Polifemo - © delcarmat/Shutterstock

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Due libri le cui strade si incrociano a accompagnano, per raccontare come la lingua greca appartenga alla nostra contemporaneità. Una recensione doppia di "Le porte del mito" di Maria Grazia Ciani e "Le parole della nostra storia" di Giorgio Ieranò

17/12/2020 -  Diego Zandel

È singolare come due libri usciti a pochi mesi l’uno dall’altro, in due collane diverse di una stessa casa editrice, la Marsilio, pur perseguendo progetti anch’essi diversi, riescano straordinariamente a integrarsi tra loro dando completezza a una visione di insieme: la presenza del mondo greco antico nella nostra vita di tutti i giorni, almeno attraverso i miti e le parole che da quello derivano. Parliamo de “Le porte del mito” sottotitolo “Il mondo greco come un romanzo” di Maria Grazia Ciani, nella collana Biblioteca e di “Le parole della nostra storia” sottotitolo “Perché il greco ci riguarda” di Giorgio Ieranò, nella collana Nodi.

Naturalmente entrambi gli autori sono grecisti: Maria Grazia Ciani è stata docente di letteratura greca e storia della tradizione classica all’università di Padova, salita alla ribalta per la traduzione dei due poemi omerici Iliade e Odissea, sempre per i tipi di Marsilio; Giorgio Ieranò, docente di Letteratura greca all’Università di Trento, tra i tanti libri di sua produzione vanta anche un best seller come “Arcipelago. Isole e miti del Mar Egeo”, uscito da Einaudi nel 2018.

Nel suo delizioso trattatello Maria Grazia Ciani ripercorre ancora i poemi omerici nei quali è stata immersa nel lungo tempo della traduzione, lavoro che inevitabilmente l’ha spinta a ricerche, rimandi, evocazioni, annotazioni, riletture, che sono sicuramente alla base delle bellissime riflessioni che emergono, capitolo dopo capitolo, nel suo libro. Quasi una sorta di diario personale, se vogliamo, seppur ad uso di noi lettori per aiutarci a penetrare per altre strade a quel mondo con il quale la traduttrice è convissuta. Vale anche per lei quanto ha scritto a proposito della compenetrazione dell’Iliade nell’Odissea, due opere che “benché separate da un lungo intervallo di tempo nella loro composizione appaiono strettamente legate dalla memoria indelebile di un passato che ha segnato la storia e sconvolto l’esistenza dei suoi protagonisti. Possiamo dire che il ricordo dell’Iliade percorre e pervade l’Odissea dal principio alla fine”.

Credo che anche il grande lavoro dell’autrice sui due poemi percorre e pervade la sua esistenza e che “Le porte del mito”, attraverso i suoi tanti e brevi capitoli nei quali Maria Grazia Ciani ci riporta a quel mondo, ne sia la testimonianza più viva. Quanto all’aggancio con il libro di Ieranò sottolineerei in particolare i capitoli “Giochi di parole” e “Parole, ancora parole”, che nascono dalla valutazione di quanto L’Iliade sia “lo scrigno prezioso della lingua greca” che “alimenterà la poesia, lirica e tragica, la narrativa, la prosa”, per affermare subito dopo che “ogni termine ha il suo significato, dà un segnale preciso, trasmette emozioni, ideali, principi inderogabili”. Questo ha provato lei alle prese con il capolavoro, anzi con i due capolavori, pervenendo poi al dubbio che sorge a confronto con questa meraviglia linguistica, e cioè quanto il nome di Omero non sia solo una sigla, se sia mai esistito un uomo chiamato Omero, se era uno solo, se erano due (Iliade e Odissea), se fosse un’intera équipe?”. Dubbio legittimo in ragione del fatto che la loro influenza su una lingua con la quale ancora oggi facciamo i conti sia stata tanto pervasiva. Molte nostre parole in uso oggi derivano pertanto da quei due imprescindibili poemi.

Ed eccoci qui al libro di Giorgio Ieranò: “Le parole della nostra storia”, un libro che si apre su quanto Marguerite Yourcenar ha fatto dire ad Adriano in quella pietra miliare del Novecento che è il suo “Memorie di Adriano”, messo da Ieranò in esergo: “Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma il contatto diretto e vario della realtà, l’ho amata perché quasi tutto quello che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco”.

Giorgio Ieranò ci dimostra – già lo sapevamo, ma lui immerge ogni termine in un bagno di conoscenza e interpretazione storico-letteraria oltre che filologica – come il greco sia profondamente presente nella nostra realtà, di oggi, e nella cultura giudaico-cristiana alla quale apparteniamo. L’Iliade e L’Odissea sono lontani rispetto ai Vangeli. Eppure anch’essi sono scritti in greco. Nessuno dei suoi studenti dell’università ai quali ha chiesto, appunto, in che lingua erano scritti, ha saputo rispondere. “Si ha a volte l’impressione che, nonostante le ore di religione a scuola, in Italia la conoscenza dei testi sacri resti un po’ difettosa”. E anche più avanti si vedrà l’uso delle “parole pagane per il Dio cristiano”. Ma è solo un segmento della felice disquisizione, ricca di aneddoti, riferimenti, letture, con le quali l’autore ci mette a contatto, attraverso la lingua greca, con le sue parole, con la nostra storia e perché il greco ci riguarda. E un prezioso glossarietto in appendice al libro ce lo conferma ampiamente, qualora ce ne fosse mai bisogno.

 

 

 


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