Ritratto di Marina Abramović © ararat.art/Shutterstock

Ritratto di Marina Abramović © ararat.art/Shutterstock

Un racconto ironico e curioso con cui lo scrittore Božidar Stanišić, stimolato dalle domande incalzanti di un interlocutore, pone in discussione l'arte della nota performer mondiale Marina Abramović

14/06/2019 -  Božidar Stanišić

Cosa penso di Marina Abramović, quella performer di fama mondiale? Un udinese, sapendo da dove provengo, mi ha fatto questa domanda, del tutto inaspettata, durante una delle serate dell’ultima edizione del Festival vicino/lontano. Gli ho risposto che non sono la persona giusta per parlare dell’argomento. E lui? Pensava che io stessi scherzando. Si è allontanato, meravigliandosi anche del comportamento degli organizzatori del festival: non hanno mai invitato Marina Abramović a parteciparvi! E io? Avrei dovuto dirgli che tutte le risorse finanziarie di cui dispone la città di Udine sono una miseria rispetto a quanto guadagna Marina Abramović? Non è stato il primo italiano a chiedermi cosa pensassi di Marina Abramović.

Inizio finalmente a srotolare i ricordi di una serata di fine novembre 2018, trascorsa in una piccola città nei pressi di Vicenza. Dopo la presentazione di un mio libro tenutasi nella biblioteca della città, mi sono ritrovato in una pizzeria con un gruppo variegato di persone. Mi aspettavo che mi facessero diverse domande, compresa quella quasi inevitabile sulla “situazione nei Balcani”, che mi fa drizzare l’unico capello che mi è rimasto in testa. Ma nessuno mi chiede niente; gli organizzatori dicono di essere contenti, perché solo due persone hanno lasciato la sala prima della conclusione dell’incontro.

A un certo punto, uno dei presenti – un tipo sportivo, senza un filo di grasso, dritto come una candela, nemmeno un capello bianco (che si tinga i capelli?), 40-50 anni, sa il diavolo – dice di aver notato sulle pagine di OBC Transeuropa alcuni miei articoli dedicati ai pittori dell’ex Jugoslavia. Ormai da una decina di anni il lavoro lo porta spesso nei Balcani, per cui visita regolarmente il sito di OBC Transeuropa.

Gli dico che si tratta di articoli commemorativi e che non sono un esperto in materia. Scrivo soprattutto di pittori che in Europa sono poco o per niente conosciuti; pittori provenienti dalla periferia, da un’area marginale d’Europa, ma che hanno influenzato la mia vita e la mia scrittura. Quindi, in un certo senso, sto ripagando il mio debito di gratitudine nei loro confronti.

Il mio interlocutore pensa che questa sia una cosa positiva, ma come amante dell’arte è stupito dal fatto che io non abbia mai scritto una sola riga su Marina Abramović. Si aspettava, ecco, che io scrivessi qualcosa su di lei. Sono sorpreso, ma sorrido, a lui e alle sue aspettative che iniziano – o forse mi sbaglio? – ad aleggiare sopra il tavolo. Lui mi risponde con un sorriso curioso.

Ed ecco che arriva la pizza, e la birra!

I presenti di scambiano le fette di pizza: assaggia la mia e io assaggio la tua. Sorridendo rifiuto di partecipare allo scambio, per me va bene anche quella che ho ordinato, rigorosamente pugliese, con cipolla, tanto da assomigliare a un piatto tipico dei Balcani. E quell’amante dell’arte? Riprende a parlare di Marina. Vedo che anche gli altri presenti si sono incuriositi dell’argomento: continuano a divorare la pizza ma sono tutt’orecchi.

Quell’ammiratore di Marina Abramović, ormai ossessionato dall’argomento, non riesce a capire perché io non abbia mai dedicato alcuna attenzione a questa grande, secondo lui probabilmente la più grande, artista del nostro tempo, mentre invece mi sono occupato di alcuni pittori dell’ex Jugoslavia, ovvero di quella che oggi viene chiamata regione balcanica. Quei pittori, stando al mio interlocutore, non godono della stessa reputazione di Marina Abramović, per non parlare dell’influenza esercitata. Ci sarà sicuramente un motivo per cui non voglio scrivere di questa artista, mi dice, ma, ecco, lui sentirebbe volentieri la mia opinione su quella che ha già definito la più grande artista del nostro tempo. Non gli risulta chiaro come qualcuno possa essere indifferente nei confronti di un’artista che, a suo avviso, è riuscita nell’impossibile: è diventata lei stessa un’opera d’arte. Ma prima che gli io dica la mia opinione, vorrebbe farmi sapere alcune cose.

