Fu tra chi più contribuì, ai suoi albori, alla stampa in lingua serba. Un approfondimento su Božidar Vuković, testimonianza dei legami profondi tra la cultura latino-occidentale e l'Europa orientale

06/02/2018 -  Andrea Zoller

Dal 1539 Božidar Vuković riposa sulle rive del lago di Scutari. Il suo ultimo desiderio fu quello di ritornare nella sua terra, il Montenegro, dopo una vita trascorsa in esilio in quella che lui stesso aveva definito “la gloriosa” Venezia. Una vita segnata dall’amore per la propria tradizione, al servizio del popolo e della cultura religiosa serba.

Nel 1496, dopo la conquista di Zeta, ultima roccaforte montenegrina a cadere sotto l’assedio dei turchi, Božidar Vuković fuggì a Venezia, all’epoca importante punto di riferimento culturale e politico per le popolazioni cristiane dei Balcani minacciate dall’avanzata turca. Qui divenne uno dei membri più importanti della comunità greco-ortodossa locale, di cui la stessa diaspora serba faceva parte, e di cui più tardi sarebbe stato anche rappresentante ufficiale. Il soggiorno, suo malgrado costretto, nell’allora capitale della stampa europea permise a questo giovane mercante originario di Podgorica di realizzare una delle più importanti missioni culturali nella storia della letteratura serba: tra il 1519 e il 1540 la stamperia veneziana fondata da Vuković pubblicò sette diversi libri liturgici in slavo ecclesiastico, la lingua utilizzata fino ad oggi nelle celebrazioni e nelle preghiere dalle Chiese ortodosse slave. Si tratta di alcuni tra i più antichi libri serbi stampati, secondi solamente ad una pubblicazione veneziana del 1483 e ad un libro ecclesiastico stampato dallo stesso Božidar negli anni ’90 del Quattrocento in territorio montenegrino. Sempre alla fine del XV secolo, inoltre, il signore di Zeta Đurađ Crnojević aveva fondato la prima stamperia serba della storia, la cui esperienza sarebbe tuttavia ben presto terminata con l’arrivo dei turchi.

L’avvento turco nei Balcani segnò una pesante battuta d’arresto nello sviluppo della tradizione religiosa cristiana, che spesso fu costretta a ridursi ad una mera espressione di culto, senza la produzione di libri nelle stamperie, senza quel fiorire di scuole filosofiche e teologiche che costellavano invece i territori dell’Europa occidentale. Fino al Settecento i libri circolanti nella Serbia ottomana furono infatti stampati all’estero, a Venezia, in Russia o nei territori asburgici abitati dagli esuli serbi. In questo contesto Božidar Vuković, grazie anche alle proprie conoscenze e alle disponibilità economiche derivanti dall’attività commerciale, si sentì chiamato ad una missione: quella di fornire anche ai serbi, così come stava avvenendo per gli altri popoli europei, una letteratura sacra stampata, più agevole e comoda degli antichi manoscritti conservati nei monasteri.

Si trattava di una grande impresa non solo dal punto di vista commerciale, ma prima di tutto culturale e spirituale, nel solco della tradizione umanistica europea: si trattava di un’operazione di trasmissione e divulgazione della cultura. Se ancora oggi, alla luce delle divisioni politiche imposte nel secondo dopoguerra, siamo abituati a pensare (o, peggio ancora, a non pensare) il mondo slavo e l’Europa orientale come entità culturali slegate dalla nostra storia, l’esempio veneziano di Vuković può essere invece testimonianza dei legami profondi tra la cultura latino-occidentale e questo mondo altro.

Al centro di questi legami stava proprio la città di Venezia, che per secoli rappresentò per l’Occidente latino la più importante “finestra” sul mondo ad Oriente: qui, nel 1519, l’imprenditore serbo-montenegrino stampò il suo primo Služebnik, una raccolta di testi liturgici. Nella postfazione a questa prima edizione Božidar Vuković parla brevemente della propria vita e delle proprie origini: nativo di Podgorica, era quindi venuto a trovarsi nelle “terre italiane”, nella “gloriosa città di Venezia”. Sempre nello Služebnik ci viene narrato di come questo mercante di Podgorica si fosse personalmente adoperato per creare le tessere tipografiche in alfabeto cirillico serbo per la realizzazione di questi libri liturgici “utili all’anima”. Mosso dal desiderio di rendere omaggio a Dio e di permettere ai propri connazionali un accesso più facile alla Parola sacra, egli aveva dato vita alla prima grande stamperia serba della storia. Essa fu attiva dapprima in due fasi, tra il 1519-1520 e il 1536-40, per poi essere portata avanti dal figlio Vincenzo dopo la morte del suo fondatore. La stamperia venne successivamente rilevata da impresari veneziani.

Come già accennato, Vuković fu molto più di un semplice impresario: le sue edizioni, che furono usate per secoli dai serbi ortodossi nei Balcani, si caratterizzano per la bellezza delle miniature e lasciano trapelare in ogni dettaglio la dedizione dello stampatore alla propria missione. Le prefazioni e le postfazioni apposte alle diverse stampe sono delle vere e proprie prove di perizia poetica e teologica, e rappresentano delle importanti pagine nella storia della cultura letteraria serba: scrivendo in slavo ecclesiastico, Božidar Vuković ripercorre e interpreta la storia della Sacra Scrittura, narrando le tappe fondamentali di un cammino liturgico che da Mosè e dai Profeti conduce sino alla contemporaneità della stampa in cirillico.

Il grande sogno, mai realizzato, di questo “peccatore” serbo-montenegrino sarebbe stato il trasferimento dell’attività tipografica nella sua terra d’origine, presso i popoli per i quali essa era stata creata. La vita a Venezia, negli ultimi anni, fu infatti sempre più dura per Božidar. Nelle note apposte dallo stampatore alle sue ultime edizioni emergono amarezza e sconforto: se nel 1519 la Serenissima veniva definita “gloriosa”, nel 1538 egli lamentava di vivere in terre “dominate dall’eresia”. Deluso dalla pressione del mondo cattolico sulla comunità ortodossa veneziana – nonostante la tradizionale politica di tolleranza della città di Venezia – e dalla conversione al cattolicesimo del figlio Vincenzo, egli sperava in un ritorno quasi impossibile nei Balcani.

Božidar Vuković fu conosciuto a Venezia e in Italia come Dionisio della Vecchia: un nome che, simbolicamente, sembra ricordarne il luogo di sepoltura, il monastero di Starčeva Gorica sul lago di Scutari – la radice slava star- significa, appunto, “vecchio”. Solo la morte rese possibile il ricongiungimento materiale definitivo con la terra natale; una terra che, almeno spiritualmente, Božidar non abbandonò mai, perpetuandone a modo suo la memoria attraverso la forza dei libri e della parola.


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