La Bosnia Erzegovina non è una colonia mineraria – Foto EkoBiH Mreža

La Bosnia Erzegovina non è una colonia mineraria – Foto EkoBiH Mreža

I Balcani occidentali stanno diventando una miniera di materie prime necessarie per l’imminente “rivoluzione verde”? Le organizzazioni della società civile e molti cittadini di Bosnia Erzegovina, Serbia e Macedonia del Nord rispondono con risolutezza: NO! La battaglia per la tutela dell’ambiente e della salute continua

La Corte Costituzionale della Bosnia Erzegovina ha sospeso la delibera del governo della Federazione BiH (una delle due entità costitutive del paese) riguardante la concessione “in uso temporaneo” alla compagnia britannico-australiana Adriatic Metals spa di 7,24 ettari di terreno forestale per lo sfruttamento dei giacimenti di piombo, zinco, barite e metalli preziosi. Prima di adottare la controversa delibera, il governo della FBiH, guidato dal primo ministro Nermin Nikšić, ha escluso la procura generale della BiH, cioè lo stato, dal processo decisionale relativo alla modifica della destinazione d’uso dell’area demaniale in questione.

La decisione della Corte costituzionale ha incoraggiato gli attivisti che si battono per proteggere l’ambiente e la salute umana dai potenziali effetti negativi dell’apertura di nuove miniere in BiH, denunciando numerose irregolarità che accompagnano i progetti minerari avviati in diverse aree del paese.

In un clima caratterizzato da una cattiva politica di gestione del patrimonio pubblico e dalla riluttanza ad attuare progetti validi nell’ambito della pianificazione territoriale, la conferma del ruolo dello stato nella difesa dei beni pubblici più preziosi fa sperare gli attivisti che la Bosnia Erzegovina possa evitare di diventare “un buffet per investitori e aziende straniere che vengono qui per soddisfare i propri interessi e accumulare profitti”.

Il primo ministro Nikšić invece si è detto amareggiato dalla decisione della Corte costituzionale che avrebbe messo in discussione “un investimento allettante” a causa di una semplice šikara [foresta brulla], come il premier ha più volte definito l’area di Vareš interessata dal controverso progetto.

© PredragLasica/Shuttesrtock

© PredragLasica/Shuttesrtock

Sta di fatto che Adriatic Metals, seppur spesso lontano dai riflettori, ha ottenuto quasi tutte le autorizzazioni necessarie per il progetto, ingraziandosi i favori delle autorità e nascondendo gli abusi commessi durante l’abbattimento di una foresta per costruire una strada e un impianto di betonaggio.

Resta da vedere come evolverà la situazione riguardante la denuncia che, alla fine dello scorso anno, la Direzione per le foreste del cantone di Zenica-Doboj aveva sporto contro Adriatic Metals. L’azienda britannico-australiana è accusata di devastazione e abbattimento illegale di una foresta demaniale ad alto valore naturale, estesa su una superficie di 3000 metri quadrati nell’area di Vareš.

Nonostante tutte le controversie, nel marzo di quest’anno, alla presenza di numerosi funzionari, tra i quali c’era anche Julian Reilly, ambasciatore britannico a Sarajevo, Adriatic Metals ha inaugurato solennemente la prima miniera di “materie prime strategiche” in BiH. Si è così aperta la strada ad altri progetti di sfruttamento delle immense risorse minerarie di cui dispone la Bosnia Erzegovina.

L’intera vicenda si inscrive in un più ampio contesto caratterizzato dal tentativo dell’UE di affrancarsi dalla dipendenza commerciale dalla Cina e di aumentare la propria produzione di litio e altre materie prime strategiche di cui ha tanto bisogno per l’annunciata “rivoluzione verde”.

Stando ad alcune stime, a Vareš entro il 2050 verranno estratti zinco e piombo per un valore complessivo di cinque miliardi di euro. Il valore complessivo dell’intero progetto è da capogiro: 916 milioni di dollari.

“Un investimento di 450 milioni, che ha creato circa 500 posti di lavoro, diretti e indiretti, dovrebbe essere pienamente appoggiato da tutte le autorità”, ha affermato il premier Nikšić all’inaugurazione della miniera di Rupice a Vareš.

Quello degli impatti, effettivi e potenziali, delle miniere “verdi” sull’ambiente è invece un argomento quasi assente dal discorso pubblico e dai media mainstream.

Giochi politici attorno alle miniere in Macedonia del Nord

Al momento in Macedonia del Nord non ci sono progetti di estrazione del litio. In tutto il paese però si stanno esplorando giacimenti di argento e rame. Quest’ultimo rientra tra le materie prime critiche e strategiche, cruciali per la transizione verde e digitale, ossia per il passaggio da un sistema economico basato su fonti fossili ad una economia fondata sull’utilizzo delle risorse minerarie.

Da quasi dieci anni ormai la popolazione della regione sud-orientale della Macedonia del Nord si batte per scongiurare l’apertura di una miniera di rame e oro nei pressi dei villaggi di Ilovica e Štuka. I cittadini mettono in guardia sulle possibili conseguenze disastrose delle attività estrattive sull’area più fertile del paese che copre la fetta maggiore della produzione nazionale di ortaggi.

Negli ultimi anni la rivolta dei cittadini si è estesa al punto da far nascere diverse associazioni ambientaliste, tra cui Zdrava Kotlina a Strumica, Eko dolina a Novo Selo e l’iniziativa civica Spasimo strumičku kotlinu – zaustavimo rudnik smrti [Salviamo la valle di Strumica – fermiamo la miniera di morte]. Sono state organizzate diverse proteste e blocchi stradali, con un chiaro messaggio: non vogliamo le miniere!

