. Quando sono andato a New York e ho detto che ero albanese, la gente mi ha risposto “ah, Dua Lipa è albanese!”. È un’ottima opportunità per noi. E siamo anche molto ospitali. Se vai in giro per Pristina con una cartina, dopo due o tre minuti qualcuno arriverà a chiederti che cosa cerchi. Dobbiamo mettere in risalto queste cose...

Per attirare nuovi investitori?

Sì. Sono molto contento che KFC sia sbarcato qualche settimana fa, non tanto per il cibo spazzatura che vendono ma per l’aspetto simbolico. Due anni fa, è arrivato l’austriaco Cineplex, dopo oltre un anno di negoziati. Dicevano che nel paese più povero d’Europa non avrebbero mai venduto nulla. Invece, si erano dati come obiettivo di vendere 250mila biglietti in un anno e ne hanno venduti 400mila. Pure Pizza Hut ha battuto il suo record di vendite dopo appena una settimana dall’apertura. C’è dunque più interesse e questo porta a maggiori investimenti. Lo vedo nelle richieste di incontri che ricevo da parte di grandi compagnie.

Che progetti ha per il suo futuro politico?

Questo è il primo anno del mio secondo mandato da sindaco e la mia priorità è Pristina. Anche quando mi hanno chiesto di diventare presidente dei Socialdemocratici, ho accettato a condizione di potermi occupare innanzitutto della città. Per il resto, ho consacrato la mia vita alla cosa pubblica, per cui farò tutto ciò che serve per il mio paese. Ma per ora, il mio focus è Pristina.

L’ingresso nel Partito Socialdemocratico (SD), nel maggio scorso, è stata la sua ultima trasformazione politica. È soddisfatto di quella piattaforma?

Sì. Non ci sono battaglie facili in politica e qui cerchiamo di cambiare ciò che si è fatto negli ultimi vent’anni. Il panorama politico è diviso tra partiti anteriori alla guerra, quelli nati dopo e i movimenti etnici. Il nostro obiettivo è essere un partito ideologico, socialdemocratico, poco importa l’etnia. Perché ci sono buoni socialdemocratici anche tra i serbi. Ma non si tratta di cambiamenti facili. In fondo, penso che siamo tutti socialdemocratici in qualche modo. Prendi ad esempio questo paese, abbiamo un alto tasso di povertà ma nessuno muore di fame per strada. Significa che i legami sociali sono ancora forti e che c’è solidarietà. Ed è questo ciò di cui abbiamo bisogno e che dobbiamo riscoprire: solidarietà, sviluppo equo e giustizia sociale.


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