Pacifisti in Palestina

Un articolo di Michele Nardelli. I tragici eventi in Palestina mostrano come vi sia bisogno di Europa, sia in Medio Oriente che nei Balcani, di "un'Europa non più dimezzata ... soggetto autorevole nel dis-ordine mondiale".

03/04/2002 -  Michele Nardelli

Pacifisti in Palestina

Mai come in queste drammatiche ore che segnano la tragedia in medio oriente si è sentito il bisogno d'Europa. Di un'Europa autorevole capace di rappresentare una forte polarità di fronte alla debacle del diritto internazionale e delle sue istituzioni ma soprattutto in un contesto nel quale il simulacro di tale diritto coincidono dichiaratamente con gli interessi strategici nordamericani nel pianeta.

Di un'Europa che, come insieme di innumerevoli minoranze, può avere la tradizione culturale e la forza politica di dialogare con il Mediterraneo, con l'Oriente, con i molti sud e con un Occidente che ha bisogno di un ancoraggio di civiltà per evitare derive imperiali.

E se quest'oggi sembra invece prevalere l'impotenza è anche perché l'Europa di cui ci sarebbe bisogno ancora non c'è. L'Europa è ancora sotto tutela da parte di stati nazionali riluttanti nel cedere quote crescenti di sovranità e dove, nonostante l'Euro, lo scetticismo di impronta nazionalistica ancora frena i processi di unificazione politica. L'Europa è soprattutto ancora dimezzata.

Allora c'è un filo che in questi drammatici giorni unisce Gerusalemme e Sarajevo, città segnate nella loro storia come nel presente da destini paralleli, laddove grandi civiltà incontrandosi hanno espresso straordinarie culture e sincretismi ma conosciuto anche grandi tragedie.
Vorremmo dunque unire non solo simbolicamente Sarajevo, la "Gerusalemme dei Balcani", con la Gerusalemme ferita di queste ore, proprio mentre parliamo di Europa e della necessità che l'Europa sud orientale ne diventi in tempi rapidi e certi parte integrante, come condizione per chiudere in via definitiva "la guerra dei dieci anni".

Una guerra ancora aperta non solo per i continui focolai di tensione nella regione, ma anche per il contesto di spaventosa deregolazione che segna l'assenza di guerra. Deregolazione fatta di traffici di ogni tipo, di vecchie miniere trasformate in discariche di rifiuti tossici o radioattivi, di lavorazioni fuori legge che lì non trovano ostacoli, di riciclaggio di denaro e dunque funzionale al movimento virtuale dei capitali finanziari che ha proprio in questa dimensione "off shore" la propria materializzazione. Ma anche nella miseria quotidiana, nella tragica vicenda umana di due milioni di profughi ancora senza ritorno, nell'assenza di diritti albergano interessi criminali, laddove il bel Danubio, il fiume della melodia come lo chiamava Hölderlin, è trasformato in discarica di cianuro, i paesaggi bosniaci cui si sono ispirati generazioni di pittori naïf ridotti a valli inquinate da mostruosi combinat, lascito di concezioni elefantiache e di delirio d'onnipotenza che oggi disinvolte privatizzazioni hanno lasciato in mano a vecchie nomenklature riverniciate di business. ...

E non è per nulla casuale il fatto che l'opposizione all'integrazione europea dei Balcani trovi nelle componenti nazionalistiche e nei settori più spregiudicati della finanza internazionale interessati sostenitori che dalla permanenza di un'enorme area deregolata nel cuore dell'Europa traggono potere e profitto.

Questa è la partita che si gioca attorno al disegno di un'Europa non più dimezzata. Luogo nel quale contenere e fluidificare le contraddizioni dell'area balcanica facendole evolvere dentro un quadro di regole e di diritti a tutela delle persone, delle comunità e dei territori, ma anche in grado di collocarsi come soggetto autorevole nel dis-ordine mondiale che considera la supremazia tecnologica e militare come fondamento di diritto internazionale.


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