Dal 2004 al 2012 la compagnia americano-bulgara Phelps Dodge Vardar aveva condotto attività esplorative in una località situata ad un chilometro di distanza dai villaggi di Ilovica e Štuka. Poi l’estrazione è stata affidata ad una società più grande, la multinazionale britannico-canadese Euromax Resources, con sede a Londra, che ha annunciato di voler investire centinaia di milioni di euro, da spalmare su tre decenni, nello sfruttamento dei giacimenti di oro e rame a Ilovica.

Negli ultimi vent’anni, le due aziende sono state coinvolte in diversi procedimenti penali. Ad un certo punto a Euromax Resources è stato consentito di accorpare le due concessioni per lo sfruttamento di rame e oro a Ilovica e Štuka, ma [non avendo soddisfatto i requisiti richiesti] lo stato ha revocato le concessioni. L’azienda si è rivolta al Tribunale amministrativo e nel marzo di quest’anno ha perso la causa. Ora tocca alla Corte suprema esprimersi sul caso.

“Nella sentenza emessa si afferma che il governo, secondo la Legge sulle materie prime minerarie, non è obbligato ad accorpare le concessioni, come invece richiesto dalla compagnia. Euromax Resources ha fatto ricorso alla Corte amministrativa suprema, e ora si attende la sentenza. Vedremo come andrà a finire. Non è la prima volta che accade, i tribunali giocano a ping pong con questo caso”, spiega Gjorgi Tanušev dell’ong Zdrava Kotlina.

Zona mineraria nell'area di Ilovica e Štuka, Macedonia del Nord © Julia Nikoff/Shutterstock

Zona mineraria nell'area di Ilovica e Štuka, Macedonia del Nord © Julia Nikoff/Shutterstock

Ispettorati corrotti

Le ong dell’area di Strumica sottolineano che la popolazione non dovrebbe avere paura di opporsi alle multinazionali né lasciarsi scoraggiare dalle divisioni che lacerano il governo e la magistratura. Numerosi cittadini hanno già espresso il loro malcontento partecipando a diverse proteste e blocchi stradali, dicendosi pronti a difendere le proprie case e aziende agricole poiché molti di loro vivono di agricoltura. I cittadini sono inquieti per il protrarsi dell’incertezza che, a loro avviso, viene alimentata principalmente dai giochi politici all’interno della magistratura. Sono convinti che, a causa degli alti livelli di corruzione e di povertà, l’ambiente in cui vivono possa diventare vittima di cattive prassi minerarie.

“Assolutamente, non ci sono dubbi, finora è sempre andata così. Vedremo come evolverà la situazione. Abbiamo due relazioni ispettive completamente diverse tra loro, redatte da due istituzioni statali. Un ispettorato ha stabilito che la compagnia ha costruito infrastrutture adeguate per proteggere l’ambiente, l’altro ispettorato è giunto alla conclusione opposta. Sappiamo che le infrastrutture non sono state costruite, quindi è chiaro quale ispettorato è corrotto”, afferma Tanušev.

I nostri interlocutori concordano sul fatto che in Macedonia del Nord vi sia la tendenza ad esplorare nuovi giacimenti di rame e oro. Pur non essendoci giacimenti di litio, il paese dispone di riserve di altri minerali fondamentali per la transizione energetica dell’Unione europea. Sono già state annunciate le attività per esplorare potenziali giacimenti di rame e oro a Plavica, a poco più di 100 chilometri da Ilovica-Štuka. In quest’area il rischio di causare danni all’ambiente è enorme, anche perché ci sono diverse sorgenti di acqua potabile utilizzata dalla popolazione locale.

Opposizione e maggioranza, due visioni opposte

Le ong locali hanno ricevuto garanzie dalla VMRO DPMNE, ritornata al potere a maggio [dopo sette anni all’opposizione], che le leggi verranno rispettate e che non sarà consentita l’apertura della miniera di Ilovica-Štuka. Quanto alla situazione a Plavica, secondo gli attivisti, la nuova maggioranza ha messo in chiaro che l’apertura di una nuova miniera porterebbe alla devastazione dell’ambiente, e a pagarne le conseguenze sarebbe la popolazione locale.

Uscita vincitrice dalle elezioni dello scorso 8 maggio, la VMRO DPMNE a fine giugno ha dato vita al nuovo esecutivo. Negli anni passati all’opposizione, il partito ha sempre ribadito di essere contrario all’apertura di una nuova miniera a Ilovica-Štuka.

Nel frattempo, i deputati eletti tra le fila della VMRO DPMNE, con il sostegno di altri partiti, hanno approvato le modifiche alla legge sull’organizzazione dei ministeri. La nuova normativa prevede la creazione del ministero dell’Energia, delle Miniere e delle Risorse minerarie al posto della Direzione per le miniere all’interno del ministero del Commercio. Il riordino dei ministeri – come sottolinea la VMRO DPMNE – permetterà di porre maggiore enfasi sul settore minerario.

In attesa delle prime dichiarazione del nuovo esecutivo, siamo andati a vedere cosa prevede il programma elettorale della VMRO DPMNE in materia mineraria. Vi si afferma che il partito sosterrà l’apertura di nuove miniere di materie prime, non a Ilovica-Štuka, ma in altre località, tra cui anche Plavica.

“Nel prossimo periodo ci impegneremo ad aprire una miniera di manganese a Stogovo, ad assegnare – con metodi adeguati – le concessioni per lo sfruttamento dei giacimenti di ferro a Tajmište-Kičevo e per una miniera di rame, oro e argento a Stogovo”. Nel programma della VMRO DPMNE, intitolato “Platforma 1198” [Piattaforma 1198], oltre che della località di Plavica, si parla anche della montagna di Crn Vrv nei comuni di Kratovo e Probištip, e dell’assegnazione delle concessioni per l’area di Lipkovo-Lojane.

