Sarajevo © RossHelen/Shutterstock

 Sarajevo © RossHelen/Shutterstock

Tre eventi che sono accaduti nei giorni scorsi nella capitale della Bosnia Erzegovina. Tre storie che danno la cifra di Sarajevo oggi, una città ancora sospesa tra gli strascichi del conflitto e il desiderio di uscirne

18/02/2019 -  Ahmed Burić Sarajevo

Tre eventi recentemente avvenuti a Sarajevo quasi contemporaneamente, seppur indipendenti l’uno dall’altro, illustrano bene l’attuale situazione politica e sociale in Bosnia Erzegovina. Nella serata di domenica 10 febbraio lo stadio olimpico di Koševo ha ospitato un evento eccezionale per la città di Sarajevo: la cerimonia di apertura dello European Youth Olimplic Festival (EYOF), alla quale hanno partecipato circa 25mila persone. La diretta televisiva e l’atmosfera che ha accompagnato la cerimonia hanno ricordato uno dei più importanti eventi della storia moderna di Sarajevo: i Giochi olimpici invernali del 1984, che avevano definitivamente messo la capitale della Bosnia Erzegovina sulla mappa del mondo.

I sarajevesi che ricordano le Olimpiadi, ma anche quelli più giovani che hanno seguito con entusiasmo l’apertura dell’EYOF, quella notte potevano andare a dormire orgogliosi e felici perché Sarajevo ha nuovamente ospitato un evento che ha illuminato la triste quotidianità della città, riempiendola di energia positiva. A gettare un’ombra sulla cerimonia di apertura sono stati i fischi che hanno accompagnato il discorso di Milorad Dodik, attuale presidente della Presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina.

Dodik, noto per le sue affermazioni secondo cui “non ama Sarajevo” e “Sarajevo è come Teheran”, probabilmente non si aspettava nient’altro, ma le critiche rivolte da una parte dell’opinione pubblica e da alcuni media bosniaci al pubblico che ha fischiato Dodik sono assolutamente legittime.

Tuttavia, già solo il fatto che Dodik abbia accettato di partecipare e tenere un discorso ad un evento pubblico a Sarajevo dimostra che in certe occasioni – come appunto nel caso di EYOF, organizzato dalla città di Sarajevo, situata nella Federazione BiH, e dalla municipalità di Sarajevo Est in Republika Srpska – la collaborazione tra le due entità della Bosnia Erzegovina è possibile, e che negli eventi di questo tipo non c’è spazio per il linguaggio dell’intolleranza, a cui Dodik ricorre quotidianamente.

Politica

Contemporaneamente alla cerimonia di apertura dell’EYOF, ad alcune centinaia di metri di distanza dallo stadio di Koševo, si è tenuta una seduta del Comitato centrale di uno dei principali partiti non-nazionalisti, il Partito socialdemocratico (SDP), alla quale si stava decidendo se entrare in coalizione con i partiti nazionalisti, e soprattutto con il Partito di azione democratica (SDA, il più grande partito dei musulmani bosniaci), a livello della Federazione BiH e a quello statale, oppure, seguendo l’esempio di Naša Stranka (NS, partito di orientamento civico e principale partner dell’SDP nella coalizione di governo del cantone di Sarajevo), rimanere all’opposizione.

Negli ultimi due decenni, l’SDP, erede della Lega dei comunisti della BiH, ha attraversato diverse fasi, dal tentativo di profilarsi come un’autentica forza politica di sinistra all’apertura ad alleanze con i partiti nazionalisti, una scelta, quest’ultima, che si è rivelata fruttuosa nel breve termine, ma nel corso degli anni ha influito negativamente sulla credibilità e sul rating del partito.

Il principale protagonista di questa politica blanda, clientelistica e sostanzialmente ingannevole (perché la base dell’elettorato dell’SDP è costituita da elettori non-nazionalisti) è Zlatko Lagumdžija, ex presidente dell’SDP, che ha ricoperto anche l’incarico di ministro degli Esteri. Lagumdžija, insieme ad altri membri dell’SDP noti anche come i “tycoon rossi”, ha sempre intrattenuto stretti rapporti con l’élite al potere – anche quando faceva finta di essere all’opposizione – e ne ha tratto notevoli vantaggi. Ma questa situazione non poteva durare all’infinito.

