Pastificio a Saranda

Pastificio a Saranda

Durante il regime di Enver Hoxa l'Albania era in gran parte chiusa alle importazioni di beni di consumo. E quindi anche la pasta, per chi la desiderava, era rigorosamente autoctona

15/12/2020 -  Adela Kolea

Mi è bastato scorgere su internet una foto dal titolo "Fabbrica albanese di pasta a Saranda negli anni del totalitarismo" per far sì che riaffiorassero in me alcuni ricordi culinari della mia infanzia a Tirana sul rapporto, degli albanesi, con la pasta, o meglio, con la pasta "Made in Albania."

Una puntualizzazione necessaria dato che sotto la dittatura in Albania si viveva in totale autarchia e si consumavano solo prodotti del proprio paese: niente importazioni.

Fino agli anni '90 la pasta, nella cultura culinaria albanese – contaminata quest'ultima da varie impronte straniere, in particolare orientali – non era particolarmente diffusa e gradita. In parte è paradossale perché proprio gli arbëreshë, nel loro insediarsi in Italia circa cinque secoli fa, portarono anche la "shtridhlat", una tipologia rinomata di pasta arbëreshe, preparata ancora oggi.

Tant'è che il ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali italiano ha inserito la "shtridhla" nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali della regione Basilicata.

Di quella specifica cultura culinaria in Albania si è purtroppo ora persa traccia tant'è che una mia amica arbëreshe, Lucia Martino di Frasnitë, Frascineto, Calabria, si è recata di recente a Tirana per insegnare la ricetta agli chef albanesi, in modo possano essere anche loro protagonisti della sua preservazione.

Ma data la qualità della pasta prodotta in Albania durante il regime non c'è da stupirsi non fosse molto amata. Io la andavo a comperare nel negozio di alimentari de mio quartiere a Tirana: la commessa aveva il nome di un fiore, "Viola”, in italiano, "Manushaqe" in albanese, che noi come diminutivo chiamavamo "Shaqe".

E Shaqe mi diceva: "Porta a casa queste confezioni in più di pasta, perché a voi piacciono, me lo ha detto tua nonna, quella italiana, e loro, gli italiani, per la pasta vanno matti! Qui, i clienti albanesi non la gradiscono più di tanto, al negozio me ne avanza sempre!"

Mia nonna era infatti italiana e con i negozianti del quartiere ne aveva fatte di chiacchiere sulle sue preferenze culinarie: e così come la fruttivendola le metteva da parte i carciofi, sconosciuti e non graditi dagli albanesi, anche la commessa degli alimentari le metteva da parte la pasta.

Era una pasta dall'aspetto bizzarro, di un colore marrone scuro, tendente al nero. Ma si sa, quando non si hanno alternative... Ovviamente la nonna tentava di esaltarla con il ragù o con svariati altri condimenti mentre gli albanesi erano soliti mangiarla in bianco, al burro o all'olio.

La pasta veniva usata anche come ingrediente base per il rinomato "Pastiçe albanese", una teglia di pasta al forno, in bianco, con "spaghetti", latte, uova e formaggio bianco.

Gli albanesi in quel periodo preferivano altri farinacei o prodotti elaborati a base di farina dall'impronta balcanica, come byrek o pita – salati – o baklava, kadaif parlando di dolci.

Solo ad inizio anni '90 gli albanesi hanno iniziato a familiarizzare con la pasta e, nonostante sia nata qualche azienda che produceva pasta, hanno sempre preferito la pasta importata dall'Italia, chissà perché...


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