Le conseguenze delle esplorazioni geologiche: sorgenti prosciugate, cavalli morti

La popolazione dell’area di Ilovica-Štuka ha già sperimentato le conseguenze delle ricerche geologiche. Le sorgenti d’acqua e i terreni agricoli sono stati contaminati, migliaia di ettari di foreste ad alto valore naturale abbattute. Le prime ricerche e perforazioni esplorative sono state avviate nel 2004.

“Le ricerche e le trivellazioni sono andate avanti per anni. Credo che ci siano oltre quattrocento pozzi. Dal 2015, quando le ricerche si sono concluse, le sorgenti d’acqua si sono più volte prosciugate. Le falde acquifere risentono di quanto accade nella montagna. Ci sono stati casi di peste bovina, cavalli morti a Ilovica dopo aver bevuto l’acqua di sorgenti e pozzi naturali, ma anche casi di moria di pesci in un lago artificiale”, spiega l’attivista Gjorgi Tanušev.

Lavoratori in una miniera di rame © kamal Abdelhafeez/Shutterstock

Lavoratori in una miniera di rame © kamal Abdelhafeez/Shutterstock

Gli investitori minacciano l’arbitrato

Lo scorso 26 aprile, nella trasmissione “Triling” sul canale TV 24, è stata pubblicata un’intervista con Timothy Morgan-Wynne, direttore della multinazionale Euromax Resources, recatosi in Macedonia del Nord nel bel mezzo della campagna elettorale. Alla domanda se lo scopo della sua visita fosse quello di esprimere il suo malcontento per lo stato di avanzamento del progetto Ilovica-Štuka facendo pressione sui candidati alle elezioni, Morgan-Wynne ha risposto che il suo arrivo ha coinciso con la campagna elettorale per puro caso.

Il direttore di Euromax Resources ha poi precisato che il progetto di aprire una miniera di rame e oro nel sud della Macedonia risale al 2004, ma che solo ora, avendo perso molto tempo e denaro, la compagnia ha deciso di ricorrere ad un arbitrato internazionale.

“La nostra pazienza è finita. Pertanto, procederemo con l’arbitrato. Ma come ho già detto, il prossimo passo del governo [di Skopje] e delle istituzioni statali è cruciale. La palla è nel loro campo. La questione può essere risolta. E noi vorremmo che venisse risolta. Però dopo tanti tentativi, purtroppo andati a vuoto, di fare affidamento sulle istituzioni e sul sistema di questo paese, siamo costretti a puntare sull’arbitrato”, ha spiegato Timothy Morgan-Wynne.

Per Gjorgi Tanušev, le minacce di arbitrato, che si protraggono ormai da anni, dimostrano che Euromax Resources ha torto. La compagnia – sostiene l’attivista – non può vincere un arbitrato a causa della documentazione inadeguata e delle violazioni della legge riguardanti l’ottenimento di permessi e concessioni, le ricerche e la tutela dell’ambiente.

“Se vogliono un arbitrato, allora emergerà chi era in ritardo, chi non aveva i documenti necessari, perché non li aveva, chi consegna i documenti l’ultimo giorno, quali sono le scadenze. La legge va rispettata in tutti i sensi, non si possono inventare leggi adatte a loro. Da due anni ormai affermano di voler avviare un arbitrato per risolvere la polemica con lo stato, ma non lo fanno perché hanno torto. Altrimenti, lo avrebbero fatto tempo fa”, commenta Tanušev.

Stando alle sue parole, l’arbitrato può comportare certi rischi per lo stato solo se vengono coinvolte persone corruttibili, pronte a elargire indebitamente i soldi pubblici.

“Il loro gioco – spiega l’attivista – consiste nel minacciare l’arbitrato e chiedere allo stato un miliardo di euro, per poi poter dire: ‘Non andiamo all’arbitrato, troviamo un compromesso. Poi si metteranno d’accordo, ad esempio, su una cifra di circa 600 milioni di euro, non necessariamente un miliardo. Così tutti ruberanno legalmente a noi, cittadini, perché quei soldi arriveranno dal bilancio. Questo è l'arbitrato”.

In questo caso non ci sono querele temerarie, anche se alcuni membri delle organizzazioni non governative hanno ricevuto minacce di azioni legali. È stato loro intimato di mollare, ma hanno resistito. Nel 2019 trenta organizzazioni ambientaliste si sono schierate al fianco degli attivisti di Strumica che hanno ricevuto un ammonimento per le posizioni espresse sui social contro la compagnia Euromax Resources che ha ottenuto la concessione per la miniera di rame Ilovica-Štuka.

“Gli attivisti per l’ambiente di tutto il paese sono stati bersaglio di diversi atti intimidatori e attacchi. Tale atteggiamento nei confronti della società civile ambientalista è contrario alla democrazia ecologica e alla Convenzione di Aarhus. Sarebbe interessante vedere queste cause legali. Loro però evitano qualsiasi dibattito, sono consapevoli di quanto sappiamo e per loro è un problema”, sostiene Tanušev.

Nel 2018, l’allora governo di Skopje ha rescisso il contratto per la costruzione della miniera di Kazandol che sarebbe dovuta sorgere nell’area di Bogdanci, Valandovo e Dojran. Il Tribunale amministrativo ha confermato la decisione del governo, stabilendo che l’investitore e il concessionario, cioè la società Euromax Resources, non ha adempiuto all’obbligo di costruire, entro un termine di due anni, un impianto per lo sfruttamento del rame catodico con una capacità di trattamento pari o superiore al 50% della quantità estratta. È stato organizzato un referendum in cui la maggior parte della popolazione locale si è espressa contro la costruzione della miniera di rame e oro.