Quali cose?

Due anni fa ha visitato il Moderna Museet (il museo di arte moderna e contemporanea) di Stoccolma, per vedere la mostra “The Cleaner” di Marina Abramović. Questa mostra retrospettiva ha abbracciato i 55 anni di carriera dell’artista, dai primi dipinti eseguiti durante il periodo di studi fino a una performance realizzata appositamente per l’occasione. Mi descrive l’intera esperienza in modo molto dettagliato, spiegandomi che la performance di Marina, organizzata in un’ex chiesa situata a poca distanza dal museo, è durata un’intera settimana e ha visto la partecipazione di una trentina di artisti, diversi cori e una quindicina di solisti, aggiungendo poi che secondo lui l’artista ha cercato di creare “qualcosa” di irripetibile che la legasse agli altri artisti e agli innumerevoli visitatori che, con una pazienza quasi devozionale, aspettavano il loro turno per vedere la performance.

A quel punto si ferma. Mi guarda curiosamente, stupito dalla mia domanda: “E allora?”. Il suo sguardo è sospettoso. Mi chiede se anch’io, nel caso in cui mi fosse capitato di trovarmi nella capitale della Svezia, avrei aspettato in fila per vedere e sentire quel “qualcosa” che lui considera molto importante.

“No, nemmeno per sogno”, gli rispondo. Primo, andare a Stoccolma e aspettare in fila davanti a quel museo – non mi ricordo più come si chiama – e davanti a quell’ex chiesa per vedere una performance di Marina Abramović, non lo farei mai. A me tali situazioni ricordano quelle file che si creavano davanti alle librerie per l’uscita dei libri su Harry Potter. Secondo, se dovessi recarmi a Stoccolma, cercherei di trovare alcuni miei amici e conoscenti. Così questa città mi diventerebbe più familiare, assumerebbe il volto delle persone che conosco, persone che sono fuggite in Svezia durante e dopo la guerra in Bosnia.

Santo cielo, il mio interlocutore non molla la presa! “E Marina non è un volto conosciuto e importante?”, mi chiede. “Immagino che per molti lo sia”, gli rispondo, “ma io non ho alcun motivo per guardarla”. L’ammiratore di Marina, come se non mi avesse sentito, prosegue dicendo che l’esperienza che ha vissuto a Stoccolma è irripetibile. Quando è finalmente riuscito a entrare in quella ex chiesa, ha subito notato Marina. Si muoveva tra i visitatori come una dea, li toccava, sorrideva, ad alcuni addirittura si rivolgeva. E questo non è tutto… Se per caso fossi stato tra quelle 750mila persone che hanno partecipato alla performance di Marina Abramović intitolata “The Artist is Present” (realizzata al MoMA di New York nel 2010) – in cui Abramović, trasformatasi in “oggetto d’arte”, per tre mesi, otto ore al giorno, rimaneva seduta fissando negli occhi ogni visitatore che si sedeva di fronte a lei – , l’avrei pensata diversamente! Almeno secondo il mio interlocutore. Per lui è stata un’esperienza unica. Gli dico che sono contento che lui tragga piacere da tutto questo.

Anche un bambino avrebbe capito cosa volessi dire, ma lui non mi crede! Non importa che la mia faccia sia diventata seria – lo giuro – tanto quanto la mia anima, tormentata dai suoi tentativi di persuasione. Forse dovrei dirgli cosa accadrebbe ad un povero uomo se per otto ore, ad esempio in una sala d’attesa, dovesse fissare negli occhi gli altri presenti? Dovrei chiedergli se sia sufficiente mettere un ombrello bagnato su un semplice supporto espositivo per trasformarlo in un’opera d’arte? Ah, chissà dove andremmo a finire se dovessimo addentrarci in una simile discussione.

Questo dilemma è già stato risolto dai registi di un film italiano a tre episodi intitolato “Dove vai in vacanza?”, in cui una coppia (interpretata da Anna Longhi e Alberto Sordi) visita, tra l’altro, anche la Biennale di Venezia. È una coppia piccolo-borghese, ma non conformista, a differenza dei critici d’arte professionisti. È a questo che sto pensando mentre guardo la mia pizza pugliese, che non ho quasi toccato. Mi sembra che una voce mi stia sussurrando che è giunto il momento di tirarsi fuori da questa inutile conversazione che somiglia sempre di più a quell’aneddoto su un rabbino e un prete.

