Darko Cvijetić

Darko Cvijetić

Un incontro a Prijedor, Bosnia Erzegovina, con Darko Cvijetić. Poeta, romanziere ed autore di teatro non ha avuto paura di affrontare il proprio passato e quello della propria città

10/11/2020 -  Simone Malavolti

“Un buco nel mondo, conosciuto per crimini di guerra, campi e pittori”, così viene definita la città di Prijedor da Darko Cvijetić nel suo primo romanzo Schindlerov lift. Una definizione per certi versi amara, ma che uno scrittore come Cvijetić si può permettere perché qui ci è nato, cresciuto e soprattutto continua a viverci e lavorarci.

Una definizione coraggiosa proprio perché pubblicamente non condivisibile da buona parte dei suoi concittadini che quella parte di storia e memoria spesso rifuggono. Incontro Cvijetić nel più rinomato ristorante del posto per parlare di questa città, del suo primo romanzo e del nuovo romanzo appena pubblicato Što na podu spavaš (Perché dormi sul pavimento?) per scoprire, quasi per caso, che è anche lo sceneggiatore della pièce teatrale Nije čovjek ko ne umre (Chi non muore, non è un uomo) a cui ho assistito proprio il giorno precedente.

Dopo aver scritto poesie e a lungo per il teatro, da dove è nata l’idea di scrivere un romanzo?

Nel 2018, in seguito alla perdita di mio padre, ho sentito come l’esigenza di affrontare il mio passato, una parte importante della mia vita. L’ho scritto in pochissimi giorni perché non ho avuto bisogno di ricostruire niente, tutto era già bene vivido nella mia mente. Dopo averlo scritto, ho chiesto ad alcuni amici scrittori, come Miljenko Jergović e Selvedin Avdić di darmi un loro parere. Mi dissero che lo avevano adorato e che avevano pianto. Mi interessava però sapere se il libro in fondo aveva un valore letterario. Mi risposero di sì, assolutamente. Decisi di pubblicarlo.

I grattacieli sono edifici simbolo dei contesti urbani. Paradossalmente nel libro definisce il Grattacielo rosso in cui è cresciuto e che fa da sfondo al suo romanzo come un Villaggio verticale. Da dove nasce questa espressione e che cosa rappresenta?

Il Grattacielo rosso venne costruito a metà degli anni ‘70 dalla Miniera di Ljubija per i suoi lavoratori. Con la sua altezza e imponenza voleva rappresentare anche la forza e la potenza dell’industria cittadina. Nel mio romanzo è infatti anche una metafora di questa città, e potremmo dire, dell’intera Jugoslavia, dove esistevano moltissimi grattacieli simili. Venne costruito in modo da permettere ai suoi abitanti di vivere a contatto l’uno con l’altro, di mischiarsi, di continuare a mantenere la dimensione tipica del villaggio, piuttosto che della città. Al suo interno vivevano operai, impiegati e professori, appartenenti, naturalmente a tutte le nazionalità della Bosnia Erzegovina.

Il romanzo è ambientato a Prijedor, ma potrebbe essere ambientato in un qualsiasi grattacielo simile di Zenica, Tuzla, o Kakanj. È il postino, un personaggio del libro che, stanco di salire e scendere per l’edificio, si lamenta del suo falso status urbano e lo definisce proprio "villaggio verticale". Ed era a tutti gli effetti un villaggio dove tutti gli abitanti si conoscevano, si incontravano, condividevano feste, amori, dolori e naturalmente condividevano anche l’ascensore. È l’ascensore che assurge a testimone silenzioso e imparziale delle vicende umane che si snodano tra gli anni ‘80 e gli anni della guerra.

A questo proposito, il titolo del libro Schindlerov lift (L’ascensore di Schindler) è un evidente riferimento al celebre personaggio del film Schindler’s List, che salvò migliaia di ebrei dallo sterminio nazista. Nel suo libro però non sembra esserci alcun Oskar Schindler a salvare i propri concittadini.

Se c’è stato, è stato molto silenzioso. Io credo però che in ogni luogo vi sia stato almeno un piccolo Schindler che ha salvato la vita di altre persone, anche se spesso non se ne parla. Nel 1991 io mi trovavo a Zagabria per i miei studi. Con l’inizio della guerra in Croazia tornai immediatamente a casa, a Prijedor. Rimasi incredulo quando scoppiò l’inferno qui. Il dramma è che le persone che da sempre avevano vissuto fianco a fianco, iniziarono a credere più alla televisione che al proprio vicino. Si tratta di una storia paradigmatica della Jugoslavia e della sua scomparsa.

Nel grattacielo rosso, come racconta nel libro, si trovava e si trova tuttora la sede di Radio Prijedor e del giornale locale (Kozarski Vjesnik). A questo proposito quale fu il ruolo di questi due media locali nel contesto di Prijedor?

