Un romanzo che seppur scritto nel 2009 è di sorprendente attualità per le forti analogie con quanto sta accadendo in questo periodo. Lo scrittore greco Dimitris Sotakis narra la vicenda surreale che costringe il protagonista del romanzo prigioniero in casa propria

21/04/2020 -  Diego Zandel

Dimitris Sotakis, uno scrittore greco quarantasettenne con diversi titoli all’attivo, ha scritto “Il miracolo di respirare” nell’ormai lontano 2009. Poche settimane fa, prima ancora che ci obbligassero a restare a casa a causa del covid 19, il romanzo è stato pubblicato in Italia da Del Vecchio editore, per la bella traduzione di Maurizio De Rosa. Ebbene, la storia che racconta, se fosse stata scritta oggi, diremmo che a ispirarla è stata questa nostra reclusione coatta, tanto somigliante ad essa è la situazione in cui incorre il protagonista del romanzo, un giovane disoccupato, sempre in cerca di mettere insieme il pranzo con la cena, con una fidanzata, Risha, che vorrebbe sposare, ma che non potrebbe neppure mantenere, anzi dalla quale dovrebbe farsi mantenere, perché lei almeno lavora, e, infine, con una madre anziana e malata bisognosa di cure per la quale stenta a trovare i soldi per le medicine.

Il giovane un giorno risponde a una domanda di lavoro presso una ditta di traslochi, e quando viene chiamato per un colloquio, si sente chiedere “Quanto è grande la casa in cui vive?”. Il ragazzo ha la casa non grandissima, dichiara, ma ugualmente gli dicono che per loro è sufficiente: il lavoro, infatti, consisterebbe nell’utilizzo della casa in cui vive per sistemare dei mobili in deposito. Gli fanno vedere anche il “contratto di lavoro” e il giovane si meraviglia dei soldi che per quella disponibilità gli offrono. “Ma è una cifra enorme!” esclama, non capendo perché con tutti quei soldi la ditta non affitti un padiglione, un magazzino. Ciò che gli chiedono in cambio, insieme all’appartamento, è però la sua continua presenza in casa, perché i facchini possono arrivare a ogni ora del giorno e della notte. In apparenza, sembra un lavoro facilissimo. Ma proprio per questo, e per il guadagno che comporta – tanto che gli permetterebbe alla fine dell’anno di comprare anche un appartamento in cui andare a vivere con Risha - il giovane sospetta chissà quali imbrogli nasconda quell’offerta. Così, in un primo momento, si riserva di accettare, per poi consultarsi sia con la fidanzata che con il suo migliore amico, un artista, Dyto. Entrambi lo mettono in guardia: la “proposta di lavoro”, commisurata ai guadagni, sembra davvero strana. Ma, alla fine, trattandosi di un contratto per un solo anno, convengono tutti sulla opportunità di accettare. E così il giovane fa.

Da quel momento, un po’ alla volta, cominciano ad arrivare i facchini, talvolta anche all’alba o la sera tardi o anche durante il giorno. Un divano, poi un tavolo e sedie, poi un armadio, tutti mobili di pregio che, sistemati qua e là non ingombrano al momento più di tanto. Ad ogni trasporto il capo dei facchini, assicura il giovane che i soldi sono stati versati sul suo conto in banca. E a una veloce verifica, risulta così. Il giovane è alle stelle, vedendo che, a ogni arrivo di mobili in casa, il suo conto corrente cresce. Tanto che con Risha comincia a cercare una casa da acquistare per quando si sposeranno, mentre la madre non ha più problemi nel procurarsi le medicine che le servono. Anche l’amico Dyto finisce nel considerare che quel “lavoro” sia stata davvero una grande occasione.

