my_southborough - flickr

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In Grecia, nonostante i richiami dell'UE a implementare programmi di inclusione, esistono ancora "scuole speciali" per bambini e ragazzi disabili. Come se non bastasse, metà dei minori che hanno diritto a frequentare questi istituti restano a casa

24/10/2013 -  Gilda Lyghounis

Per il piccolo Andreas (lo chiameremo così), otto anni, la campanella della scuola non è mai suonata. Abita in un paesino isolato fra le montagne della regione Evritania, nella Grecia continentale, e soffre di un ritardo mentale non gravissimo, ma tale da impedirgli di stare al passo dei coetanei “normodotati” della scuola più vicina.

Se Andreas vivesse in Italia, avrebbe molti meno problemi: l’Italia è uno dei primi Paesi al mondo ad avere abolito, fin dal 1977, le scuole speciali per disabili, nell’ottica dell’inclusione degli alunni con Bisogni educativi speciali (BES) con la comunità: chiunque da Milano a Napoli abbia un figlio che frequenti una classe elementare, media o liceale, sa di un compagno di banco ipovedente, dislessico, autistico o con problemi motori.

Scuole speciali

La Grecia, invece, mantiene ancora le scuole speciali per disabili: “Per la precisione ce ne sono 500 nell’istruzione primaria e 300 in quella secondaria, nonostante ci siano stati richiami dall’Unione europea perché si avviino programmi di inclusione, ossia di accoglienza nella scuola 'normale' con tutti gli accorgimenti didattici e sanitari necessari”, spiega ad OBC Vassilis Vougghias, sociologo nel Centro sanitario di Lamia, Grecia centrale, che si occupa di individuare gli alunni disabili della zona ed ex presidente della Federazione panellenica che riunisce gli insegnanti specializzati nella didattica “speciale” (ΠΟΣΕΕΠΕΑ).

“Ma il vero dramma nel nostro Paese” continua Vougghias “è che circa la metà dei bambini che avrebbero diritto e bisogno di frequentare le scuole speciali, in realtà stanno a casa. I motivi di questa esclusione? Sono tanti: lontananza della scuola “speciale” dal luogo di residenza della famiglia, barriere architettoniche, diffusa mancanza di pulmini per raggiungere la scuola. Tutti ostacoli che fanno sì che questi bambini siano come fantasmi per il sistema scolastico ellenico: il ministero non ha mai fatto un censimento, forse per nascondere le dimensioni del problema. Ma anche per gli alunni che frequentano le scuole speciali”, continua Vougghias, “andarci davvero quotidianamente e soprattutto riceverne un qualificato aiuto educativo è un’odissea, aggravata dall’attuale crisi economica”.

Se infatti il personale docente, dotato di specializzazione per l’insegnamento agli alunni con bisogni educativi speciali, quest’anno ha potuto ancora essere confermato in quasi tutte le 800 scuole per disabili sparse in Grecia, c’è invece una gravissima carenza di psicologi, logopedisti, fisioterapisti, assistenti sociali, educatori che assistono i bambini non autosufficienti con difficoltà ad esempio motorie nei loro spostamenti all’interno della scuola. O specialisti nella comunicazione con la lingua dei segni per i sordi o nella scrittura Braille per i ciechi.

“Tanto per fare un esempio”, precisa Vougghias, “in tutte le cinque prefetture di Beozia, Evritania, Ftiotide, Focide ed Eubea, nella Grecia centrale, lavora solo un logopedista! E anche gli insegnanti nelle scuole speciali, quest’anno sono stati assunti solo grazie a fondi europei. Fondi comunitari per i quali non esiste nessuna garanzia di continuità nei prossimi anni. Lo Stato ellenico non ha destinato neppure un euro ai suoi figli più disagiati”.

Nessuna meraviglia, quindi, che molti bambini magari colpiti da una patologia che necessiti di un logopedista, non vadano a scuola: anche ammesso che vi siano i trasporti, o genitori che li accompagnano in macchina, che vantaggio ne trarrebbero? “A meno che le scuole speciali siano intese come prigioni dove parcheggiare i bambini disabili”, conclude Vougghias.

Crisi ed esclusione

Purtroppo questo avviene in molti casi, soprattutto nelle regioni più disagiate economicamente. A Perama, ad esempio, zona popolare alle porte di Atene dove i (pochi) posti di lavoro vengono dai locali cantieri navali, e dove il 18 settembre è stato ucciso il rapper Pavlos Fyssas dai neonazisti di Alba Dorata, la scuola elementare “speciale” è frequentata da dieci bambini che hanno una sola insegnante: la direttrice, aiutata nel suo lavoro da un bidello. Il trasporto con pulmino non esiste: a pensarci sono i genitori.

Nel vicino comune di Kaminia, invece, nella regione del Pireo, due maestri fanno lezione a 52 bambini, nella assoluta mancanza di personale ausiliario specializzato. “Ma non sono rari i casi in cui la proporzione fra insegnanti e alunni sia di un docente ogni 30-50 bambini alle elementari e di un docente ogni 100-200 ragazzi alle medie!”, denuncia la Federazione panellenica che riunisce gli insegnanti specializzati nella didattica speciale.

Questo non contando il “buco” di almeno 1300 fra psicologi, logopedisti e altro personale ausiliario. Per non parlare delle barriere architettoniche presenti non solo in ogni punto delle città, ma persino in alcune di questi edifici scolastici che dovrebbero ospitare in sicurezza bambini non autosufficienti.

Il 4 ottobre genitori e docenti sono scesi in piazza ad Atene per protestare contro lo sfascio delle scuole speciali. Lo slogan? “Anche quest’anno sono rimasto senza pulmino, senza insegnanti, senza scuola”.


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