Quel tizio mi chiede se mi rendo conto della grandezza dell’atto di separazione tra Marina e il suo primo marito, avvenuta sulla Grande Muraglia cinese: lei era partita da un estremo della muraglia e lui dall’altro, per incontrarsi a circa metà del percorso dove si erano detti addio. La grandezza? Della separazione, mediatica o estetica? gli chiedo. E lui, ignorando la mia domanda scherzosa come se non l’avesse nemmeno sentita, dice che quella separazione è un’opera d’arte irripetibile. Gli chiedo, credo gentilmente, se possiamo parlare di qualcos’altro. Forse stiamo annoiando gli altri?

No, per niente!, rispondono gli altri in coro. Eh, è più facile per loro… mangiano tranquillamente la pizza, bevono la birra…

E il mio interlocutore? È contento, sprizza soddisfazione da tutti i pori. Fa un brindisi e beve la sua birra. Approfitto dell’occasione per mangiare qualche boccone. La mia pizza si è ormai raffreddata, così tanto che il giovane Holden di Salinger avrebbe detto che era fredda come i capezzoli di una strega.

No, quell’ammiratore di Marina Abramović non vuole mollare! Mi parla dell’importanza di altre sue “opere d’arte”, ovvero performance. Ritiene che proprio tutte siano irripetibili e originali, soprattutto quella con la freccia puntata verso il cuore dell’artista. Poi mi chiede se ho sentito parlare di “Balkan Erotic Epic”, un’installazione di Marina di cui fa parte anche un documentario sui contadini dei Balcani che fanno sesso con la terra. Mi chiede anche se ho visto quella performance di Marina con le ossa insanguinate. E quella con la stella a cinque punte, in cui l’artista ha rischiato di prendere fuoco? Lei è energia pura!

Stando al mio interlocutore, agli artisti come Marina Abramović appartiene il futuro, e la sua arte già riveste fondamentale importanza per le persone del XXI secolo. Quali persone? Lo dico invano, lui non si ferma! Mi chiede se so che questa artista, nata anche lei nell’ex Jugoslavia, è tra le persone più influenti al mondo. E poi vorrebbe sapere se è stato sufficientemente convincente. Quindi, dopo tutto quello che mi ha raccontato, mi metterei in coda ad aspettare davanti a un museo? Del resto, Marina è regolarmente ospite della Biennale di Venezia. Ah, quasi dimenticava… Mi chiede se so che anche alcune persone famose, come Lady Gaga, adorano Marina!

Ormai si è fatto tardi; mi piacerebbe tanto sentire il cameriere dire: “Signori, è tardi”. Ma visto che non è ancora giunta l’ora di andarsene, decido di replicare al mio interlocutore.

La ringrazio per aver cercato di convincermi del valore della dimensione artistica e irripetibile delle performance di Marina Abramović. Tuttavia, non mi metterei mai in fila ad aspettare per vedere una sua performance a Stoccolma, né a New York, né a Venezia, né a Firenze… E tanto meno starei a riflettere sull’influenza esercitata da Abramović e su quella lista, pubblicata ogni anno dalla rivista Time, delle persone più influenti al mondo. (Se fossero davvero influenti, ci sarebbero meno disgrazie e sciagure nel mondo). Semplicemente, se in qualsiasi libro della grande arte dovessi includere la performer Abramović, gli altri protagonisti del libro sicuramente si lamenterebbero: dai pittori anonimi di Altamira a Van Gogh, da Fidia a Henry Moore, da Giotto a Andy Warhol. O forse mi sbaglio? I grandi artisti si dimostrerebbero più tolleranti di me? Forse qualcuno di loro proporrebbe di lasciare che sia il tempo a risolvere la questione?

No, il mio interlocutore non si è scomposto affatto. Mi chiede con freddezza se la mia opinione nei confronti dell’arte di Marina Abramović sia definitivamente negativa. Gli dico che credo che il problema della critica d’arte, positiva o negativa che sia, sia stato risolto molto tempo fa da Denis Diderot. Per parafrasare il filosofo francese: la critica d’arte è una critica della società. Penso che una società narcisista abbia bisogno delle varie Marine, è alla costante ricerca di esse, allo stesso modo in cui gli egoisti cercano l’approvazione dei propri simili.