Dopo la débâcle alle elezioni politiche del 2014, Lagumdžija si è dimesso da presidente dell’SDP che pian piano è riuscito a migliorare il proprio posizionamento tra gli elettori, tornando ad essere una delle principali forze nel parlamento della Federazione BiH. Secondo alcuni esponenti della nuova leadership dell’SDP, sarebbe stato proprio Lagumdžija a lanciare l’iniziativa di entrare in coalizione con i partiti nazionalisti. Per l’SDP questo rappresenterebbe un passo indietro sotto ogni punto di vista, perché le alleanze di questo tipo hanno sempre portato le forze di sinistra alla sconfitta. E la ripresa non è mai stata veloce, perché gran parte degli elettori di sinistra rimane delusa da mosse di questo tipo, scegliendo di non andare a votare alle successive elezioni.

Se l’SDP avesse deciso di entrare in coalizione con i partiti nazionalisti, sarebbe stato un autogol, ma non tutti la pensano così: i membri dell’SDP che erano favorevoli alla coalizione sostengono che la decisione, adottata dal Comitato centrale del partito, di rimanere all’opposizione lascia campo libero ai nazionalisti.

Quest'argomentazione non è priva di fondamento, ma i principali partiti serbi e croati della Bosnia Erzegovina – l’Unione dei socialdemocratici indipendenti (SNSD) di Milorad Dodik e l’Unione democratica croata della BiH (HDZ BiH) di Dragan Čović – non aspirano ad alcun cambiamento dell’attuale sistema politico, che consente loro di governare “il proprio” territorio e di usare le istituzioni comuni per trarre benefici politici e aumentare il proprio bacino elettorale.

Il Comitato centrale dell’SDP ha valutato bene la situazione, decidendo di rimanere all’opposizione. Questa scelta, a dire il vero, potrebbe portare a ulteriori blocchi nel funzionamento delle istituzioni, ma la colpa dell’attuale situazione in Bosnia Erzegovina, caratterizzata dal dilagare del nepotismo e della criminalità, è da attribuire ai partiti nazionalisti.

Crimini

Contemporaneamente ai due eventi di cui sopra, nel cantone di Sarajevo e in quello di Erzegovina-Neretva si è svolta un’operazione di polizia – alla quale, secondo alcune fonti, avrebbero partecipato circa 1.200 agenti – finalizzata alla cattura di Edin Gačić. Nel 2002 Gačić è stato condannato a 20 anni di reclusione per aver ucciso la madre e un commilitone di guerra. Dopo aver scontato due terzi della pena, è stato rilasciato e, senza essere stato sottoposto ad un adeguato trattamento psichiatrico né a qualsiasi regime di sorveglianza, è tornato a Banja Luka, la sua città natale, dove non è stato accolto bene a causa del suo passato e delle sue posizioni religiose radicali.

Dopo qualche tempo ha venduto la sua proprietà e si è trasferito in un paesino situato nei pressi di Konjic. Ma la quiete è durata poco: lunedì 4 febbraio Gačić ha ucciso un uomo di 39 anni, padre di tre figli, proprietario di un piccolo negozio in un villaggio nei pressi di Konjic e cinque giorni più tardi ha ucciso ancora. La vittima, questa volta, è stata un agente di polizia, Mahir Begić. Dopo averlo ucciso, Gačić si è impossessato della sua pistola.

La caccia all’assassino è durata quattro giorni e quattro notti e si è conclusa nella serata di martedì 12 febbraio con una sparatoria in cui Gačić è rimasto ucciso. Nonostante gli esperti abbiano messo in guardia sul fatto che quell’uomo era una bomba a orologeria e che era solo una questione di tempo prima che uccidesse di nuovo, nulla è stato fatto per evitare la tragedia.

Ma questo non è un caso isolato. Chissà quanti potenziali assassini camminano per le strade della Bosnia Erzegovina dove, a distanza di quasi 25 anni dalla fine del conflitto, la guerra continua a imperversare nella testa di molti.

 


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