Una moneta da 2 euro accanto ad una da 2 kune © DeymosHR/Shutterstock

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La data più realistica per l'introduzione dell'euro in Croazia è il 1° gennaio 2024, ma cosa comporta l'introduzione della moneta unica? E cosa ne pensano gli economisti croati?

13/10/2020 -  Toni Gabrić

(Originariamente pubblicato dal portale H-Alter , nell'ambito del nostro progetto EDJNet )

Poco dopo le elezioni politiche dello scorso 5 luglio, la Croazia ha aderito, insieme alla Bulgaria, al Meccanismo di cambio dell’Unione europea (ERM II), considerato una sorta di sala d’attesa dell’eurozona. La notizia è stata comunicata all’opinione pubblicata croata dal premier Andrej Plenković con un’espressione raggiante sul volto ed è stata accompagnata da un commento rassicurante del vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis, il quale ha spiegato che l’ingresso nell’ERM II comporta una riduzione dei tassi di interesse, una maggiore integrazione nel mercato unico europeo, un incremento della fiducia degli investitori e una diminuzione dei costi di conversione.

La data più realistica per l’introduzione dell’euro in Croazia è il 1° gennaio 2024. Nel frattempo – come ha sottolineato il governatore della Banca centrale croata (HNB) Boris Vujčić – la Croazia deve portare il deficit pubblico al di sotto del 3% del Pil e ridurre il debito pubblico.

Si prevede che il passaggio dalla kuna all’euro avvenga a un tasso di cambio che è rimasto sostanzialmente invariato da circa un quarto di secolo (7,53 kune per un euro), fatto che ha suscitato non poche polemiche tra gli esperti croati.

Posizioni divergenti sull’impatto dell’ingresso nell’eurozona

Tra gli economisti che sono intervenuti sulla questione, Velimir Šonje, proprietario dell’azienda Arhivanalitika e fervente sostenitore del modello economico neoliberista, ha espresso una posizione decisamente favorevole all’adozione dell’euro. A suo avviso, la Croazia è già “eurizzata”, nel senso che l’economia croata ormai da tempo dipende dall’euro, per cui non dovrebbe diffidare della politica monetaria della Banca centrale europea che, secondo Šonje, risponde alle esigenze degli stati membri modificando i tassi di interesse.

Ljubo Jurčić, professore presso la Facoltà di Economia di Zagabria, la pensa diversamente. Stando alle sue parole, la Croazia è destinata a rimanere in fondo della classifica delle economie europee a causa del tasso di cambio di 7,53 kune per un euro.

“Il tasso di 7,53 kune per un euro ha soffocato l’industria croata, perché con questo tasso non conviene produrre localmente. È per questo che gli ultimi 25 anni sono stati caratterizzati dalla tendenza a investire in centri commerciali, piuttosto che nell’industria. Da noi i prodotti importati costano meno [di quelli locali] proprio a causa del tasso di cambio, per cui non conviene affatto produrre localmente”, afferma Jurčić.

A suo avviso, anche se il tasso di cambio della kuna rispetto all’euro dovesse raddoppiare, non cambierebbe nulla perché l’industria croata è ormai “morta”, soffocata da un tasso di cambio che negli ultimi venticinque anni ha privilegiato l’importazione. “Con l’ERM siamo sprofondati ancora più in basso alla classifica UE e stiamo diventando quello che il Kosovo era all’interno dell’ex Jugoslavia. Finiremo per essere attaccati alla flebo dell’Europa, dipendendo dagli aiuti destinati ai paesi poveri”, conclude Jurčić.

Ivan Lovrinović, anch’egli professore alla Facoltà di Economia di Zagabria, ritiene che l’ingresso nell’ERM II sia legato al desiderio del premier Plenković di scaricare su Bruxelles la responsabilità della gestione della recessione a cui stiamo andando incontro a causa della pandemia da coronavirus.

“L’obiettivo principale del governo di Plenković è quello di avvicinarsi all’eurozona, perché entrando nell’ERM II il governo croato può contare sul meccanismo di risoluzione unico. Se in Croazia dovesse verificarsi una crisi ancora più grave – e si verificherà presto – Plenković non dovrà fare altro che informarne Bruxelles. Quindi, il premier vuole addossare a Bruxelles la colpa della propria incompetenza e di quella del suo governo, così gli altri dovranno prendersi cura della nostra economia sofferente”, afferma Lovrinović, aggiungendo che a nessuna persona ragionevole verrebbe in mente di passare all’euro in una situazione in cui la stessa Eurozona trema e l’emergenza coronavirus minaccia l’economia europea e mondiale.

Ed effettivamente, gli ultimi dati disponibili dimostrano che nel secondo trimestre del 2020 l’Eurozona ha registrato un calo del Pil senza precedenti, pari al 12,1% rispetto al trimestre precedente.

