Sarajevo, persone in attesa alla fermata del tram (© Alekk Pires/Shutterstock)

Sarajevo, persone in attesa alla fermata del tram (© Alekk Pires/Shutterstock)

25 anni fa l’Accordo di Dayton pose fine alla guerra in Bosnia Erzegovina. Fu un accordo di pace e non volto a costituire uno stato. Oggi fare appello a Dayton è diventato un modo per frenare lo sviluppo del paese e l'integrazione europea. La nuova amministrazione americana potrebbe però fare la differenza

15/12/2020 -  Ahmed Burić Sarajevo

In Bosnia Erzegovina il 25° anniversario della firma dell’Accordo di Dayton è passato quasi sotto silenzio. Similmente a quanto accaduto cinque anni fa, sono gli stessi funzionari statunitensi a constatare che l’Accordo di Dayton, pur avendo messo fine alla guerra, non è riuscito a porre le basi di uno stato funzionale, nemmeno con le successive modifiche alla costituzione.

James Pardew, uno dei diplomatici statunitensi che presero parte alla stesura dell’Accordo di Dayton ed ex rappresentante speciale degli Stati Uniti per i Balcani, ha dichiarato: “Abbiamo fatto degli errori? Certamente sì. Non esiste un negoziato perfetto. Ma direi che il più grande errore è stato quello di dare alle entità – Republika Srpska e Federazione BiH – così tanto potere di influire sul funzionamento della Bosnia Erzegovina. Non credo che avremmo potuto raggiungere un accordo che non implicasse la creazione di due entità, ma penso che avremmo potuto fare di più per limitare il potere conferito alle entità che consente loro di ostacolare il funzionamento dello stato”.

Una diagnosi precisa, che permette di capire il motivo per cui l’uomo forte della Republika Srpska, Milorad Dodik, “giura” fedeltà all’Accordo di Dayton ogni volta che fa qualcosa che non contribuisce all’integrazione euroatlantica della Bosnia Erzegovina. L’Accordo di Dayton, essendo lacunoso – perché in sostanza si tratta di un accordo di pace, e non di un accordo volto a costituire uno stato – , è diventato un paravento. Nascondendosi dietro ad esso ci si può “assicurare” che lo stato non funzioni.

Questo è il principale obiettivo dei leader dei gruppi etno-nazionali, l’essenza della loro idea di “interessi nazionali”. La Bosnia Erzegovina, che si sta dirigendo a passo accelerato verso una catastrofe generale, da quella economica a quella demografica, in realtà è vittima dell’azione congiunta di più fattori: un apparato amministrativo gigantesco e disfunzionale; i tentativi da parte dei paesi vicini, soprattutto da parte della Serbia, ma anche della Croazia, di impedire la creazione di uno stato funzionale, e soprattutto la prepotenza dei poteri locali.

L’affermazione che descrive nel modo più preciso l’impatto dell’Accordo di Dayton sembra essere quella pronunciata recentemente dall’Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina, Valentin Inzko, davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu: “Purtroppo, la comunità internazionale ha fatto un grosso errore durante l’implementazione dell’Accordo di Dayton. Troppo presto abbiamo riposto la nostra fiducia in alcuni politici e questi ultimi hanno approfittato della nostra buona volontà per resuscitare le politiche nazionaliste, volte alla disintegrazione [della Bosnia Erzegovina], soprattutto a partire dal 2006”.

La Bosnia Erzegovina, in un certo senso, è un paese soffocato da un concetto: “cementando” l’idea di “popoli costituenti” è stata praticamente annientata ogni possibilità di creare uno spazio comune di civiltà. Non si tratta tanto del tentativo di ostacolare la creazione di una nazione bosniaca – che i nazionalisti serbi e croati rinnegano, considerandola una minaccia alla omogeneità dei loro gruppi nazionali – quanto piuttosto del fatto che è stato ripreso un concetto anacronistico e retrogrado, quello appunto di comunità nazionali chiuse, in base al quale la Bosnia Erzegovina praticamente non può esistere. O può esistere, così com’è oggi – un paese quasi inesistente.

