(© surasaki/Shutterstock)

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Il romanzo di Ersi Sotiropoulos racconta i tre giorni che il grande poeta greco-alessandrino Costantino Kavafis trascorse con il fratello Ioannis a Parigi nel 1897

07/11/2019 -  Diego Zandel

“Cosa resta della notte” è il quarto libro della scrittrice greca Ersi Sotiropoulos tradotto in Italia. Il precedente “Il sentiero nascosto delle arance”, pubblicato da Newton Compton aveva il difetto di essere stato tradotto dall’inglese, quest’ultimo invece, pubblicato da Nottetempo, ha un traduttore dal greco d’eccezione, Andrea Di Gregorio. E non poteva essere altrimenti.

Il romanzo racconta i tre giorni che il grande poeta greco-alessandrino Costantino Kavafis trascorse con il fratello Ioannis, ma chiamato da tutti John, a Parigi nel 1897, al termine di un lungo tour in Europa. Giorni densi, stimolanti, vissuti con la trepidazione del poeta di provincia, quale Kavafis si considerava, al cospetto dei maestri e critici francesi. Era il tempo degli esordi di uno scrittore, un tale Marcel Proust, sostenuto da Anatole France. Una breve nota “Debolezza espressiva Tecnica difettosa” intravista da Kavafis a casa del poeta e critico letterario Jean Moréas sulla busta che egli riconosce essere la propria e che conteneva le poesie che Kavafis gli aveva mandato da Alessandria lo aveva messo in crisi.

Quei tre intensi giorni di Kavafis - in una Parigi dove arrivano gli echi di una Grecia umiliata dalla guerra con la Turchia e i francesi erano alle prese con l’affare Dreyfus - necessitavano di una tenuta di pagina, una scrittura intensa, quale Ersi Sotiropoulos è riuscita a dare, così come di una superba, adeguata traduzione in italiano. E può, pertanto, non essere considerato secondario, in questo contesto, che Andrea Di Gregorio sia appena uscito da una traduzione dell’intero corpus delle poesie di Kavafis pubblicate in vita, e ora disponibili per i tipi di Garzanti nella collana de “I grandi libri”.

In questo senso, all’insegna del traduttore, i due libri, per il lettore italiano, sono intrecciati. Perché è chiaro che se la scrittrice greca si è significativamente concentrata nel raccontare i tre giorni parigini di Kavafis, in realtà l’obiettivo del romanzo era quello di far trapelare l’intera vita e arte del poeta, anche se allora era ancora relativamente giovane, solo trentaquattrenne, avendo davanti a sé altrettanta vita da vivere e opere da realizzare (sarebbe morto ad Alessandria il 29 aprile del 1933, giorno del suo settantesimo compleanno).

Significativamente, nella nostalgia che a Parigi, dopo quasi due mesi di assenza da Alessandria, il poeta avvertirà per la sua città, il lettore assisterà anche alla formazione dei famosi versi che la riguardano: “La città, lei sì ti seguirà, e sempre per le stesse strade/ti aggirerai. E invecchierai in quelle stesse contrade”, che fanno parte della poesia “La città”: significativamente, perché questi versi non sono stati scritti allora, bensì nel 1910, ovvero tredici anni dopo. L’autrice li ha infatti liberamente inseriti in quel contesto per propria invenzione, proprio per sottolineare lo struggimento che dava a Kavafis il ricordo di Alessandria lontana e il forte legame che aveva con essa.

Proprio per questo vale la pena sottolineare che abbiamo a che fare con un romanzo, non con una biografia (di biografie vere Di Gregorio, nella postfazione, cita la bellissima e forse unica pubblicata in Italia di Robert Liddell, uscita nel 1997 da Crocetti per la traduzione di Marina Lavagnini) ed Ersi Sotiropoulos con la sua opera, più che, appunto una biografia, suggerisce invece la sua volontà di scrivere un romanzo che restituisca per intero la figura e lo spirito del poeta alessandrino, compresa la sua sensualità che ha significativamente caratterizzato non pochi splendidi versi di Kavafis.

Del resto, la stessa copertina del libro fortemente allusiva, lascia prefigurare un soggiorno parigino all’insegna di avventure omosessuali che invece qui vivono solo nel ricordo, nelle somiglianze dei ragazzi che si trova a incontrare posando su di loro null’altro che il suo sguardo carico di desiderio. Uno in particolare, così simile all’adolescente che aveva intravisto nell’officina di un fabbro a Yeniköy, “chino sull’incudine, seminudo, con le scintille che sprizzavano sul petto sudato” e che poi lui aveva preso intenzionalmente a seguire. A Parigi si limita a toccarsi al ricordo, ad accarezzarsi intimamente, già pensando alla vecchiaia che avrebbe raggrinzito quella sua pelle ancora giovane e liscia, dandosi nel frattempo soddisfazione per poi, come sempre, vergognarsene.

In questo senso, “Cosa resta della notte” più di qualsiasi biografia, ci restituisce davvero il Kavafis più intimo, più segreto, e l’autrice gli ha dato tutta la sua sensibilità di donna, entrando nel personaggio come una sorta di fidanzata impossibile, di innamorata, che traluce soprattutto attraverso una scrittura tanto intensa quanto delicata, quasi un ricamo, grazie anche ai tanti rimandi ai versi del poeta e che sono elegantemente intessuti con la storia che racconta.

Pertanto, come fa lo stesso Andrea Di Gregorio nella postfazione, con lui dico: “Mi sento di consigliare, proprio per accrescere il godimento, di leggere, o rileggere in contemporanea al romanzo di Ersi Sotiropoulos, le poesie del grande ‘alessandrino’”. E significativamente, aggiungo, se non avete già altre edizioni in casa, proprio quelle tradotte dallo stesso Di Gregorio, edite da Garzanti, che rispondono a un linguaggio più consono a quello da noi oggi praticato.


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