Commercio tra Croazia e altri stati membri dell’UE (in milioni di euro; esportazioni evidenziate in rosso, importazioni in blu). Il valore delle esportazioni è costantemente di due volte inferiore a quello delle importazioni

Del processo di adesione della Croazia alla zona euro e dei suoi rapporti commerciali con altri paesi europei abbiamo parlato con Višnja Vukov, docente presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona. Il suo interesse scientifico è focalizzato su temi legati all’economia politica e ai modelli di gestione dell’integrazione europea, nonché sulle conseguenze dell’integrazione europea sulle capacità degli stati membri e sui percorsi di sviluppo degli stati periferici dell’UE.

Secondo Višnja Vukov, la decisione di aderire alla zona euro non è altro che la continuazione di una politica monetaria incentrata sulla stabilità dei prezzi che la Croazia persegue ormai da anni, ed è un passo logico tenendo conto dell’alto grado di eurizzazione del debito croato. “In tali circostanze, rinunciare alla presunta sovranità monetaria non è affatto una grande perdita, perché lo spazio di manovra per una politica monetaria [indipendente] è già notevolmente ridotto. Anche la fissazione del tasso di cambio tra valuta nazionale ed euro è caratterizzata da simili restrizioni. Sarebbe difficile sfruttare questo momento per svalutare la kuna, proprio per via dell’alto grado di eurizzazione del debito, anche se, in teoria, tale svalutazione potrebbe migliorare la competitività di prezzo degli esportatori croati”, spiega Vukov.

Vukov sottolinea che nell’attuale situazione è importante offrire altri tipi di incentivi per aumentare la competitività delle esportazioni basata sulla qualità, dai prestiti agevolati che potrebbero essere erogati, ad esempio, dalla Banca croata per la ricostruzione e lo sviluppo, e gli incentivi agli investimenti nei settori basati sulla conoscenza e quelli ad alto valore aggiunto, fino ad un approccio selettivo e strategico all’attrazione di investimenti esteri in grado di contribuire allo sviluppo dell’economia croata, portando conoscenze e tecnologie, e non solo capitali.

“L’adesione all’euro comporterà inoltre la possibilità di ottenere prestiti più convenienti e di accedere più facilmente al mercato finanziario, un aspetto che sia il governo che la Banca centrale croata sottolineano come uno dei principali argomenti a favore dell’adesione. Lo dimostra anche l’esperienza di altri paesi, in primis quelli dell’Europa meridionale, che dopo l’ingresso nell’euro hanno registrato un notevole afflusso di capitali, soprattutto per prestiti. La sfida principale è far sì che questo afflusso di capitali e la possibilità di accedere più facilmente ai prestiti vengano sfruttati per sostenere la trasformazione dell’economia e gli investimenti nello sviluppo sostenibile, invece di portare al boom dei mercati immobiliari o di agevolare il finanziamento delle reti clientelari già esistenti”, afferma Višnja Vukov.

Stando alle sue parole, il saldo negativo della bilancia commerciale della Croazia con altri stati membri dell’UE è direttamente legato alla struttura dell’economia croata.

“Il fatto che in Croazia prevalga il turismo e che vi sia una bassa incidenza del settore industriale significa che dobbiamo importare diverse merci. Inoltre, la Croazia è scarsamente integrata nelle cosiddette catene globali del valore, meno di altri paesi dell’Europa orientale che sono riusciti ad integrarsi in queste catene grazie agli investimenti esteri nell’industria. D’altra parte, la Croazia, grazie al turismo, è un esportatore netto di servizi. L’integrazione nel mercato unico di solito comporta anche una maggiore specializzazione produttiva delle singole economie nazionali. In questa divisione dei ruoli nel mercato europeo, la Croazia sta sempre più assumendo il ruolo di locatore, oltre a quello di cameriere e di donna di servizio”, spiega Vukov.

Vukov aggiunge inoltre che un numero molto elevato di contratti di lavoro di breve durata e la stagnazione dei salari reali sono solo alcune delle conseguenze della forte dipendenza dell’economia croata dal turismo. Secondo un sondaggio europeo sulla qualità della vita condotto nel 2016, in Croazia il 71% degli intervistati ha affermato di fare fatica ad arrivare a fine mese, a fronte di una media UE del 39%.

Per quanto riguarda invece gli scambi commerciali tra la Croazia e i paesi dei Balcani occidentali, la situazione è un po’ diversa.

“Il saldo commerciale della Croazia nei confronti dei paesi dei Balcani occidentali è positivo, perché la maggior parte di questi paesi ha sperimentato un crollo dell’economia e un calo della capacità produttiva ancora maggiori di quelli sperimentati dalla Croazia, tra l’altro perché sono partiti da una posizione più svantaggiata. Quindi, l’impressione che oggi i rapporti tra i paesi dell’ex Jugoslavia siano molto simili [a quelli esistenti nel periodo jugoslavo] corrisponde alla realtà. La differenza sta però nel fatto che le relazioni tra i paesi della regione sono sempre più determinate dai rapporti che ciascuno di questi paesi intrattiene con i paesi più ricchi situati al di fuori della regione. Ad esempio, negli ultimi anni la Serbia ha registrato un forte aumento degli investimenti esteri nell’industria, soprattutto in quella automobilistica, ed è sempre più integrata nelle catene globali del valore, e credo che in futuro questo aspetto inciderà anche sui suoi rapporti commerciali con i paesi vicini”, spiega Vukov.

