Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan (© Alexandros Michailidis/Shutterstock)

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan (© Alexandros Michailidis/Shutterstock)

Nel sud del Caucaso l'Armenia è ad oggi la più colpita dall'epidemia di coronavirus. Data l'impellente crisi economica il premier Pashinyan sonda la disponibilità dell'Unione Economica Eurasiatica di garantire aiuti incontrando però il muro di Putin

05/06/2020 -  Marilisa Lorusso

Con più di 10.000 casi l’Armenia è il paese sudcaucasico colpito più duramente dal Covid-19. Le vittime superano il centinaio e la fascia di età dei deceduti va da un 92enne a un 43enne. I numeri non sono paragonabili a quelli della vicina Georgia, con 800 casi, e dell’Azerbaijan, che non raggiunge i 6000 (qui i dati del 20 aprile per comparare la crescita dei contagi nelle tre repubbliche). Il primo giugno anche il primo ministro Nikol Pashinyan ha reso noto di essere stato trovato positivo al tampone, cui si era sottoposto prima di recarsi in Nagorno Karabakh. L’intera famiglia Pashinyan è positiva e il premier lavora da casa, attualmente asintomatico .

Lo stato di emergenza dichiarato il 16 marzo e previsto per un mese è stato esteso fino a metà maggio e ha incluso il fermo dei mezzi pubblici, in vigore dal primo aprile. Nonostante lo stato di emergenza alcuni esercizi ed attività con permessi hanno iniziato a riaprire. Dure le pene per chi viola la quarantena obbligatoria che arrivano ad un massimo di 5 anni di reclusione.

L’attività del governo è stata frenetica e, sotto la pressione di una crisi che montava ogni giorno di più, l’esecutivo ha legiferato prevalentemente con decreti con un totale di diciassette pacchetti d’aiuto varati nelle settimane più drammatiche della crisi.

In Armenia - come ovunque - alla pandemia e al necessario lockdown contenitivo del contagio è conseguita una acuta crisi economica. Il dilemma del bilanciamento fra la sicurezza sanitaria e quella economica attanaglia tutti i paesi, ma è avvertito in modo più drammatico in quelli strutturalmente più deboli, per un tasso di povertà più alto, per una maggiore dipendenza dalle importazioni anche di beni di prima necessità e dalle rimesse dall’estero.

La vulnerabilità economica

Rientra nel gruppo dei paesi che maggiormente risentono della crisi in corso anche l’Armenia, la cui vulnerabilità economica porta ad essere esposta e in forma critica a tutte le sfide che la contrazione economica pone. Il primo ministro armeno ha parlato apertamente di conseguenze sociali ed economiche catastrofiche e di lungo termine, se i contagi dovessero implicare un nuovo lockdown completo.

Nell’immediato si è dovuto garantire l’accesso a beni di prima necessità ai meno abbienti. Stando ai dati del 2018 il 23,5% della popolazione armena vive al di sotto della soglia della povertà, e molti non sono in grado di accantonare dei risparmi. A questa categoria si aggiungono quelle in via di pauperizzazione, in primis tutti coloro che hanno lavori in nero o con prestazioni largamente extra contrattuali, per i quali l’interruzione dell’attività ha implicato in automatico la fine della retribuzione senza ammortizzazione alcuna. Sull’efficacia dell’intervento del governo nel sostenere categorie particolarmente vulnerabili e in generale la popolazione si è arrivati alle mani in Parlamento . La rissa che ha visto coinvolto un membro della maggioranza e uno dell’opposizione non è certo il segnale rassicurante e di coesione da far pervenire nel pieno di una parossistica crisi.