Intanto i mobili, via via, cominciano ad arrivare con sempre maggiore frequenza. Ma un giorno i facchini arrivano e non lo trovano a casa. Subito scatta la procedura di licenziamento. Del resto, il contratto parla chiaro: in caso di assenza non solo perderebbe il posto di lavoro, ma avrebbe anche l’obbligo di restituire tutti i guadagni fin lì realizzati. E con essi la nuova casa con Risha, le medicine per la madre... A fatica, affrontando gli ostacoli di una burocrazia sorda quanto nemica, il giovane riesce, però, a mantenere il posto. Ma il referente con il quale si era lamentato della sua impossibilità di uscire, oltre a ribadirgli il rispetto del contratto, di fronte alle sue obiezioni sull’essere prigioniero, gli dà pure dell’ingrato. “La prego di tener presente che l’istituto fa del suo meglio per prendersi cura di lei” gli rinfaccia “Come sa, la vita non è uno sport per signorine. Noi le abbiamo offerto un’opportunità professionale, l’abbiamo salvata dall’indigenza e dall’assenza di prospettive”.

Anche la fidanzata e l’amico Dyto gli rimproverano la sua reazione, a loro modo esagerata. Ma, insomma, di che ti lamenti? Inutilmente, di fronte ai mobili di ogni tipo, frigoriferi, lavatrici, poltrone, letti, lampade, comodini, che continuano ad ammassarsi dentro casa sempre più restringendo i suoi spazi vitali, al punto da non avere più neppure dove distendersi per dormire, il giovane cerca di far capire loro la situazione che, col tempo, si sta creando: “Come puoi vedere mi hanno preso in ostaggio nella mia stessa casa!”.

Il momento più angosciante è quando un peggioramento della madre la costringe al ricovero in ospedale, addirittura in terapia intensiva, ma lui non può, non deve allontanarsi da casa, pena l’arrivo dei facchini con la roba in sua assenza, e quindi la perdita di tutto, l’inutilità dei sacrifici fino allora sopportati. Ugualmente fa il tentativo di chiedere un permesso: “Mia madre sta molto male, si trova in terapia intensiva, di recente ha avuto un ict…” Ma il referente lo interrompe: “Mi sta forse dicendo che a causa di un problema personale ha bisogno di uscire di casa?”, facendolo così sentire in colpa.

Pertanto, deve rassegnarsi a non poter andare a trovare neppure la madre che, tra la vita e la morte, giace in ospedale. A dargli notizie di lei sono la fidanzata e l’amico artista, il quale, anzi, quando viene a trovarlo, vedendo la sua testa emergere tra i mobili trova la cosa talmente originale da fargli un ritratto in quella condizione.

Ormai è soffocato dai mobili, preoccupato per la madre, deluso dalla fidanzata e dall’amico. E alle sue proteste, quando il referente torna per controllare che rispetti il contratto, si sente ancora dire: “Noi siamo dalla sua parte, se lo ricordi… e si ricordi anche di quello che succede la fuori (…) nella società… la gente soffre (…) Noi siamo il suo rifugio… un nido su cui può sempre contare… noi le vogliamo bene…”. E il giovane, con un groppo in gola, gli occhi che gli si riempiono di lacrime, cercando di non perdere il controllo, masticando amaro fa: “Lo so che vi prendete cura di me… sento che mi fate del bene…”

Come non trovare, per altro in maniera del tutto casuale come l’uscita di questo libro alla vigilia di un’epoca così particolare quale questa che stiamo vivendo, delle analogie tra quell’Istituto, inventato dalla penna kafkiana di Sotakis, e lo Stato nella situazione attuale dettata dalla presenza del covid 19? Soprattutto relativamente allo spacciare una situazione in cui basterebbero poche accortezze di buon senso – mascherine per tutti e rispetto delle distanze tra le persone con divieto di assembramenti - contro l’uso invece ossessivo dei controlli polizieschi, pattuglie per le strade, blocchi stradali, autocertificazioni varie, droni, elicotteri, controlli delle cellule telefoniche, persecuzione di runner solitari, se osi uscire da casa immotivatamente, come se fossimo tutti dei pericolosi mafiosi o terroristi. Il tutto per il nostro bene? Ma come conclude ironicamente il protagonista del romanzo col pensiero rivolto al suo Istituto, anche noi dobbiamo essere grati al nostro Stato perché almeno non ci vieta ciò che di “più grande possa capitare nella vita di un essere umano: il miracolo di respirare”.

 


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