Il ponte di Konjic - Lazar Drljača

Il ponte di Konjic - Lazar Drljača

Lazar Drljača fu uno travagante pittore bosniaco, diffidente nei confronti dei ricchi e potenti, vissuto a cavallo delle due guerre mondiali. La sua storia

14/08/2019 -  Božidar Stanišić

Non c’è un solo libro né dépliant turistico dedicato alla città di Konjic e i suoi dintorni in cui non venga menzionata la leggenda del Boračko jezero (lago Boračko). Secondo il mito, nell’area oggi occupata dal più grande lago naturale della Bosnia Erzegovina, in passato sorgeva una piccola e prosperosa città. Con il passare del tempo, gli abitanti della città divennero miscredenti, disumani e arroganti (c’è bisogno di aggiungere che la ricchezza ha sempre arrecato danni, fin dai tempi di Adamo?). Un giorno un santo, travestito da semplice viaggiatore, si recò nella città cercando riparo, ma nessuno degli abitanti gli offrì qualcosa da mangiare né un posto dove dormire. L’unica ad accoglierlo in casa fu una povera ragazza. La mattina del giorno successivo, prima ancora che sorgesse il sole, il santo disse alla ragazza di caricare i pochi beni che possedeva su un cavallo e di andarsene perché la città sarebbe stata presto punita. Le ordinò di fermarsi là dove il cavallo avrebbe battuto lo zoccolo a terra tre volte e di rimanere a vivere in quel posto, assicurandole che sarebbe stata felice. La ragazza fece come le ordinò il santo. Quando si voltò indietro vide che al posto della città c’era un lago. La città fu sommersa insieme ai suoi abitanti. Fu così che nacque il lago Boračko. La ragazza rimase a vivere in quel luogo dove si era fermato il cavallo, dove poi sorse la città di Konjic [il nome della città deriva dal termine serbo-croato “konj“ che significa appunto cavallo, ndt].

Oltre alla leggenda del lago Boračko, in tutti i libri su Konjic vengono menzionati anche due artisti: lo scrittore di viaggi e caricaturista Zuko Džumhur (1921-1989), nato a Konjic, e il pittore Lazar Drljača (1882-1970), che ha vissuto nell’area di Konjic dai primi anni Trenta fino alla fine dei suoi giorni.

Drljača, vita e opere

La vita di Lazar Drljača? Entriamo subito in medias res: la sua vita non trova paragoni nel ricco mosaico delle biografie di pittori slavi meridionali, in cui trovano posto sia figli di nobili che vagabondi, sia rinomati professori che bohémien, sia cittadini modello che artisti poveri, sia snob che morti per suicidio... A prescindere dal loro carattere, nessuno di questi pittori ha mai odiato la civiltà del XX secolo così tanto come Lazar Drljača.

E le sua opera? Per ora ci limitiamo a dire che nessun pittore jugoslavo ha visto bruciare o scomparire così tante delle sue opere come Drljača.

Dopo il grande successo riscosso a Roma, dove all’Esposizione universale del 1911 espose ben quattro dipinti, Drljača tenne le sue prime mostre personali a Sarajevo, Mostar e Bosanska Krupa. Descrisse così la sua vita: “Sono nato lungo il fiume Una vicino al monte Brezovača, ricco di selce e piombo. Sono cresciuto a Sarajevo, dove ho iniziato a dipingere. Ho proseguito gli studi in Europa, a Vienna, Parigi, per circa 16 anni. Ho combattuto nelle fila degli Alleati contro le forze dell’Asse. Appena tornato dalla calda Italia nel mio villaggio natio sull’Una mi sono sposato. La mia signora si chiama Miseria. Nella mia terra natia ricca di selce e piombo ho maturato una propensione per l’architettura e ho lavorato come muratore. Tagliavo e cuocevo mattoni. Ho costruito una barca, remavo e scavavo minerali. Sono un fabbro e sono capace di tagliare l’erba e arare la terra. Ho costruito ferrovie e una chiesetta. Durante la guerra mondiale mi hanno portato via i miei color

Lazar Drljača (foto Petar Magazin - public domain)

Lazar Drljača (foto Petar Magazin - public domain)

i; ho sopportato lunghi periodi di detenzione in Italia. La miseria, la mia fedele compagna, mi ha consolato, come spesso consola poeti e pittori. Un anno fa ho tenuto una mostra nella mia natia Krupa, senza grandi pretese, cercando di evocare, attraverso i colori, la bellezza delle nostre montagne e dei loro fiumi“.