Contro le SLAPP, il caso di Hajrija Čobo

Quattro anni fa, Hajrija Čobo, carismatica attivista civica di Kakanj, aveva notato che l’acqua di una delle sorgenti di cui abbondano le distese boschive tra i comuni di Vareš e Kakanj era torbida. La sorgente si trova al piedi della collina di Lipnica, dove l'azienda Adriatic Metals svolge le attività estrattive, e sfocia nel fiume Trstionica che, insieme alla Bukovica, fornisce acqua potabile a circa 30mila abitanti di Kakanj, nel cuore della Bosnia Erzegovina.

A questo primo shock ne sono seguiti altri: la costruzione di un impianto di betonaggio senza alcun preavviso, l’abbattimento degli alberi in una zona di protezione delle acque sotterranee e, soprattutto, la scoperta della presenza, nei campioni di acqua di Bukovica, di una quantità di cadmio superiore ai limiti di legge: tutti questi eventi hanno suscitato forti proteste di una parte della popolazione di Kakanj.

Nella denuncia sporta al Comitato della Convenzione di Berna contro la Bosnia Erzegovina per i permessi rilasciati ad Adriatic Metals, Hajrija Čobo, docente di lingua e letteratura inglese e avvocata, ha sottolineato le minacce per l’ambiente e il diritto dei cittadini all’accesso all’acqua potabile, mettendo anche in guardia sui potenziali effetti negativi delle future attività minerarie sull’ambiente e la salute umana. Reagendo alla denuncia, il Comitato ha raccomandato alla Bosnia Erzegovina di sospendere le attività di Adriatic Metals fino a quando non verranno accertate le accuse mosse da Hajrija Čobo.

“A cosa mi servirà un misero risarcimento danni se non avrò acqua da bere, e non l’avrò, capite, perché i lavori si svolgono su una collina permeata d’acqua allo stesso modo in cui il corpo umano è permeato di vene. Una volta che i metalli pesanti vengono rilasciati nelle falde acquifere, è finita, non si torna indietro”, ha avvertito Čobo in una dichiarazione rilasciata al Centro per il giornalismo investigativo (CIN) di Sarajevo.

Reagendo a questa affermazione, nell’ottobre 2023 la compagnia Adriatic Metals ha intentato una causa per diffamazione contro Hajrija Čobo, chiedendo il risarcimento dei danni morali per un importo di 2000 marchi (circa 1000 euro) con interessi di mora dalla data di pubblicazione della inchiesta di CIN . Le organizzazioni della società civile riunite nella rete informale EkoBiH, come anche diverse associazioni internazionali, hanno espresso un forte sostegno all’attivista querelata, sottolineando che si tratta di un classico caso di SLAPP.

Hajrija Čobo "Pensa alla natura"

Hajrija Čobo "Pensa alla natura"

Čobo ha scritto una difesa di oltre 470 pagine, preparando una mole di documenti con cui intendeva intraprendere una battaglia legale. Quattro mesi dopo, Adriatic Metals ha deciso di ritirare la querela.

Secondo la normativa bosniaco-erzegovese, per poter ritirare una querela è necessario il consenso del querelato. Hajrija Čobo ha rifiutato di dare il proprio consenso, ne ha informato ufficialmente il tribunale di Kakanj, proponendo la rinuncia alla querela e il risarcimento delle spese del procedimento a carico del querelante.

“Se la mia proposta non verrà accettata, il procedimento penale continuerà, perché questa ormai non è più soltanto la mia battaglia, è una lotta di tutti i cittadini e le cittadine della Bosnia Erzegovina contro un classico esempio di colonialismo”, ha precisato l’attivista in una dichiarazione rilasciata ai media.

Nel frattempo, il tribunale di Kakanj ha respinto la querela intentata da Adriatic Metals contro Hajrija Čobo. Oltre ad essere una vittoria personale di Hajrija, questa è anche una vittoria simbolica dell’individuo contro gli interessi delle multinazionali.

La legge sulle ricerche geologiche e la moratoria sull’estrazione mineraria a Majevica

Una complicata struttura amministrativa, la corruzione dilagante e un sistema politico a dir poco complesso, a cui si aggiunge l’idea secondo cui lo sfruttamento dei minerali fondamentali per “l’industria verde” sarebbe capace di tirare fuori la Bosnia Erzegovina dalla crisi del dopoguerra. Tutti elementi che contribuiscono all’inerzia dello stato nel proteggere le proprie risorse naturali. La Bosnia Erzegovina è conosciuta per l’immensa biodiversità e per un grande potenziale di sviluppo dell’agricoltura biologica e del turismo sostenibile.

D’altra parte, le autorità bosniaco-erzegovesi reagiscono con prontezza quando si tratta di adottare provvedimenti a favore degli investitori stranieri. Nel secondo semestre di quest’anno è prevista l’approvazione di una nuova legge sulle ricerche geologiche in Republika Srpska. La proposta legislativa prevede di escludere le comunità locali dai processi decisionali riguardanti le attività minerarie e di aumentare la quantità massima di materia prima prelevabile, per testarne le proprietà e la qualità, dagli attuali 200 a ben 10.000 metri cubi.

“Lo scopo della proposta di legge – si afferma nel testo – è incoraggiare lo sviluppo economico della Republika Srpska creando un quadro giuridico stimolante per gli investimenti nella ricerca geologica, rispettando le norme in materia di tutela dell’ambiente”. Questa è la terza legge sulle esplorazioni geologiche proposta negli ultimi cinque o sei anni.

