Il documentario sulla scena culturale di Sarajevo è stato presentato nei giorni scorsi nella capitale bosniaca. Intervista con una delle autrici

24/10/2014 -  Andrea Oskari Rossini

Lo storico teatro Sartr ha ospitato venerdì scorso la prima per la Bosnia Erzegovina di Sarajevolution, progetto italo-bosniaco dedicato alla scena culturale sarajevese. Un pubblico numeroso, in prevalenza volti noti del mondo dell'arte, del giornalismo e della cultura della capitale bosniaca, ha accolto con entusiasmo il documentario firmato da Giulia Levi, Marco Rubichi e Federico Sicurella e diretto da Rocco Riccio. La serata è stata introdotta dall'Ambasciatore d'Italia in Bosnia Erzegovina, Ruggero Corrias, che ha sintetizzato felicemente il senso del progetto (“un atto d'amore nei confronti di questa città”), lanciando il mese della cultura italiana che si svolgerà a Sarajevo nel mese di novembre.

Sarajevolution è il frutto di 4 anni di lavoro, e si compone di una serie di interviste a cittadini, funzionari pubblici e artisti sarajevesi. Il tessuto connettivo è composto dalla città, attraverso la quale lo spettatore è condotto da un tassista, Avdo, che di Sarajevo ha un'opinione adamantina (“non sono mai stato altrove, ma questa è la città più bella del mondo”) condivisa da molti interlocutori. La sua camera-car è efficace nell'introdurre alle quattro sezioni che condensano i circa 80 minuti del film: “In the mood for”, “The Ice Age”, “Vijećnica” e “Le fatiche delle pianure”, nelle quali i diversi protagonisti si confrontano sullo stato della cultura a Sarajevo, e in generale sullo spirito della città, raggiungendo alterni livelli di profondità. Illuminante come sempre l'intervento del folletto sarajevese Zoran Herceg , artista contemporaneo che riflette sul “brand” della città e sul cortocircuito determinato dagli anni '90 sull'immagine della “Gerusalemme d'Europa”, icona della convivenza che non funziona più. Ma quale allora la nuova icona, alla luce di un sempre vivo “genius loci” che nessuno sembra mettere in discussione? “Sarajevo vive di amore”, spiega lo scrittore-rabdomante Dževad Karahasan, che riflette sulla specifica cultura cittadina, “prodotto della solidarietà”, e sull'inevitabile e urbano incontro con l'altro, necessario “per comprendere me stesso”. Davvero intensa l'escursione nella Biblioteca nazionale per i ciechi e gli ipovedenti, emblema dei problemi proiettati sul mondo della cultura da quello della politica locale, nonostante “la cultura di questo paese appartenga a tutto il mondo”. Infine la Vijećnica, vero protagonista, presenza-assenza nel centro del mondo di Karahasan (“avrebbe dovuto essere al centro del mio Dnevnik selidbe”) [tradotto in Italia come Sarajevo centro del mondo , ndt), che contiene sia il passato che la speranza per il futuro.

La sera prima della prima bosniaca abbiamo incontrato a Sarajevo una della autrici, Giulia Levi, insieme alla produttrice esecutiva del progetto, Emina Omanović.

Di cosa parla Sarajevolution?

Della situazione culturale a Sarajevo oggi, sia delle istituzioni culturali nazionali che della scena indipendente, e dell'umore della città, dell'immagine che la città dà di se e dell'immagine che gli stranieri hanno di Sarajevo.

Come avete fatto a comporre questa immagine?

Abbiamo intervistato circa 50 persone, scrittori, direttori delle istituzioni culturali, artisti, fruitori della scena culturale.

Sarajevo è sempre stata una fucina da un punto di vista culturale, e nel periodo jugoslavo uno dei maggiori centri di produzione cinematografica, musicale, e artistica della regione. Anche oggi è così?

Il panorama culturale è ancora molto ricco, anche se chiaramente ci sono difficoltà strutturali che rendono difficile la diffusione a livello internazionale di quanto viene prodotto qui. Per quanto riguarda le istituzioni culturali nazionali, la situazione è molto complessa per via del quadro politico, del fatto che ricevono solo parzialmente fondi dallo Stato. Ci sono però persone, singoli individui, che anche in una situazione di difficoltà riescono a inventare modi per andare avanti.

Ad esempio?

Ad esempio il direttore della Biblioteca nazionale per i ciechi e gli ipovedenti, il direttore della Biblioteca nazionale di Sarajevo, o Darian Bilić, un attivista della società civile che ci accompagna nel Museo di storia, e i tanti altri che abbiamo incontrato nel corso di questo lavoro. Il centro del documentario però è la Vijećnica e la sua storia. All'inizio in realtà l'idea era di fare un documentario solo sulla Vijećnica , poi però abbiamo capito che non potevamo fare un lavoro su qualcosa che di fatto non esiste più, che è rimasto uno scheletro per 20 anni, che al suo interno non è più quello che era prima e non si sa esattamente cosa sarà. La Vijećnica è legata alla città per via della memoria che la gente ha di questo posto, è un luogo a cui sono state attribuite tutta una serie di simbologie su cui è stato interessante riflettere. Ci siamo resi conto però che bisognava aprirsi alla città e parlare del presente, pur mantenendo questo luogo come centro della narrazione. Uno dei momenti per me più intensi durante le riprese è stato quando siamo entrati nell'edificio con l'architetto che stava dirigendo il restauro, e che ci ha condotti dai sotterranei fino al tetto. Quando siamo usciti sul tetto e abbiamo guardato la città da lì, è stato il momento in cui abbiamo deciso che quello rimaneva il nostro centro e il punto di vista da cui guardare il resto di Sarajevo, il nostro personaggio principale, perché ci collega al passato e ci permette di vedere la città.


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