E questo non è tutto. Il pittore Drljača, marito della signora Miseria, un architetto mancato, rimase fino alla fine dei suoi giorni in quella parte dell’Erzegovina dominata dalla montagna Prenj. Sarebbe troppo facile dire che Drljača era tanto strano quanto lo è il Prenj. Il clima della montagna Prenj è capriccioso, il sole viene improvvisamente oscurato dalle nuvole, i tuoni squarciano il silenzio della montagna come se fosse un foglio di carta. Povero il viaggiatore che, vestito come se stesse andando a fare un picnic in un parco, decidesse, abbagliato da un cielo senza nuvole, di salire sulle cime della montagna Prenj, superiori ai 2000 metri di altezza, da cui si gode una vista sulle montagne Visočica, Bjelašnica, Bitovnja, Čvrsnica, Velež e Crvanj.

Le stranezze di Drljača? Come e perché finì per nutrire disprezzo nei confronti della civiltà moderna, le sue città e ricchezze materiali? Grazie alle testimonianze dei suoi contemporanei, piene di aneddoti, sappiamo che fino al 1960 Drljača viveva in capannie sparsi per la montagna. Ormai vecchio e debole, si lasciò finalmente convincere da alcuni amici e rappresentanti dell’amministrazione locale ad accettare aiuto e a trasferirsi a villa Šantić, nei pressi del lago Boračko. Aveva solo un coltello, un cucchiaio e alcune lattine, che usava per cuocere un uovo o qualche patata – il suo unico pasto giornaliero – che non voleva prendere da chiunque, ma soltanto dai contadini di cui si fidava. Nei prati di montagna raccoglieva erbe e piante aromatiche. Pescava nella Šištica, un piccolo fiume che esce dal lago Boračko e si trasforma “in modo spettacolare“ – come si legge nei dépliant turistici – in una cascata che si unisce alle acque del fiume Neretva nei pressi di Konjic. Si cuciva da solo i vestiti, e anche gli opanci [calzature tradizionali]. Non dipingeva ogni giorno, ma solo quando ne aveva voglia. Tuttavia, guardando i suoi quadri, è difficile sottrarsi all’impressione che Drljača contemplasse continuamente le sue opere, accumulandole e intrecciandole dentro di sé in un modo noto solo a lui.

Durante la Seconda guerra mondiale Drljača subì un grande trauma: il suo capanno, piena di quadri, fu data alle fiamme dai cetnici. Subito dopo la guerra venne distrutta dalle fiamme anche la sua “nuova“ casa di montagna, altro misero capanno, e con esso i suoi quadri. Dicono che dopo questo episodio Drljača smise di dipingere per un lungo periodo di tempo, e finché aveva forza si guadagnava da vivere tagliando il fieno e legna da ardere. E quando tutti divennero compagni, lui rimase signor Lazar, perché non amava nessun potere e odiava tutti quelli usavano il potere a proprio vantaggio.

Quando giunge alla fine della meravigliosa biografia di Lazar Drljača, scritta dal giornalista Šefko Hodžić, intitolata “Zatočenik ljepote” [Prigioniero della bellezza] – la cui copertina riporta un ritratto fotografico del pittore con la pipa in bocca – il lettore si rende conto di quanto sia difficile comprendere le stranezze dell’artista e il suo costante desiderio di isolarsi dalla società. Quali traumi aveva subito nelle grandi metropoli del mondo? Che cosa aveva sperimentato durante la Grande guerra, che fu costretto a combattere? E durante la Seconda guerra mondiale, in cui fu testimone della miseria e dell’assurdità del conflitto interetnico? C’entrava forse una donna con la sua decisione di isolarsi dal mondo? Della sua vita emotiva non si sa nulla, a parte il fatto che, ormai giunto alla vecchiaia, si innamorava delle giovani insegnanti del villaggio.

Preferisco non indovinare le vere motivazione alla base delle decisioni più importanti della vita di un uomo e artista che fu servo e allo stesso tempo re di se stesso. Non riconosceva nessun altro re, ma stimava una regina, Jelena Petrović Njegoš, moglie di Vittorio Emanuele III, che apprezzava la sua arte. Quando il re Aleksandar Karađorđević, recatosi in visita a Konjic, inviò un emissario per chiedere a Drljača di venire in città per eseguire un ritratto del re, l’artista gli rispose che non poteva venire subito, ma che sarebbe venuto tra due-tre ore. Quali impegni Drljača dovesse sbrigare proprio in quel momento, sa il Signore, ma quel che è certo è che non dipinse mai alcun ritratto del re Aleksandar. Era sempre diffidente nei confronti dei ricchi e potenti, anche dopo la Seconda guerra mondiale. Non risparmiava critiche nemmeno ai contadini, tra i quali aveva trascorso metà della sua vita. Se dovesse resuscitare oggi, cosa direbbe Lazar, il peccatore, di fronte al riaffiorare del fenomeno che lui stesso, all’epoca della Jugoslavia socialista, aveva definito grabinizam [termine deriva dal verbo serbo-croato “grabiti” che significa arraffare, prendere con violenza]? Cosa direbbe se dovesse sentire il rumore dei camion che trasportano, sfuggendo a ogni controllo, il legname tagliato illegalmente nei boschi della montagna Prenj? E come reagirebbe se dovesse venire a conoscenza del problema dei cavalli selvaggi di quelle zone, che sopravvivono solo grazie all’impegno di alcune buone persone provenienti da altre parti d’Europa?