Oltre al desiderio di favorire gli investitori e facilitare l’ottenimento dei permessi, a spingere le autorità della Republika Srpska a proporre un nuovo testo legislativo è stata la decisione di alcuni sindaci dei comuni dell’area interessata dalle esplorazioni geologiche di opporsi apertamente all’apertura di una miniera a Majevica. I sindaci temono le conseguenze negative per l’ambiente e la salute umana, come quelle a cui si assiste nella vicina Serbia.

Lopare Selo, area interessata dalle esplorazioni geologiche - Foto S. Sanja Mlađenović Stević

Lopare Selo, area interessata dalle esplorazioni geologiche - Foto S. Sanja Mlađenović Stević

Il sindaco di Lopare aveva lanciato una petizione per vietare l’apertura delle miniere sulla montagna di Majevica che sovrasta la fertile terra della Semberija. Partendo dalla petizione, firmata da oltre 3.700 abitanti del piccolo comune di Lopare, si è arrivati all’idea di chiedere all’Assemblea popolare della Republika Srpska di adottare una dichiarazione contro l’apertura delle miniere di litio, boro, sodio, stronzio, potassio e altri elementi associati nell’area di Lopare. La dichiarazione non è stata adottata a causa di troppi deputati “indecisi”.

“Quindi, abbiamo continuato la nostra battaglia per le risorse naturali. Chi è eletto dal popolo dovrebbe ascoltare cosa pensano gli abitanti di queste aree riguardo alla direzione di sviluppo del nostro paese. Vogliamo che la BiH diventi un’enorme miniera o che si sviluppi in una direzione dove la salute pubblica è la priorità, così da permettere alla popolazione di rimanere in queste aree e di preservare l’acqua, il suolo e l’aria pulita, invece di andarcene tutti e lasciare che il paese si trasformi in un deserto? Se c’è un paradiso sulla terra, quello è il nostro paese. Evitiamo di rovinarlo per avidità”. Così Snežana Jagodić Vujić, attivista di lunga data dell’associazione “Naš put” [La nostra strada] di Bijeljina, ha commentato la mancata approvazione della Dichiarazione sulla moratoria sulle miniere a Majevica. Ad oggi l’associazione di Bijeljina, in collaborazione con altre ong in Republika Srpska, ha organizzato quattro incontri pubblici per informare i cittadini sui potenziali rischi dell’estrazione delle materie prime critiche per la salute e l’ambiente.

Il progetto Lopare

Nell’area di Lopare, nel nord est della Bosnia Erzegovina, dopo tre anni di esplorazioni dei grandi giacimenti di carbonato di litio, magnesio, potassio e boro, la compagnia svizzera Arcore AG ha annunciato che il suo progetto ha “un enorme potenziale per garantire una maggiore indipendenza dalle importazioni e la fornitura di materie prime critiche in tutta Europa per diversi decenni”. Il valore delle riserve scoperte – circa dieci milioni di tonnellate di boro e un milione di tonnellate di litio – è stimato in dieci miliardi di dollari.

Nei comunicati emessi, l’azienda ha anche affermato che, dopo aver ottenuto l’autorizzazione all’estrazione mineraria nell’area di Lopare, dalla fine del 2026 sarà capace di avviare “un’attività estrattiva ecologicamente e socialmente responsabile”. Parole che non hanno però convinto la popolazione locale.

Lopare si trova in una zona pittoresca, dove la vista dal monte Majevica scende verso le fertili pianure di Semberija e Posavina.

“Negli ultimi anni in questo luogo sono state effettuate diverse perforazioni esplorative con conseguenze disastrose per l’ambiente. Molte cose sono state fatte lontano dai riflettori, l’intero progetto di Lopare è avvolto nel mistero. La popolazione era completamente all’oscuro del fatto che la compagnia aveva ottenuto i permessi per le attività esplorative già nel 2018. Dopo aver saputo delle attività esplorative dai media, nel dicembre dello scorso anno abbiamo organizzato il primo incontro pubblico a Lopare, a cui ha partecipato anche il sindaco”, spiega Snežana Jagodić Vujić.

Snežana Jagodić Vujić: "Il progetto Lopare è avvolto nel mistero" - Foto S. Mlađenović Stević

Snežana Jagodić Vujić: "Il progetto Lopare è avvolto nel mistero" - Foto S. Mlađenović Stević

L’associazione “Čuvari Majevice” [Guardiani di Majevica] ha condotto un’analisi indipendente dei campioni d’acqua prelevati da tre punti diversi nell’area dove si sono svolte le perforazioni esplorative. “L’Istituto dell’acqua di Bijeljina ha accertato la presenza di metalli pesanti in questi campioni, stiamo però ancora aspettando un’analisi esperta dei risultati”, sottolinea Adriana Pekić dell’associazione “Čuvari Majevice”.

Le preoccupazioni degli attivisti – che temono che le attività esplorative effettuate in un’area di una ventina di chilometri quadrati non siano state accompagnate da adeguate procedure di protezione ambientale – sono condivise dalla popolazione locale. Jovan di Lopare Selo spiega che oltre un anno fa una squadra di tecnici ha scavato quattro pozzi esplorativi nella sua proprietà riempiendoli di un liquido. Poco dopo da uno dei pozzi è fuoriuscito un liquido torbido, che si è riversato sul terreno circostante ricoprendolo di fanghi tossici. La squadra non è mai tornata, anche se ha promesso che avrebbe riportato il terreno allo stato originale.

Jovan: "Ce ne andremo via tutti" - Foto S. Mlađenović Stević

Jovan: "Ce ne andremo via tutti" - Foto S. Mlađenović Stević

“Ho permesso loro di perforare, ma non sapevo fosse una bomba ambientale. Hanno effettuato perforazioni anche a Labucka, ai piedi del monte Majevica, ora da quelle parte c’è un deserto”, racconta Jovan, la cui unica figlia di recente si è trasferita in Germania. “Ce ne andremo via tutti”, lamenta Jovan, “qui ormai non cresce nemmeno l’erba”.

