Basso Svaneti - Georgia (foto di orientalizing/flickr)

Basso Svaneti - Georgia (foto di orientalizing/flickr )

In Georgia una quarantina di anni fa è iniziato un fenomeno di cosiddetto eco-sfollamento: i residenti in zone ritenute a rischio per l'impatto del cambiamento climatico sono stati in vari periodi costretti a trasferirsi in altre zone del paese

03/03/2020 -  Marilisa Lorusso

La Seconda Comunicazione Nazionale della Georgia per la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici dell’ONU delinea un quadro di cambiamenti climatici a forte impatto. Le criticità ambientali che emergono sono coerenti con il quadro regionale e globale : aumento delle temperature, ridotta piovosità, eventi climatici estremi. Dal 1906 al 1995 - secondo il documento - la temperatura media del paese è aumentata da 0.1 a 0.5 gradi nella parte orientale del paese. Ma negli ultimi 50 anni più specificatamente l’aumento è di 0.3 gradi per l'est della Georgia e 0.2 gradi per l'ovest. Le ondate di calore registrate a Tbilisi sono passate da 4 negli anni 1955-1970 a 17 dal 1990 al 2007, e si prevede che il prossimo trentennio ne potrebbe registrare quasi 300. Il Mar Nero, come e più del Mediterraneo, tende verso un continuo rialzo della temperatura delle sue acque.

https://www.severe-weather.eu/event-analysis/winter-2018-2019-analysis/

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Questi fenomeni, difficili da gestire nel momento in cui accadono, innescano catene di criticità sia sulle risorse del territorio che sulle comunità che lo abitano.

La Comunicazione elenca quelle che sono le aree più colpite dal cambiamento climatico in Georgia: l’area del Mar Nero, il Basso Svaneti (la regione di Lentekhi), e l’area orientale del paese, a Dedoplistskaro. Le prime due aree sono state interessate già da eventi estremi nel XIX secolo. È dagli anni ’80 infatti che sia l’Agiara che il Basso Svaneti vengono periodicamente afflitte da slavine, inondazioni, periodi di siccità seguiti da bombe d’acqua, scioglimento di ghiacciai e instabilità del territorio dovuta a eventi meteorologici estremi. In Agiara l’aumento della popolazione ha aggravato la situazione. Infatti sia la cementificazione delle coste che l’aumento della superfice arabile e la conseguente deforestazione sotto la pressione demografica hanno aumentato i rischi di disastri naturali.

Con questa nuova realtà si sono dovute confrontare le comunità locali che molto spesso non hanno potuto che abbandonare paesi e insediamenti troppo esposti a rischi idrogeologici.

Eco-sfollati

È cominciato quindi quattro decenni fa un fenomeno di eco-sfollamento che ha portato i residenti dalle zone come quelle di Khulo e Shuakhevi a trasferirsi sul fondovalle o in altre aree del paese. Lo stesso in Svaneti, dove la montagna e i ghiacciai diventano sempre più instabili per temperature sempre più alte.

Gli eco-sfollati, o eco-migranti, hanno vissuto fasi alterne nella storia delle ridistribuzioni demografiche del paese che – per inciso – ha conosciuto significative alterazioni in varie regioni, dovute a tre guerre e a crisi economiche che hanno alterato il tessuto sociale storico di alcuni territori. In questi movimenti si è inserita questa comunità atipica, formata non da persone accomunate da radici culturali o da esigenze sociali, ma dal rischio sicurezza posto dai disastri ambientali. La Georgia si è fatta carico di trovare una nuova collocazione per questa categoria di cittadini che però si è sempre trovata un po' ai margini delle priorità politiche del paese.

I primi eco-migranti, o eco-sfollati, circa 3000 famiglie, sono stati trasferiti con un certo successo fra il 1981 e il 1990 nelle regioni di Samtskhe-Javakheti e Kvemo Kartli. In un triennio, tra il 1981 e il 1983, dall’Agiara, 1000 famiglie sono state trasferite in varie regioni del paese. Poi è arrivato - sul paese e soprattutto in Svaneti - il disastroso inverno del 1987, con valanghe e interi villaggi in pericolo: un bilancio di 16000 sfollati e lo spostamento definitivo di 2500 residenti. Nel 1989 altre 25000 persone hanno lasciato l’Agiara per problemi ambientali, in un momento in cui ricollocare persone era reso possibile dalla disponibilità di fondi e da un sistema statuale ancora non avvitato in una crisi inesorabile. Ma cominciavano gli anni duri della disintegrazione dell’Urss: delle 5000 case previste in costruzione in quegli anni per gli eco-sfollati, nelle destinazioni designate, solo 3000 sono state ultimate. Poi praticamente più nulla fino alla Rivoluzione delle Rose.