Negli anni successivi alla firma dell’Accordo di Dayton solo gli Stati Uniti potevano garantire la sopravvivenza di una società civile in Bosnia Erzegovina. E in parte lo hanno fatto: durante l’amministrazione Clinton sono stati avviati alcuni processi che avrebbero potuto spingere la Bosnia Erzegovina verso l’integrazione euroatlantica. Ma questi processi sono stati accompagnati da diversi fattori ostacolanti: l’insistenza sulle stesse identiche asserzioni di sempre e i tentativi di “riportare alla ragionevolezza” le persone che non lo erano. Quel progetto è quindi finito su una strada (europea) sbagliata.

La prossima seduta del Comitato degli Affari Esteri degli Stati Uniti potrebbe essere un’occasione per l’amministrazione statunitense per rimettersi “in gioco” nei Balcani occidentali. L’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca potrebbe influire sul futuro della Bosnia Erzegovina in un modo simile a quello in cui nel 1995, dopo infiniti negoziati mediati perlopiù dai funzionari europei, i bombardieri americani misero fine al conflitto armato in Bosnia Erzegovina. Alla fine fu Richard Holbrooke a dover prendere in mano la situazione. Una scelta che, ovviamente, ha avuto delle conseguenze: uno degli stati più disfunzionali d’Europa è in gran parte un progetto americano.

Ma, come abbiamo già detto, la responsabilità ricade su tutti gli attori coinvolti. Oggi, quando si legge, ad esempio, una dichiarazione della delegazione dell’UE in Bosnia Erzegovina, o le dichiarazioni della maggior parte delle istituzioni europee – che chiedono alle autorità bosniaco-erzegovesi di combattere il dilagare della criminalità, la tendenza a mantenere i privilegi acquisiti e il clientelismo – ci si rende conto che non c’è praticamente alcuna differenza tra queste dichiarazioni e quelle rilasciate vent’anni fa in cui gli attori internazionali esprimevano “la loro preoccupazione”, invitavano i cittadini bosniaco-erzegovesi “ad essere responsabili”, sostenevano “processi positivi”, e bla bla bla, senza mai compiere un’azione concreta. L’affermazione più positiva che i cittadini bosniaco-erzegovesi hanno sentito da un funzionario europeo è quella pronunciata da Angela Merkel: “La Bosnia Erzegovina ha bisogno di più empatia”.

È una bella idea. E sincera. Ma, purtroppo, non basta per vivere.

Quello che eventualmente potrebbe far rivivere la società bosniaco-erzegovese sono alcune iniziative che sembrano annunciare “una pulizia” e che, a dire il vero, sono iniziate prima della vittoria di Biden: l’ultimo rapporto del rappresentante speciale degli Stati Uniti per i Balcani Occidentali, Mattew Palmer, e la sua affermazione secondo cui “i pesci grossi devono essere portati davanti alla giustizia”, sono stati accolti positivamente dal capo della delegazione dell’UE a Sarajevo, Johann Sattler, il quale ha dichiarato che “due terzi dei cittadini bosniaco-erzegovesi non hanno fiducia nel sistema giudiziario”. Resta comunque un terzo della popolazione: quello che detiene le leve del potere e della criminalità organizzata.

Sembra che l’annuncio di un’operazione di pulizia da parte degli Stati Uniti abbia spaventato Milorad Dodik e il presidente del Consiglio superiore della magistratura che, in realtà, protegge Dodik dall’essere processato. Tuttavia, arrivano notizie secondo cui il presidente del Consiglio superiore della magistratura, il cui nome e cognome sono irrilevanti, potrebbe rassegnare le dimissioni. Perché, come sostiene suo “padre” [in italiano nel testo originale], non sarebbe più al sicuro se dovesse continuare a svolgere il suo lavoro a Sarajevo. Questa è, ovviamente, una bugia, come la maggior parte delle affermazioni pronunciate da Dodik. Ma Dodik può essere certo di una cosa: non può crollare solo una piramide nazionale della criminalità, devono crollare tutte e tre.

Solo così la Bosnia Erzegovina, che gli ultimi trent’anni li ha trascorsi andando indietro, potrà iniziare ad avvicinarsi all’Europa. Questa è, probabilmente, la sua unica possibilità di sopravvivenza. Ora non dobbiamo nemmeno pensare ad altre alternative. Ne abbiamo viste troppe negli ultimi cinquant’anni.


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