La sua vicina, Desanka Simkić, spiega di essere costretta ad andare lontano per prendere l’acqua e portarla a casa in taniche. “Prima avevamo mucche, pecore, galline, serre… avevamo la nostra acqua, tre sorgenti, ormai tutte prosciugate. Abbiamo scavato sei pozzi, ma non siamo riusciti a trovare l’acqua”, racconta Desanka con disperazione.

Attualmente il progetto di Lopare è in stallo. Le ricerche esplorative si sono concluse e l’investitore, Arcore AG, ha tempo fino a gennaio 2025 per richiedere la concessione per lo sfruttamento dei minerali in quest’area. L’azienda conta sul sostegno del suo partner strategico, la canadese Rock Tech che investe massicciamente nelle tecnologie al litio ed è in forte espansione.

La battaglia per Ozren

Al pari della popolazione di Lopare, anche gli abitanti della cittadina di Petrovo, situata in un’area agricola sul monte Ozren, ricco di risorse forestali e minerarie, non sono stati informati dell’avvio delle ricerche esplorative nel territorio del loro comune.

Il Piano territoriale della Republika Srpska definisce il monte Ozren come un’area protetta. Attualmente però ad essere ufficialmente posta sotto protezione è solo la cima di Gostilj, nota per la tradizionale raccolta del camedrio montano utilizzato a scopo terapeutico. La produzione agricola, il turismo e la coltivazione di piante medicinali sono solo alcuni dei motivi che hanno spinto la popolazione locale ad opporsi all’annunciata apertura di una miniera dell’azienda Medeni brijeg, affiliata alla società australiana Lykos.

Nell’autunno del 2021 Lykos ha iniziato le esplorazioni dei giacimenti di nichel e cobalto, dopo aver ottenuto il permesso del ministero dell’Energia e delle Miniere della Republika Srpska, con il consenso del consiglio comunale di Petrovo. Gli abitanti non ne sapevano nulla, fino a quando non si sono imbattuti in squadre esplorative.

“Hanno avuto la sfortuna di arrivare in un villaggio dove vivono persone scettiche, intraprendenti e determinate. Abbiamo scoperto rapidamente che intendevano estrarre nichel, un metallo cancerogeno, utilizzando grandi quantità di acido solforico, come nel caso dell’estrazione del litio”, spiega Zoran Poljašević, presidente dell’associazione “Ozrenski studenac” [La sorgente di Ozren].

Zoran Poljašević, presidente dell’associazione Ozrenski studenac - Facebook

Zoran Poljašević, presidente dell’associazione Ozrenski studenac - Facebook

Meno di un mese dopo, sulla scorta delle proteste scoppiate a Petrovo, il consiglio comunale, su proposta del sindaco, ha revocato il permesso rilasciato all’azienda Lykos.

“Il loro problema è che rendono note tutte le informazioni alla borsa australiana. Così siamo venuti a conoscenza di tutti i dettagli del progetto, dove stavano effettuando le perforazioni e dove intendevano lavorare. Per queste operazioni l’azienda doveva ottenere il consenso dei proprietari dei terreni interessati. È emerso però che almeno cinque proprietari non avevano dato il proprio consenso. Abbiamo inviato le dichiarazioni di questi proprietari al ministero dell’Energia. Il 31 maggio 2022 il ministero ha revocato il permesso per l’attività esplorativa”, spiega Poljašević.

Una ventina di giorni prima sul territorio della vicina città di Doboj era stato avvistato un elicottero che, secondo gli attivisti, era legato al progetto dell’azienda Lykos di estendere l’attività esplorativa a ovest di Petrovo. Gli attivisti hanno chiesto alla Direzione per l’aviazione civile della BiH chiarimenti sulla vicenda. “Ci hanno risposto di aver notato l’elicottero che però non aveva il permesso per sorvolare i centri abitati. Per questo abbiamo sporto denuncia contro Lykos”, precisa Poljašević, annunciando l’intenzione di proseguire la battaglia per Ozren e di organizzare diversi incontri pubblici in tutta la Bosnia Erzegovina.

“Si tratta delle nostre proprietà, del nostro paese. Cose che non hanno prezzo! L’estrazione verde è un ossimoro, è impossibile, soprattutto per i metalli pesanti, la cui estrazione, ma anche l’esplorazione, comporta gravi conseguenze per l’ambiente. Nel 2012 la compagnia Srbija nikl aveva effettuato perforazioni esplorative in tre località per individuare i giacimenti di nichel. L’Accademia serba delle scienze e delle arti aveva assunto una chiara presa di posizione sulle conseguenze devastanti di simili operazioni. Questa è la posizione scientifica a cui ci appelliamo”, conclude l’attivista.

La società Lykos, così come la sua affiliata SNK Metali Bijeljina, si trova ad affrontare anche la resistenza degli abitanti del comune di Jezero, nei pressi di Jajce. La popolazione si oppone all’annunciata apertura di una miniera di piombo, zinco, rame, barite e metalli affini nell’area di Sinjakovo, che si estende sul territorio di tre comuni della Bosnia orientale: Mrkonjić Grad, Šipovo e Jezero. A suscitare preoccupazione degli abitanti di Jezero sono i pozzi esplorativi, la distruzione delle foreste, il rischio di frane e di contaminazione delle falde e dei laghi del Pliva, vera e propria perla naturalistica della BiH.