Non mi sbaglio, sul viso del mio interlocutore si legge che si sente offeso. Dice che non se l’aspettava, ma mi capisce: solo le persone che non hanno mai assistito a una performance di Marina Abramović possono pensarla come me. Se avessi partecipato a una sua performance avrei capito com’è riuscita a trasformare se stessa in un’opera d’arte! Stando vicino a lei, anche noi diventiamo parte della sua opera, e via dicendo…

Ha senso dirgli che vorrei credere che il futuro non apparterrà alle varie Marine, e più in generale ai performer cresciuti sulle misere rovine del dadaismo e della pop art e agli “artisti” multimediali che stanno sfruttando molto abilmente (anche in termini economici) il declino dell’arte e della nostra capacità di ricezione di opere d’arte? E che in questa fase di declino i neanderthal moderni si aspettano che l’arte venga ridotta a un breve messaggio, uno slogan, una frase laconica in grado di convincerli che anche loro partecipano alla creazione di ”opere d’arte”?

Non tiro fuori questo argomento, ma gli dico: Ben povera sarebbe l’opera letteraria di Thomas Mann se questo scrittore avesse deciso di ridurre i suoi libri a tre frasi o di invitare i lettori con una sola frase a visitare la clinica descritta ne La montagna incantata; ben povera sarebbe l’opera di Tolstoj se il suicidio di Anna Karenina fosse stato descritto con cinque parole! Ben povera sarebbe la musica di Beethoven se il compositore avesse insistito che il pubblico partecipasse alla composizione della sua Sinfonia n. 9; ben povera sarebbe la scultura di Michelangelo se, invece di prendere in mano lo scalpello e mettersi all’opera, l’artista avesse invitato i cittadini di Firenze a osservare la sua ombra allungata su un blocco di marmo! Michelangelo scelse di concentrarsi sul suo lavoro, e così oggi possiamo ammirare il suo David.

Per quanto riguarda quelle ossa insanguinate, quella è colpa nostra, di noi cittadini dei Balcani, delle nostre menti irrazionali. Tuttavia, Marina Abramović avrebbe dovuto continuare a rosicchiare e raschiare le ossa, perché dagli anni Novanta di guerre ce ne sono state tante in tutto il mondo. Per quanto riguarda invece quei contadini e i loro rapporti sessuali con la terra, Marina Abramović, nelle interviste, continua a ripetere di aver “studiato” le antiche tradizioni, senza però mai citare una sola fonte. Ogni povero studente finirebbe bocciato all’esame se non sapesse citare la bibliografia, ma l’artista va avanti. Forza, chiedete a Marina Abramović delle sue fonti! Non ci vuole molto per rendersi conto che anche quei suoi contadini sono lo specchio del suo conformismo: diamo al mondo l’immagine dei Balcani che si aspetta. In questa immagine non c’è posto per gli artisti dell’ex Jugoslavia, le cui opere possiedono un vero valore artistico. Provate a proporre a una galleria o a un museo alcune opere di un grande pittore dell’ex Jugoslavia. Riceverete come risposta solo silenzio o un rifiuto più o meno cortese. Provate invece, ovviamente scherzando, a proporre Marina Abramović, e ai direttori di quelle stesse istituzioni brilleranno gli occhi.

Riassumendo, forse Marina Abramović un tempo era un’artista, da giovane, quando ancora eseguiva dipinti, e dicono anche sculture. Sinceramente, non ho trovato molto su quel periodo della sua carriera, solo alcune opere mediocri. Poi è iniziata la fase grottesca, imperniata sullo slogan: “L’art c’est moi”.

Il mio interlocutore è rimasto sconvolto dalle mie parole. Mi chiede a voce alta se le mie affermazioni sono l’espressione di una mia opinione personale o dell’invidia. Addentrandosi nella conversazione con me, si aspettava, del tutto modestamente, che io avessi dedicato l’attenzione e che avessi scritto qualcosa su Marina Abramović.

Resto in silenzio. Secondo me è il modo migliore per rispondere alle domande retoriche prive di ogni senso. Conto fino a cinque, astenendomi dal dire che è meglio non aspettarsi niente da nessuno, bensì prendere in mano la penna e cercare di scrivere qualcosa.

A quel punto si sente: “Signori, è tardi”. Quel meraviglioso e giusto “è tardi”.


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