Bisogna aspettare il 2004 affinché attraverso un decreto presidenziale si creasse una Commissione per la Regolamentazione dei Processi di Eco-migrazione. Dal 2004 al 2011 altre 1000 famiglie hanno trovato una nuova collocazione nel paese, ma una stima dell'European Centre for Minority Issues è che siano 37000 le famiglie che devono abbandonare i territori di residenza, e di questo impressionante numero, 11000 rientrano nelle categorie 1 e 2, cioè è riconosciuto che gli stabili in cui vivono non sono più agibili o sono così danneggiati da non essere recuperabili.

Le singole odissee degli eco-migranti raccontano diverse pagine dell’intricata storia georgiana. Molti sono dovuti rientrare loro malgrado in case insicure, in territori ad elevato rischio idrogeologico per l’impossibilità di ricostruirsi una vita altrove. Così gli eco-sfollati che sono stati trasferiti a Marnueli , vittime della morsa di povertà della regione.

Ancora più singolare il caso degli eco-sfollati agiari in Samtskhe-Javakheti: hanno occupato le case della minoranza russa dei Dukhobory , minoranza religiosa russa, i cui componenti dopo la dissoluzione dell’Urss sono rientrati in Russia. Gli eco-sfollati hanno trovato quindi case abitabili e impianti funzionanti, ma non vicini bendisposti. Sono nate infatti tensioni con le comunità armene della regione che hanno visto con diffidenza il ricollocamento di “turchi” in aree percepite come tradizionalmente armene. Altrettanto – se non più – critiche le relazioni con le comunità di Kisti, minoranza etnica imparentata con minoranze nord-caucasiche.

Decenni di ricollocamenti forzosi e spostamenti coatti di minoranze hanno reso le operazioni di integrazione più complesse, ancora di più se abbandonate alle iniziative di singoli, senza referenti nazionali o regionali, come è stato. Il ministero degli Sfollati dai territori occupati, del Lavoro, della Salute e degli Affari sociali della Georgia  non ha un dipartimento dedicato agli eco-sfollati e i trasferimenti ricadono sulle amministrazioni locali, che spesso non sanno come ripartirsi le responsabilità, se cioè sia l’amministrazione di provenienza a dover seguire il decorso dello sfollamento, o quella di arrivo. Inoltre non hanno risorse economiche sufficienti per creare condizioni di piena abitabilità di immobili, allocazione di terreni, integrazione economica. 

Assistenza difficile

La categoria degli eco-sfollati non ha avuto lo stesso accesso a programmi di assistenza degli sfollati di guerra, e nemmeno la stessa attenzione degli organismi internazionali. Essendo sfollati interni non hanno beneficiato dell’assistenza riservata ai rifugiati, e solo adesso si sta diffondendo sensibilità rispetto a chi è costretto a fuggire per questioni climatiche.

Un recente documento del Comitato per i Diritti Umani apre un nuovo capitolo sul tema di abbandono coatto di un territorio a causa del cambiamento climatico. Si tratta di un'opinione emessa a seguito della richiesta di un parere in merito ad un richiedente asilo della Repubblica di Kiribati che motivava il proprio ingresso in Nuova Zelanda come eco-rifugiato: per l’innalzamento, nella sua terra di origine, delle acque e conseguente salinizzazione delle falde; fenomeni analoghi a quanto si è già scritto su queste pagine per l’Azerbaijan costiero. L'opinione non dà nello specifico ragione al richiedente asilo ma di fatto crea un importante precedente di analisi del problema.

Una maggiore attenzione anche negli organismi internazionali verso il crescente numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case per il cambiamento climatico non può che portare benefici ad una comunità come quella degli eco-sfollati georgiani che conosce un quadro di grande precarietà per quanto riguarda le garanzie di integrazione e sostenibilità del proprio ricollocamento.

 


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