Milan Kovač, sindaco di Šipovo, per ben due volte ha inserito la proposta di autorizzare le esplorazioni geologiche all’ordine del giorno del consiglio comunale. Entrambe le volte la proposta è stata bocciata. “Nel nostro comune ci sono sei piccoli e due grandi fiumi, Janj e Pliva. Tutti i ruscelli e piccoli fiumi si gettano nel Pliva, che prosegue verso Jajce dove sfocia nel Vrbas”, ha spiegato Milan Plavšić, consigliere comunale di Šipovo, esprimendo la sua preoccupazione per le possibile conseguenze dell’annunciato progetto minerario.

Progetto Serbia

La pianura della Semberija, che si estende per chilometri lungo il confine tra Bosnia Erzegovina e Serbia, è nota sin dai tempi antichi come “il granaio della Bosnia” grazie ai fertili terreni agricoli e alla vivace attività di lavorazione del grano. La Mačva, fertile regione della Serbia nordorientale, porta invece l’epiteto di “granaio d’Europa” sin dall’epoca romana.

La via delle “materie prime strategiche”, che l’UE intende utilizzare per ottenere le materie prime necessarie per l’industria verde, attraversa la Semberija per collegare la fertile Mačva e Gornje Nedeljice in Serbia al comune di Lopare nella Bosnia orientale. A Gornje Nedeljice l’azienda Rio Tinto ha annunciato un investimento di 2,4 miliardi di dollari.

Campi di grano a Gornje Nedeljice nella Valle dello Jadar - Foto S. Mlađenović Stević

Campi di grano a Gornje Nedeljice nella Valle dello Jadar - Foto S. Mlađenović Stević

Anche questo progetto è stato definito come uno degli investimenti più allettanti nell’estrazione verde sul suolo europeo, ed è accompagnato da proteste della popolazione locale, preoccupata per la contaminazione delle falde acquifere e dei terreni agricoli durante le attività esplorative effettuate nell’area. La rivolta, partita da Gornje Nedeljice, si è riversata nelle strade delle città serbe con il messaggio “Ne damo Jadar!” [Giù le mani dallo Jadar].

“Tutti dovrebbero sapere cosa significa lo sfruttamento del litio. Anche se il progetto Jadar non venisse realizzato, gli effetti dell’inquinamento non rimarrebbero isolati, ad essere minacciata non sarebbe solo la città di Loznica, bensì l’intera valle dei fiumi Jadar, Drina e Sava, fino a Belgrado e oltre”, avverte Ratko Ristić, idrologo ed ecologo, professore alla Facoltà di Scienze forestali di Belgrado.

Come scrive Imre Krizmanić, professore alla Facoltà di Biologia di Belgrado, se si decidesse di permettere lo sfruttamento del litio, “ci rimarrebbero centinaia di migliaia di ettari di ambiente devastato, terreni agricoli e corsi d’acqua inutilizzabili, sempre più sommersi da rifiuti tossici”.

Pozzo esplorativo dell’azienda Rio Tinto a Gornje Nedeljice - Foto S. Mlađenović Stević

Pozzo esplorativo dell’azienda Rio Tinto a Gornje Nedeljice - Foto S. Mlađenović Stević

Gornje Nedeljice: giù le mani dallo Jadar!

Gli abitanti di Gornje Nedeljice vicino a Loznica, al pari della popolazione di Lopare, si affidano ai risultati delle ricerche di alcuni noti professori serbi, ma anche alla propria esperienza avendo assistito alla contaminazione dei terreni agricoli a causa della fuoriuscita di fluidi dai pozzi esplorativi della compagnia Rio Tinto. Dal 2004, in questa regione agricola della Serbia, la Rio Tinto ha perforato seicento pozzi esplorativi.

Dopo la scoperta di un nuovo minerale chiamato jadarite, un silicato di litio e boro, è stata avviata una massiccia campagna di acquisto – a prezzi inverosimili – di terreni agricoli interessati dal progetto minerario, accompagnata dai tentativi di esercitare pressione sulla popolazione locale. Tentativi – come sottolineano gli abitanti – a cui hanno partecipato anche i vertici dello stato. Oggi alcune aree di Gornje Nedeljice somigliano ad una zona colpita da una catastrofe radioattiva.

“In questa valle stretta tra due fiumi, Jadar e Korenita, l’azienda Rio Tinto, o meglio la sua affiliata Rio Sava, vuole costruire una discarica per circa 60 milioni di metri cubi di rifiuti tossici e cancerogeni derivanti dall’estrazione della jadarite”, spiega Nebojša Petković, abitante di Gornje Nedeljice. Come la maggior parte dei suoi compaesani, Petković si batte per difendere oltre 500 ettari di terreno fertile, in parte coperto da vegetazione forestale, interessato dal progetto Jadar.

Petković precisa che per l’estrazione della jadarite, come annunciato, verrebbe impiegato un sistema di pompaggio dell’acqua, con l’utilizzo di 1.100 tonnellate di acido solforico e 40 tonnellate di dinamite al giorno, per una produzione di 58.000 tonnellate di jadarite all’anno.

Nebojša Petković indica il luogo dove è prevista la costruzione di una discarica di rifiuti tossici - Foto S. Mlađenović Stević

Nebojša Petković indica il luogo dove è prevista la costruzione di una discarica di rifiuti tossici - Foto S. Mlađenović Stević

“La compagnia Rio Tinto esiste da oltre 150 anni e in questo tempo ha provocato, tra l’altro, una guerra civile in Papua Nuova Guinea, scioperi dei minatori in Spagna, la distruzione delle grotte sacre in Australia, l’inquinamento in Mongolia e Madagascar… La famiglia Petković è giunta in quest’area prima della Rio Tinto e difenderemo fino all’ultimo giorno le terre ereditate dai nostri antenati”, afferma Petković con determinazione.

