Un'immagine tratta da “Alice T.” di Radu Muntean

Un'immagine tratta da “Alice T.” di Radu Muntean

Un'adolescente rumena e il suo rapporto con la madre, l'inquisizione nel Friuli di fine Cinquecento, una ragazza muta che si esprime attraverso il linguaggio dei fischi. Una rassegna sul Festival del cinema di Locarno, conclusosi da qualche settimana

11/09/2018 -  Nicola Falcinella

Era tra i film più attesi del concorso del 71° Locarno Festival ed è tornato a casa con un riconoscimento importante. Non ha deluso il romeno “Alice T.” di Radu Muntean, che ha ricevuto il Pardo per la migliore attrice per l'esordiente protagonista Andra Guti. La giuria, presieduta dal grande regista cinese Jia Zhang-ke (Leone d'oro a Venezia con “Still Life” e autore, tra gli altri, de “Il tocco del peccato” e “Al di là delle montagne”), ha premiato con il Pardo d'oro il visionario “A Land Imagined” di Yeo Siew Hua, che racconta le trasformazioni del territorio e la negazione dei lavoratori immigrati a Singapore attraverso un'originale indagine poliziesca.

“Alice T.”, dal nome del personaggio principale presente in tutte le scene, è un solido dramma che ritrae un'adolescente adottata da piccola nel suo rapporto conflittuale con la madre e nel cercare di stare costantemente al centro dell'attenzione. Non frequenta la scuola, è incinta ma non lo vuole ammettere. Quando lo rivela, sembra andare d'accordo con la madre, ma continua a compiere scelte che appaiono poco comprensibili, spinte da un desiderio forse di protagonismo e affermazione. La ragazza non ha nessun principio morale, dice, si contraddice, annuncia che terrà il bambino, sembra contenta, ma di nascosto prende pillole per abortire e si trova a gestire emorragie. Un lavoro forse non dirompente ma efficace nel ritrarre una giovane che vive in un suo mondo e forse una società insensibile e istituzioni, come la scuola, distanti e chiuse. “Alice T.” conferma l'autore di “The Paper Will Be Blue”, “Boogie”, “Marti, dupa Craciun” e “Un etaj mai jos” come uno dei più in vista della scena di Bucarest. Mihaela Sirbu e Bogdan Dumitrache sono gli altri due interpreti principali, intorno alla brava Andra Guti con i suoi repentini cambi di atteggiamento.

In gara c'era anche l'attesa coproduzione italo-romena “Menocchio” di Alberto Fasulo (“Tir”, vincitore della Festa del cinema di Roma nel 2013) con Marcello Martini e Maurizio Fanin. Una storia di inquisizione nel Friuli di fine Cinquecento, con il mugnaio Menocchio accusato di eresia. Si tratta di un film rigoroso e molto interessante, fatto di volti antichi e scavati che lasciano il segno, di buio e di durezze.

Il turco “Sibel” di Cagla Zencirci e Guillaume Giovanetti è stato premiato dalla giuria ecumenica e dalla stampa Fipresci, oltre a ottenere il secondo posto per la giuria giovani. Già autori di “Noor” e “Ningen”, i due registi raccontano della venticinquenne del titolo, una giovane muta che si esprime attraverso l'antico linguaggio dei fischi. Siamo sulle montagne della regione orientale del Mar Nero e Sibel è figlia del capovillaggio, rimasta a vivere con padre e sorella dopo che la madre li ha lasciati. La giovane frequenta la vecchia Narin, che vive nel ricordo dell'amore impossibile per Fuad, e sta spesso sola in montagna, in un capanno o nei boschi con il fucile alla caccia di un lupo di cui si vocifera. Un giorno si imbatte in Ali, un giovane disertore di Istanbul, ricercato perché considerato terrorista. Sarà la gelosia della sorella Fatma, che deve sposarsi in un matrimonio combinato, a portare alla denuncia della protagonista con conseguenze che ricadono su tutti. Il rifiuto delle usanze del villaggio, dove si raccoglie il tè a mano e si aggira una sensale di matrimoni, si paga. Un film riuscito ed efficace, non originalissimo, una via di mezzo tra il fortunato “Mustang” (2015) di Denis Gamze Erguven e il più duro “Watchtower” (2012) di Pelin Esmer.