Il crollo del potere di acquisto rischia di espandersi nel medio e lungo termine. I numeri della contrazione economica per l’Armenia si muovono intorno a una decrescita del 2% secondo il ministro dell’Economia Janjughazyan , a fronte di una prevista crescita del 4.9% prevista per il 2020. Altre previsioni sono più negative . Janjughazyan ha valutato che la flessione nel bilancio dello stato sarà per prima cosa causata dalla contrazione delle entrate fiscali. Sia le sospensioni fiscali in corso, sia un ridotto giro di affari ridurranno il gettito fiscale per l’anno 2020. Il parlamento il 29 aprile ha espresso un voto favorevole alla richiesta di un prestito di 312.5 milioni di dollari, e si cercano ora creditori per mettere insieme questa cifra stimata necessaria per scongiurare una crisi più profonda. Si punta al Fondo Monetario Internazionale pur nella consapevolezza che questo comporterà un notevole indebitamento per il paese.

In tutti i paesi a valuta debole c’è poi preoccupazione per le fluttuazioni monetarie. I debiti sono espressi in valute forti, dollaro o euro, e un crollo del cambio renderebbe l’indebitamento ingestibile. Per il momento, sottolinea Janjughazyan, il cambio drama-dollaro tiene. La stabilità del cambio è fondamentale anche per gli approvvigionamenti. L’Armenia importa una grande quantità di beni, anche di prima necessità, e i prezzi sono espressi in valute forti.

Il rallentamento economico preoccupa non solo il settore delle importazioni ma anche quello delle esportazioni armene. La riduzione della produzione colpisce i paesi esportatori di energia e di materie prime. L’Armenia risente direttamente del secondo fattore, e indirettamente del primo. Il paese esporta infatti minerali, metalli e pietre, che costituiscono il 30% delle esportazioni. Con le industrie che li utilizzano a ciclo produttivo ridotto la scarsa domanda rischia di far collassare l’offerta armena.

Indirettamente, invece, il collasso del mercato energetico che ha portato il petrolio al 20 dollari al barile colpisce la comunità armena via Russia. La Russia si trova infatti ad affrontare sia una pandemia numericamente dilagante, sia una enorme fragilità economica dovuta a una strutturale dipendenza dal mercato dell’energia per la stabilità del proprio budget. Con quest’ultimo messo in crisi da lockdown e crisi economica a pioggia il costo della presente congiuntura colpisce i vari soggetti economici del paese. La comunità armena in Russia è mittente del 45% delle rimesse che raggiungono la repubblica sudcaucasica. Inoltre la svalutazione del rublo e la crisi interna indeboliscono il mercato russo, che da solo farebbe il 28% delle esportazioni armene.

L’Unione Economica Eurasiatica nella crisi

L’interrelazione economica russo-armena si è intensificata dopo l’ingresso di quest’ultima nell’Unione Economica Eurasiatica, l’UEEA. Eredità geopolitica lasciata dall’ex presidente Sargsyan, l’UEEA è ora uno strumento che il governo Pashinyan voleva utilizzare per cercare di tagliare i costi dell’economia armena. Il 19 maggio durante un meeting in videoconferenza del Consiglio dell’UEEA ha premuto per la creazione di un mercato comune per il gas che includendo grandi produttori come la Russia e il Kazakhstan potrebbe avere tariffe tali da abbattere i costi dell’energia in Armenia.

Da Mosca è arrivata però una doccia fredda . Così Vladimir Putin: “Quando si tratta della tariffa unificata proposta dai nostri amici armeni e bielorussi per i servizi di trasporto e transito del gas, riteniamo che una tariffa unica possa essere attuata solo su un mercato unico con un bilancio unificato e un sistema fiscale unificato. Un livello così profondo di integrazione non è stato ancora raggiunto nella UEEA, ne siamo tutti consapevoli; per ora, i prezzi del gas dovrebbero essere formati in base alle condizioni di mercato, dovrebbero tenere conto dei costi e degli investimenti dei fornitori e garantire anche un ragionevole tasso di rendimento del capitale investito nella produzione. […] Se le posizioni dei nostri amici armeni e bielorussi rimarranno invariate, sarebbe probabilmente logico escludere la questione del gas del Progetto di Strategia [in discussione] per approvarlo oggi”. Per parafrasare liberamente una nota citazione: non bisogna che tutto cambi affinché nulla cambi, ma anche se tutto è cambiato, non è ancora cambiato niente.


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