Un uomo ispeziona le macerie in un quartiere di Aleppo, studio (Josh Tabti, Flickr)

Un uomo ispeziona le macerie in un quartiere di Aleppo, studio (Josh Tabti, Flickr )

Decine di migliaia di armeni hanno ormai abbandonato la Siria. Alla fine di settembre la distruzione della chiesa di Deir al-Zor, memoriale del genocidio, ha inferto un nuovo duro colpo alla comunità. Il quartiere di Nuova Aleppo, ad Ashtarak

29/12/2014 -  Simone Zoppellaro Yerevan

Ero a Damasco l’ultimo Natale prima della guerra. Proprio in quei giorni, in Egitto, aveva luogo la strage nella chiesa copta di Alessandria che costò la vita a oltre venti persone. Ricordo l’impressione che mi fece, e come la Siria apparisse lontana anni luce da simili violenze.

A chi si fosse trovato a visitare Aleppo e Damasco in quei mesi, sarebbe parsa subito evidente la forte integrazione della componente cristiana e armena all’interno della società siriana: quartieri decisamente più prosperi rispetto alla media cittadina, con ottimi ristoranti e boutique, hotel, consumo d’alcol in pubblico e una frequente esibizione di simboli religiosi all’aperto. Ciò che colpiva di più, peraltro, era l’interazione fra le diverse comunità religiose: mi sorprese vedere, ad esempio, come il Natale fosse un’occasione di festa non solo per i cristiani, ma anche per molti musulmani siriani, e ricordo come le musiche natalizie invadessero allegramente i vicoli della città vecchia a Damasco. Su tutto, una ricchezza di liturgie, di canti e di fede inimmaginabile nei nostri tristi e asfittici Natali occidentali, ormai ridotti a poco più di un festival dello shopping.

Trascorsi il Natale armeno, il 6 gennaio 2011, nella chiesa di San Sarkis, a pochi passi da Bab Sharqi, una delle otto antiche porte della città di Damasco. Ricordo come il sacerdote, nella sua omelia, invocasse la benedizione divina sul presidente Bashar al-Assad. Mi girai: non uno dei fedeli batté ciglio, non un velo di malizia nei loro sguardi. Ne rimasi sorpreso. Ripensandoci, forse avevano ragione loro.

Esilio e distruzione della memoria

Si stima che, degli oltre 100.000 armeni presenti in Siria prima dell’inizio del conflitto, solo 30.000 si trovino ancora sul territorio. 100 armeni avrebbero perso la vita a causa della guerra, mentre altrettanti sarebbero stati rapiti o scomparsi. 1700 sarebbero gli appartamenti e le strutture della comunità danneggiati.

Un colpo durissimo per la comunità, anche da un punto di vista simbolico, è stato la distruzione della chiesa armena di Deir al-Zor che fungeva da memoriale per il genocidio. La città siriana di Deir al-Zor fu la destinazione a cui giunsero da occidente, stremati, i pochi sopravvissuti allo Metz Yeghern, il “Grande Crimine” perpetuato dai turchi ottomani negli anni del primo conflitto mondiale. Non solo pietre, ma anche le ossa e i teschi di quelle vittime sono state fatte esplodere dagli uomini di Jabhat al-Nusra, alla fine di settembre.

Uno dei problemi maggiori legati all’attuale presenza armena in Siria è che più dell’80% di loro, prima della guerra, risiedeva a Aleppo, che a partire dal luglio 2012 è stata al centro di una interminabile battaglia che ha ridotto la città a poco più di un cumulo di macerie. Di pochi giorni fa è la notizia che una chiesa e la prelatura armena nella città vecchia di Aleppo sono finite sotto il fuoco di un gruppo di ribelli, mentre un razzo avrebbe colpito la casa e il laboratorio di gioielleria di un armeno. Larghissima parte degli armeni comunque ha già lasciato la città, cercando rifugio nella più sicura Damasco, insieme a molti altri armeni provenienti dai centri minori del paese. Più numerosi, invece, coloro che hanno cercato di fuggire all’estero.

L'accoglienza dell'Armenia

Fra le possibili destinazioni, nel caso degli armeni siriani, la prima è la Repubblica Armena, dove si trovano attualmente circa 12.000 profughi. In un’epoca in cui molti paesi europei sembrano chiudere gli occhi di fronte a questa tragedia, è da sottolineare l’estrema disponibilità degli armeni ad accogliere le vittime di questo conflitto. L’Armenia è inoltre fra i pochi paesi ad aver mantenuto in Siria una rappresentanza diplomatica, molto attiva da un punto di vista umanitario.

In realtà, secondo le cifre fornite dal ministero della Diaspora, i profughi arrivati nella Repubblica caucasica a partire dal 2012 sarebbero molti di più dei 12.000 oggi presenti, ma circa 5.000 avrebbero in seguito all’arrivo, per diverse ragioni, lasciato l’Armenia. Prima fra tutte, la difficoltà di trovare un lavoro, in un paese con un alto tasso di disoccupazione e un basso livello di salari.

Anche la lingua, e più precisamente la divisione dell’armeno in due varianti, orientale e occidentale, si è rivelato un problema. Il divario fra queste è oggi talmente profondo che si è reso necessario attivare a Yerevan corsi di armeno orientale pensati appositamente per gli armeni siriani. Altri hanno iniziato corsi di russo, lingua ancora molto diffusa nel paese. Un problema, quello linguistico, che si è presentato anche per i 1.200 studenti d’origini siriane iscrittisi quest’anno nelle scuole del paese. Per loro, è stato predisposto un sostegno linguistico. Nel 2012 era stata in funzione a Yerevan una scuola a loro dedicata, dove si insegnavano fra l’altro l’arabo e l’armeno occidentale, ma la scuola chiamata Cilicia ha avuto vita breve ed è durata solo per un anno.

Nuova Aleppo

Con l’intento di fornire un’abitazione a circa 2.000 di questi profughi, è in costruzione ad Ashtarak, a circa 20 chilometri dalla capitale, un complesso residenziale ad essi riservato dal nome di Nuova Aleppo. Altri, garantisce il governo, verranno approntati in seguito in altre regioni del paese. Altri profughi sono stati stanziati invece nel territorio conteso del Nagorno Karabakh, provocando il 2 ottobre del 2013 una protesta ufficiale da parte dell’Ambasciatore dell’Azerbaijan alle Nazioni Unite. Inutile dire come l’incombere del rigido inverno caucasico desti una forte preoccupazione per la fascia economicamente più debole di questi profughi, molti dei quali già ricorrono da tempo ad organizzazioni non governative per trovare di che vivere.

I racconti di questi profughi sono duri, a tratti sconcertanti, e parlano delle efferatezze dei terroristi, di bunker sotterranei predisposti dalla Chiesa in cui nascondersi in caso di attacco; parlano degli “stranieri” giunti a distruggere il ben riuscito melting pot siriano, e dei loro timori per quelli che rimangono.

Fra pochi mesi ricorrerà il centesimo anniversario del genocidio armeno. Gli armeni di Siria, che di quei sopravvissuti sono i figli e nipoti, si trovano oggi a dover fronteggiare una nuova tragedia nella loro storia, un nuovo esodo che li costringe a fuggire di nuovo lontano, lasciandosi alle spalle tutto, incluse le vite dei loro cari. Oggi come allora, in Europa, pochi sembrano voler prestare attenzione.


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