Prima di morire Lazar Drljača aveva espresso il desiderio che venisse sepolto su una delle cime del Prenj, la cima di Osobac, ovvero che il suo cadavere venisse portato sulla cima e lasciato in pasto agli uccelli. Il suo desiderio non è stato esaudito. La sua tomba si trova nei pressi di villa Šantić sul lago Boračko. Recentemente un gruppo di giovani sarajevesi ha sostituito il tronco di legno con inciso il nome di Lazar Drljača, che segnava la sua sepoltura, con uno stećak [pietra tombale bogomila]. Sì, proprio uno stećak, non è un errore di battitura. Lazar Drljača sosteneva di essere l’ultimo dei bogomili. Tuttavia, con questo stećak, collocato nei pressi di una villa quasi completamente distrutta durante l’ultima guerra in Bosnia – una villa che è un muto, ma vivo testimone della nostra follia fratricida e dell’assurdità delle divisioni post-belliche – , non si chiude la storia della vita e dell’opera di Lazar Drljača.

Sarajevo, il 2012

Nel 2012, in occasione dei 130 anni dalla nascita di Lazar Drljača, e a distanza di 50 anni dall’ultima mostra dell’artista organizzata a Mostar, nel Museo della Letteratura e dell’Arte Drammatica di Sarajevo è stata inaugurata una retrospettiva delle sue opere, che è stata anche l’occasione per festeggiare i 110 anni di attività dell’associazione culturale serba “Prosvjeta”. Nella mostra sono state esposte 62 opere di Drljača, poche, ma sufficienti per presentare un artista che si ispirò agli ideali dell’espressionismo e fauvismo, cercando di far coesistere le esperienze delle avanguardie artistiche europee del primo Novecento con il proprio modo di percepire la natura, le persone e le città. Un mio amico di Sarajevo mi ha detto che la summenzionata mostra di Lazar Drljača ha destato così tanto interesse che anche il cortile del museo era troppo piccolo per accogliere tutti i visitatori. Mi ha anche inviato un articolo di un giornale, in cui un giovane giornalista sarajevese ha scritto che l’arte, al pari dell’amore, è l’ultimo bastione di difesa del buon senso.

Post scriptum

Il titolo “Il Van Gogh del Boračko jezero” sembra problematico? O ancora peggio, suona troppo patriottico? Ho cercato di esagerare l’importanza dell’artista bosniaco? Van Gogh in vita non vendette nessun quadro, Drljača invece sì; Vincent raggiunse la fama mondiale dopo la morte, mentre Lazar è noto solo nell’area ex-jugoslava; il famoso olandese dipingeva ogni giorno, il pittore bosniaco solo quando ne aveva voglia…

Quindi?

Non ho trovato un titolo migliore, e comunque non esistono titoli perfetti! Ma mi sembra che la mia scelta possa essere giustificata dal fatto che sia per Vincent che per Lazar l’arte era vita, la miseria era la loro più fedele compagna, e la natura la loro unica fonte di consolazione.

Un frammento della prefazione, a firma di Zuko Džumhur, del libro “Zatočenik ljepote” di Šefko Hodžić

Con il suo sapere, la sua cultura e reputazione, questo montanaro avrebbe potuto essere un artista e intrattenitore nei salotti dei ricchi, un pittore di corte, un benestante che esegue abilmente ritratti di signore caritatevoli con i loro barboncini negli interni pieni di odori di profumi e di tavoli ricoperti di cibo. Sarebbe potuto diventare un protégé (l’artista prediletto) dei ministri, generali e imprenditori, trascorrendo la sua vita ai casinò sparsi per il mondo; avrebbe potuto essere un ospite d’onore dei salotti, possedere libretti di assegni bancari, sfoggiare atelier spaziosi nelle grandi metropoli del mondo, giocare a golf e bridge, e trovare un posto nelle enciclopedie e nei cataloghi dei mercanti d’arte esibiti alle fiere della vanità”.


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