Come valuta i progressi compiuti finora dalla Croazia per quanto riguarda la trasformazione economica e l’integrazione nell’UE?

La trasformazione economica e l’integrazione della Croazia nell’UE possono essere considerate relativamente infruttuose, soprattutto se facciamo un paragone con altri paesi che hanno dovuto affrontare simili sfide legate alla necessità di costruire un’economia di mercato e di integrarsi nel mercato europeo.

Ecco alcuni dati. Nel 2019 in Croazia il Pil pro capite era pari al 65% della media dell’Unione europea, quasi invariato rispetto al 2008 (quando si attestava al 63%). Nello stesso periodo, cioè dal 2008 al 2019, in Polonia il Pil pro capite è salito dal 56% al 73% della media UE, mentre il Pil pro capite romeno è passato dal 52% al 69% della media UE. Tra il 2000 e il 2018, nei nuovi stati membri dell’Europa orientale il reddito reale pro capite è aumentato di circa il 50%, mentre in Croazia è rimasto invariato. Inoltre, gli altri nuovi stati membri hanno compiuto alcuni progressi nella transizione verso un’economia basata sulla conoscenza, aumentando gli investimenti in ricerca e sviluppo, mentre la Croazia è rimasta indietro in questi settori. In altre parole, la Croazia ha raggiunto un livello più basso di convergenza con l’UE – in termini di crescita economia, salari e sviluppo basato sulla conoscenza – rispetto alla maggior parte degli stati membri dell’Europa orientale, nonostante molti di questi stati abbiano ereditato dal periodo socialista una struttura economica meno vantaggiosa.

L’ingresso nell’UE comporta l’integrazione nel mercato unico che coinvolge alcuni dei paesi più sviluppati del mondo e questo processo inevitabilmente porta con sé diverse sfide e rischi, perché interi settori possono facilmente scomparire sotto pressione di una concorrenza così forte. Tuttavia, tale integrazione comporta anche varie opportunità, dall’afflusso di capitali a un accesso più facile ai mercati finanziari, oltre alla possibilità di espandersi verso nuovi mercati e di accedere più facilmente alle nuove tecnologie che possono migliorare l’utilizzo delle capacità economiche esistenti. Mentre i paesi dell’Europa centrale e orientale sono riusciti a sfruttare alcune di queste opportunità, la Croazia si è dimostrata molto meno efficace. Vi sono diversi fattori alla base di questa inefficienza, tra i più importanti sottolineerei una particolare strategia di privatizzazione, sfociata nel cosiddetto “capitalismo degli amici”, caratterizzato da una rete di rapporti clientelari, e la possibilità di contare sul turismo, come una fonte di guadagno relativamente facile, che riduce la pressione [sull’economia] e la necessità di cercare opportunità di crescita nei settori più complessi e più esigenti dal punto di vista tecnologico.

Secondo lei, è lecito affermare che la crisi causata dalla pandemia di Covid 19 ha nuovamente messo in luce il problema della forte dipendenza della Croazia dal turismo?

L’eccessiva dipendenza dal turismo è uno dei principali problemi dell’economia croata, e non solo perché il turismo si è dimostrato vulnerabile a vari shock, come la pandemia. Anche nei tempi migliori, il turismo è un settore a bassa tecnologia e a bassa intensità di conoscenza, che crea perlopiù lavori precari e poco pagati di carattere stagionale. Motivi alla base di questo tipo di sviluppo vanno ricercati non solo nella posizione geografica della Croazia, ma anche nel declino di altri settori, soprattutto quello industriale. A differenza di molti paesi dell’Europa orientale i cui governi hanno posto l’accento sulla necessità di preservare e sviluppare ulteriormente le capacità industriali locali, anche a costo di dover dipendere prevalentemente dagli investimenti esteri, i governi croati hanno lasciato che l’industria locale crollasse.

Lo sviluppo dell’industria, e soprattutto lo sviluppo dei settori ad alto contenuto tecnologico e ad alta intensità di conoscenza, richiede uno stato capace di offrire vari incentivi per lo sviluppo e per gli investimenti, allo scopo di attrarre sia gli investitori esteri che locali. I governi croati non si sono mai impegnati nell’attuare tali politiche di sviluppo, credendo evidentemente che, grazie al turismo e alle medie imprese, l’economia basata sulla conoscenza sarebbe emersa spontaneamente. Le conseguenze di questo atteggiamento sono svariate: dai già menzionati lavori precari, malpagati e di bassa qualità, all’alto tasso di emigrazione. Allo stesso tempo, il turismo, grazie soprattutto all’IVA, rappresenta una fonte di guadagni relativamente facili con cui riempire le casse dello stato. Al pari del petrolio e dei diamanti, anche il turismo, cioè il sole e il mare rappresentano una “risorsa maledetta” che contribuisce al mantenimento dello status quo.

Questo articolo è pubblicato in associazione con lo European Data Journalism Network  ed è rilasciato con una licenza CC BY-SA 4.0

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