Il Kozarski Vjesnik e Radio Prijedor erano tutto all’epoca. Internet non esisteva e non c’erano altre fonti di informazione. Per sapere cosa succedeva a Ljubija, a pochi chilometri di distanza, dovevi ascoltare la radio. Il 99% della gente qui ascoltava Radio Prijedor e, non a caso, quando è cominciata la guerra, l’esercito ha subito occupato la sede del giornale perché rappresentava un vero e proprio obbiettivo militare, un modo anche per controllare il territorio. Questo ha certamente amplificato ed aumentato il terrore perché sono diventati strumenti nelle loro mani. Non a caso quando, a fine maggio, un gruppo di persone armate (croate e musulmane, NdA) ha attaccato la città, senza poi riuscirci, uno dei principali obbiettivi fu proprio la sede del giornale e della radio e quindi proprio quel Grattacielo rosso attorno a cui ruotano le vicende del mio libro.

Nel suo romanzo, fin dalle prime pagine, fa spesso esplicito riferimento ai campi di detenzione creati dalle forze serbe per la popolazione non-serba, alla fossa comune di Tomašica e a numerosi atti di violenza che si sono verificati attorno all’edificio e nel territorio comunale. Fatti storici comprovati, senza dubbio, di cui però a Prijedor si parla poco se non affatto. Il suo, fatta eccezione per i numerosi testi di memorie, è il primo romanzo che ne parla esplicitamente. Il libro ha avuto un notevole successo, ma come è stato accolto dal pubblico della sua città?

Sono stato in molte città dell’ex Jugoslavia per promuovere il libro che è stato anche tradotto in tedesco e presto lo sarà anche in italiano. Il KamerniTeatar 55 di Sarajevo mi ha proposto di farne una pièce teatrale che verrà preparata verso dicembre. È significativo che mi venga proposto da una compagnia di Sarajevo e non da quella della mia città! L’unico posto dove non ho presentato il libro è stato qui, a Prijedor, neanche nel teatro dove lavoro mi è stato chiesto. La gente ha paura, è terrorizzata oppure pensa che un libro così, in qualche modo, sia poco importante, sia marginale, che in fondo posso scrivere quel che voglio tanto lo leggeranno in pochi.

Io penso invece che non si possa andare avanti senza affrontare quanto è successo qui ormai quasi trent’anni fa. Non è una questione da affrontare solo qui a Prijedor, ma certamente va fatto anche qui. Non puoi uccidere migliaia di persone ed essere chiamato eroe, per me non lo sei, non sei il mio eroe. Durante la Seconda guerra mondiale, la famiglia di mio padre, di nazionalità serba, è stata in gran parte deportata nel campo di concentramento ustaša di Jasenovac e là in gran parte sterminata. Mio padre me ne ha sempre parlato, anche se mai con spirito di vendetta (aveva sposato una croata), e quando ho visto quegli uomini nei campi del 1992, ho capito davvero di cosa parlava.

Il suo nuovo romanzo, Što na podu spavaš, affronta ancora il periodo della guerra, ma da un’altra prospettiva. Di cosa parla il libro?

Se nel primo romanzo l’ambiente della narrazione era tutto rivolto all’esterno, in questo romanzo ho usato una sorta di binocolo e sono entrato nell’appartamento della famiglia Cvijetić, in parte la mia famiglia in parte invenzione letteraria. In particolare si tratta della storia di mio fratello, giovane soldato della JNA (Armata Popolare Jugoslava) mandato a Sarajevo dove subì la prigionia e l’umiliazione. Chissà, magari sarà la volta che verrò criticato anche dall’altra parte, visto che racconto la sofferenza di un soldato serbo?!

L’intera vicenda mi fece vivere una sorta di shock: io figlio di padre serbo e madre croata, con discendenze ebraiche, con un fratello maltrattato perché serbo, mentre qui guardavo dalla finestra l’inferno a danno dei musulmani e croati. Poco dopo sarei partito anch’io come recluta e avrei passato un anno e mezzo circa su diversi fronti.

A proposito di reduci, proprio di recente nel teatro cittadino è stato presentata la pièce Nije čovjek ko ne umre (Chi non muore, non è un uomo) di Velimir Stojanović, con un testo riadattato da lei. Di cosa parla la pièce?

Quella che Stojanović chiamò commedia è in realtà più vicino ad una farsa tragica travestita da commedia. Scoprimmo questo testo nel 1991, mettendolo in scena proprio qualche mese prima dell’inizio dell’orrore. All’epoca, in realtà, non eravamo assolutamente consapevoli di trovarci anche noi in quella stanza di ospedale dove i tre reduci, con le menti annebbiate e traumatizzate dal passato, si ammirano, si scrutano e si sfidano vicendevolmente. I protagonisti sono Dušan, Ivan e Refik, reduci ed eroi di guerra appartenenti rispettivamente ai tre popoli costituenti della BiH che sembrano dover dimostrare che solo chi muore è un vero uomo, mentre il medico curante, ben più lucido, ha già volto loro le spalle per andare in Germania a curare pazienti ben più facoltosi. Anche questa è ovviamente una potente metafora della nostra condizione attuale.


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