Dopo la fine della Jugoslavia, molte città croate si sono trovate ad essere sui nuovi confini di Stato. Diversamente da altre esperienze europee di città o regioni transfrontaliere, questa posizione viene per lo più considerata come un inconveniente

20/09/2004 -  Drago Hedl Osijek

Che vantaggio hanno tratto dalla loro nuova posizione le città croate che, dopo la fine della ex Jugoslavia, sono divenute città di confine? Slavonski Brod, Vukovar e Županja, o anche Ilok e Beli Manastir, sono riuscite, almeno in parte, a trarre dei benefici quanto in passato Trieste in Italia, Graz in Austria o Pecs in Ungheria, che si erano avvantaggiate della vicinanza con il confine jugoslavo? Queste città hanno visto fiumi di consumatori provenire dalla ex Jugoslavia, in cerca di beni più convenienti o di prodotti che era impossibile trovare nel proprio Paese. Le nuove città di confine hanno prosperato o, al contrario, la vicinanza di un confine ha rappresentato uno svantaggio? L'inchiesta condotta dall'Osservatorio sui Balcani in cinque nuove città di confine della Croazia mostra che la seconda ipotesi si è rivelata essere quella più corretta.

"Non siamo mai riusciti a raggiungere un progresso in quanto città di confine", dichiara Željko Sladetić, vice sindaco di Ilok. Questa città, all'estremo orientale della Croazia, che il Danubio separa da Bačka Palanka in Vojvodina, regione della Serbia-Montenegro, era stata edificata intorno ad un ponte costruito nel periodo della ex Jugoslavia. Il traffico in città era molto più vivace allora che non oggi. "Se fossimo stati in grado di costruire dei grandi centri commerciali sul nostro lato del Danubio, sicuramente ne avremmo tratto vantaggio. L'unico negozio di televisioni e apparecchi elettronici a Ilok ne vende più di 100 alla settimana, che sono acquistati dagli abitanti dell'altra riva del Danubio, quella serba."

Anche Županja, cittadina vicino alla autostrada Zagabria-Belgrado che ora si trova su due confini di Stato, quello con la Serbia Montenegro e quello con la Bosnia Erzegovina, in un'area di 20 chilometri, come Ilok non sembra aver tratto vantaggio dalla sua nuova dislocazione. Si possono cambiare i marchi bosniaci nelle banche, ma non si possono cambiare i dinari serbi. Se si potessero cambiare i dinari con le kune croate Verica Rošić, proprietaria di un piccolo negozio di stoffe, potrebbe forse avere un qualche profitto. "Per come sono le cose ora - ci dice la signora Rošić - la vicinanza del confine rappresenta solamente uno svantaggio. Specialmente quello con la Bosnia Erzegovina, dato che lì tutto costa meno. Non solo i potenziali acquirenti di quel Paese non vengono al mio negozio, ma perdo anche molte persone di Županja che comprano i
propri vestiti a Brčko, Orasje o Tuzla. Io sopravvivo a malapena e, come molti altri, dovrò probabilmente chiudere il mio negozio nel prossimo futuro."

Una storia praticamente identica la si può sentir raccontare a Slavonski Brod, città di circa 70.000 abitanti, che il fiume Sava separa dalla confinante Bosanski Brod, nella Republika Srpska della Bosnia Erzegovina. Queste due città, ci dice Jozo Meter, sindaco di Slavonski Brod, vivevano prima come una città unica. "Prima della guerra, più del 90% dei cittadini di Bosanski Brod nascevano nell'ospedale di Slavonski Brod, e alcune migliaia di loro lavoravano nel grande centro metallurgico su questo lato della Sava. Oggi, nonostante il fatto che siamo così vicini da poterci vedere dalle due sponde del fiume, non ci sono più contatti ufficiali tra le due città. La guerra ha preso il suo prezzo, e ci vorrà molto tempo per ristabilire i contatti che esistevano prima della fine della Jugoslavia."

Quello che la politica non è riuscita a fare, lo fanno i cittadini. Centinaia di abitanti di Slavonski Brod prendono la macchina, la bicicletta, o se ne vanno a piedi dall'altra parte del fiume, a Bosanski Brod per comprare generi di consumo, sigarette, e spesso anche il pane che lì costa la metà. Terezija Marić, ufficiale della polizia di frontiera, ci dice che conosce circa il 90% delle persone che ogni giorno attraversano il confine. "I visitatori più assidui di Bosanski Brod sono i pensionati che cercano di risparmiare ogni kuna, e lo shopping a Bosanski Brod li ripaga", dice la Marić. Tuttavia, i beni più economici in Bosnia Erzegovina hanno significato la chiusura di molti piccoli negozi di Slavonski Brod.

Anche Vukovar, una delle città che hanno più sofferto durante la guerra nella ex Jugoslavia, è oggi una città di confine. Al vicino posto di dogana di Tovarnik, possiamo osservare file di automobili su entrambi i lati. Lì abbiamo potuto constatare con i nostri occhi quello che ci aveva già detto Ivica Adžić, presidente della Unione degli Artigiani di Vukovar: "Considerando che molte cose costano meno in Serbia, la gente va lì anche solo per la manutenzione o la riparazione della macchina. Chi vive in Serbia, invece, viene a Vukovar per comprare apparecchi elettronici, televisioni o casalinghi. Questo genere di cose costa meno qui che dall'altra parte del confine."

In effetti, circa il 25% dei beni prodotti nella regione Vukovar-Srjem finisce sui mercati della Bosnia Erzegovina e della Serbia-Montenegro, dichiara Ivan Marijanović, segretario della Camera di Commercio di Vukovar. La Bosnia Erzegovina è al secondo posto, mentre la Serbia Montenegro al sesto dei compratori di beni prodotti a Vukovar.

Gli abitanti di un'altra città di confine, Beli Manastir, attraversano il Danubio tutti i giorni per andare a Bezdan e a Sombor in Serbia, per comprare frutta e verdura che lì costano molto meno, come ci dice Stjepan Jager, responsabile della dogana al valico di Batina. Eppure, sempre più abitanti della Vojvodina vengono a fare le spese in Croazia. Il presidente della Unione degli Artigiani di Beli Manastir, Stipo Vlaović, ritiene che i piccoli commercianti di Beli Manastir non considerino la vicinanza del confine come un vantaggio. Molti hanno chiuso i propri esercizi a causa dei prezzi minori nel Paese confinante.

In conclusione, possiamo affermare che le città di confine della Croazia vivono il proprio nuovo status come un inconveniente, e per nulla come un vantaggio. Tutti danno la colpa alla guerra, ma gli stessi ammettono che poco è stato fatto per attirare i vicini.


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