Le conseguenze delle recenti esplorazioni geologiche sono visibili anche a Gornje Nedeljice. Dai pozzi, sigillati e chiusi a chiave, di tanto in tanto fuoriesce un liquido tossico, che contamina i campi di grano circostanti. Quindi, gli abitanti – come spiega Petković – sono costretti a rimuovere grandi porzioni di suolo per sostituirle con terra sana.

Nel gennaio del 2022, sulla scorta delle proteste in tutto il paese, Belgrado ha sospeso il progetto che prevedeva l’apertura di una miniera e uno stabilimento per la lavorazione della jadarite nella valle del fiume Jadar. Successivamente però, la leadership serba ha più volte definito quella decisione un errore. Nel frattempo, la Serbia ha firmato un memorandum con InoBat, azienda partner di Rio Tinto, per la costruzione di una fabbrica di batterie per veicoli elettrici, e poi una lettera di intenti con l’UE nel settore delle materie prime critiche, tra cui rientra anche il litio.

Nebojša Petković e altri abitanti di Gornje Nedeljice, riuniti nell’associazione “Ne damo Jadar!” [Giù le mani dallo Jadar], sono decisi a proseguire la loro battaglia.

“L’azienda non ha rinunciato al progetto. Il governo non ha rinunciato al progetto. Noi non rinunciamo alla lotta!”.

Migliaia di persone bloccano il traffico a belgrado, Serbia, per protestare contro al Rio Tinto, 2021 © Djordje Kostic/Shutterstock

Migliaia di persone bloccano il traffico a belgrado, Serbia, per protestare contro al Rio Tinto, 2021 © Djordje Kostic/Shutterstock

La domanda finale

Il timore di un disastro ambientale, legato allo sfruttamento del litio, è riemerso tra i cittadini serbi dopo l’adozione del controverso regolamento europeo sulle materie prime critiche e dopo l’annuncio dell’ultima fase dei negoziati tra la Commissione europea e la Serbia su un memorandum di intesa per un partenariato strategico nel settore delle batterie e delle materie prime critiche.

Dopo che a metà giugno il presidente serbo Aleksandar Vučić ha dichiarato al Financial Times che le “nuove garanzie” del gigante minerario mondiale e dell’UE sembrano aver risposto alle preoccupazioni della Serbia riguardo al rispetto degli standard ambientali nella valle del fiume Jadar, la popolazione della Serbia occidentale ha iniziato a prepararsi a nuove proteste. I cittadini hanno interpretato le affermazioni di Vučić come l’annuncio della disponibilità della leadership serba a permettere all’azienda Rio Tinto di riavviare il progetto della più grande miniera di litio sul suolo europeo.

Due anni fa, sulla scia delle massicce proteste ambientaliste in tutta la Serbia, e grazie al sostegno di 30mila cittadini che avevano firmato una petizione contro la miniera di litio, il governo di Belgrado aveva revocato i permessi per il progetto Jadar. Il valore del progetto – che, come annunciato, potrebbe soddisfare il 90% dell’attuale fabbisogno europeo di litio – è stimato in 2,4 miliardi di dollari.

La Serbia è tra i primi potenziali fornitori di materie prime critiche all’UE, in particolare di litio, il metallo preferito per la produzione di batterie per veicoli elettrici e dispositivi mobili.

La comunità accademica serba continua a mettere in discussione il Green Deal europeo che vede la Serbia e la Bosnia Erzegovina come un’importante fonte di materie prime che in futuro potrebbe rifornire l’industria europea di metalli critici, litio compreso.

Il controverso regolamento europeo sulle materie prime critiche (Critical Raw Materials Act – CRMA ) prevede, tra l’altro, che alcuni progetti di sfruttamento minerario, cruciali per l’industria del futuro, vengano dichiarati strategici. Questo significa meno burocrazia, sgravi amministrativi, partenariati strategici, incentivi per l’innovazione e le imprese, possibili accordi con “paesi amici”, tra cui i Balcani occidentali.

I critici dell’iniziativa di Bruxelles sostengono che la nuova normativa favorisca i progetti minerari a scapito della tutela dell’ambiente e dei diritti della popolazione dei Balcani occidentali. Al contempo, mettono in guardia sulle cattive prassi di “estrazione verde” in altre parti del mondo, ma anche sul fatto che molti grandi giacimenti di materie prime strategiche in altri paesi europei non vengono affatto sfruttati.

Riserve di litio in Europa (in milioni di tonnellate) - Fonte Demostat

Riserve di litio in Europa (in milioni di tonnellate) - Fonte Demostat

Nel novembre del 2023, più di 130 organizzazioni e oltre 100 esperti e accademici di trenta paesi hanno inviato una lettera aperta a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, chiedendo che la proposta di legge europea sulle materie prime critiche venisse ritirata. In pochi giorni 60mila persone hanno firmato una petizione contro la proposta legislativa. I firmatari ritengono che la legge minacci i diritti umani e ambientali.

Le richieste dei firmatari della petizione sono condivise dagli attivisti riuniti nella rete informale EkoBiH che negli ultimi anni, insieme al resto della popolazione della Bosnia Erzegovina, hanno assistito ad un boom minerario, accompagnato da procedure poco trasparenti, campagne mediatiche aggressive sui vantaggi dell’”estrazione verde” in BiH e scontri con gli attivisti della società civile.

Siamo partiti dalla domanda: i Balcani occidentali sono davvero la futura colonia mineraria d’Europa? Concludiamo chiedendoci: vincerà l’interesse economico o quello pubblico?

 

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito della Collaborative and Investigative Journalism Initiative (CIJI ), un progetto cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina progetto

 


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