Nei Cineasti del presente, riservata a 16 opere prime e seconde e con il regista romeno Andrei Ujica (“Autobiografia di Nicolae Ceausescu”) presidente della giuria, premio per il miglior emergente al buon turco Tarik Aktas per “Dead Horse Nebula”. Un film con alcune sequenze potenti e di grande impatto, ma anche criptico: il protagonista è sempre lo stesso in diversi momenti temporali, ma non è molto chiaro e immediato per lo spettatore. All'inizio Hay, un bambino, suo padre e un amico del padre, vanno in un campo e trovano un cavallo morto. Rintracciano il padrone, non riescono a spostarlo. Arriva l'esercito che gli dà fuoco creando una nuvola. Hay, cresciuto, si ferisce durante l'uccisione rituale di una pecora. Poi in mare, deve uscire dall'acqua su ordine della gendarmeria perché un cadavere è stato trovato sulla spiaggia. Con un collega va nella foresta a tagliare un albero per fare assi per un cantiere. Fino al finale stravagante su un ponteggio, con un'aquila bianca che appare in cielo. Curioso, ma simbolismo un po' fine a sé stesso.

L'altro turco, Gurcan Keltek, rivelazione locarnese un anno fa con “Meteorlar – Meteore”, fa ancora i conti con l'inconscio, il rimosso da noi stessi e dalla società nel corto “Gulyabani”, incluso in Signs of Life. Su immagini di acqua, bosco, foglie in b/n e poi miniere e pietre a colori, una protagonista che non si vede racconta al figlio di quando era piccola, della famiglia di origine albanese e delle feste popolari. E ancora della paura di suo padre che la toccava e di quando scoprì di saper leggere il futuro, qualità che faceva un po' paura agli altri. Ricorda che nel 1980, a 13-14 anni fu rapita a Izmir, portata in giro a cercare l'acqua in diverse città, fatta prostituire. Arrivarono poi la dittatura, la violenza e “il generale”. Se l'ultima parte del lavoro vira verso il visionario e la videoarte e sembra un film a sé, il racconto della madre è una confessione liberatoria e necessaria.

Nella Semaine de la critique ha debuttato il documentario croato “Dani ludila – Days of Madness” di Damian Nenadić, che segue in parallelo le vite di Mladen e Maja, entrambi con disturbi psichiatrici, che cercano di vivere una vita normale e non si considerano malati, solo un po' diversi. Entrambi si filmano spesso da soli, e sono parecchie le immagini soggettive dei due.

L'uomo fu nel 1990 e 1991 nell'esercito jugoslavo, tornò depresso e non riusciva più a dormire. La madre lo mandò dal prete anziché dal medico, più tardi un medico gli prescrisse pastiglie. Mladen è ancora oggi succube del padre, che da ragazzo lo faceva inginocchiare per chiedergli qualsiasi cosa, gli ha sempre bocciato ogni iniziativa, ogni amico o ragazza e anche ora non vuole che filmi dentro casa. Uno dei momenti più intensi, sorprendenti e duri è una sorta di intervista alla madre, nella quale si confrontano davvero sul passato e il figlio la mette in difficoltà. Meticoloso e desideroso di mettere a posto i pezzi della sua vita e dei suoi ragionamenti, Mladen si reca a discutere con il prete, cerca un qualcosa comune, ma i due parlano lingue diverse e non si intendono, così decide di tenere una visione di Dio frutto della sua “esperienza di vita”, anche se diversa da quella insegnatagli.

Maja ha un disturbo della personalità, è autolesionista, ce l'ha con la famiglia e con i medici. Nei momenti di crisi le mancano i familiari e la madre defunta, che in punto di morte le disse “tu non mi ami” lasciandola a interrogarsi. Tra uno e l'altro dei suoi frequenti ricoveri si interroga: “Perché il nazionalismo non è considerato una malattia? E l'omofobia neanche?”. Un corso di pittura sembra riportarla a un equilibrio e consegnarla a un ballo liberatorio, mentre butta via le medicine. Una visione particolare e spiazzante della malattia mentale, quasi dall'interno, con un finale positivo.

Infine inizia su treno in Turchia “The Equilizer 2 – Senza perdono” di Antoine Fuqua con Denzel Washington che torna nei panni del riparatore di torti, ed ex agente, Robert McCall. Sui titoli di testa, su un treno che attraversa l'Anatolia, l'uomo travestito da predicatore islamico deve recuperare una bambina sottratta dal padre alla madre libraia. Un godibile thriller internazionale, ambientato tra Boston, Washington e Bruxelles, con azione (dopo il riscaldamento iniziale con i coltelli, c'è una lunga sparatoria durante la tempesta) e anche tempi più dilatati per far capire a un giovane afroamericano aspirante fumettista che si può fuggire alla delinquenza e alle gang violente. Un film di genere intriso di umanità, essenzialità, precisione e fedeltà del personaggio, che sarà in sala dal 23 settembre.


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