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Il suolo svolge funzioni delicate e cruciali, ma si trova sempre più sotto minaccia: oltre all’erosione e all’inquinamento, in molte zone d’Europa sta aumentando la copertura artificiale dei terreni. Ma è ancora possibile ridurre il consumo di suolo

01/02/2019 -  Marta Gatti

(Questo articolo è pubblicato in collaborazione con Osservatorio Diritti )

Spesso bistrattato, il suolo torna ciclicamente al centro delle priorità globali e la sua tutela è oggetto di campagne internazionali. In occasione della giornata mondiale del suolo, il 5 dicembre scorso la Fao ha puntato nuovamente l’attenzione sull’inquinamento dei terreni del mondo. Secondo l’organizzazione delle Nazioni Unite, a livello globale il 33% delle terre si trova in uno stato di degrado.

La cosiddetta “pelle del mondo” è spessa poche decine di centimetri, ma svolge funzioni indispensabili per la vita sul pianeta – basti pensare che ospita al suo interno un quarto di tutta la biodiversità della Terra. Il suolo fornisce nutrienti che permettono alle piante di crescere, è una riserva di carbonio organico e di altre materie prime e riesce a catturare l’anidride carbonica, mitigando il riscaldamento climatico. È inoltre un custode geologico e archeologico e un sostegno indispensabile per le attività umane, in particolare l’agricoltura.

Il Global Land Outlook , pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2018, analizza lo stato dei terreni a livello globale. Il rapporto prende in considerazione gli anni dal 1998 al 2013. Lasciando da parte i deserti, secondo lo studio 22 milioni di chilometri quadrati della superficie terrestre starebbero registrando un calo di produttività, e il 20% delle terre non produce più come una volta.

Questo problema interessa il 5% della superficie europea, a cui va aggiunto un ulteriore 10% di terre sottoposte a un forte stress. In particolare sono i terreni agricoli che si stanno degradando: il 18% delle terre coltivate in Europa sta subendo un calo di produttività – il nostro è il continente dove questo problema è più grave in termini percentuali. Il fenomeno è particolarmente sentito nell’area che si affaccia sul Mar Nero, ma sono molto colpite anche le regioni mediterranee, interessate da un uso intensivo dei terreni e dall’espansione delle aree urbanizzate.

Quali sono le minacce per i suoli?

Nel suo rapporto “Living Planet 2018” il WWF elenca le minacce a cui sono esposti i suoli mondiali: la contaminazione e l’inquinamento, l’agricoltura intensiva, l’erosione, la desertificazione e il cambiamento climatico. Le aree più a rischio sono quelle in cui l’antropizzazione è maggiore, come appunto l’Europa. Secondo il rapporto, il rischio per i suoli del nostro continente va da moderato ad alto, ad eccezione delle aree meno abitate, come il nord Europa e le Alpi.

A livello europeo esiste un centro studi che si occupa specificamente dello stato dei terreni, lo European Soil Data Centre (ESDAC), istituito dalla Commissione europea. Questo ente concentra la sua attenzione sulle principali minacce alla salute dei nostri suoli, come la perdita di carbonio organico, la salinizzazione e la contaminazione; l’erosione dovuta al vento e alle acque e il compattamento; il consumo di suolo e la sua impermeabilizzazione.

Per quanto riguarda ad esempio l’alterazione della composizione chimica dei terreni, i dati più recenti sulla diminuzione del contenuto di carbonio organico risalgono al 2008. Secondo la rilevazione che fece allora la Fao, questo problema è particolarmente sentito nell’Europa settentrionale e orientale. Anche la salinizzazione, ovvero l’accumulo di sali di sodio e di magnesio, riduce la fertilità dei terreni. Gli inquinanti prodotti dalle attività dell’uomo contaminano ulteriormente i suoli, riducendone le funzionalità.

Il problema dell’erosione

Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), l’erosione è uno dei principali fattori che mettono sotto pressione le molteplici funzioni dei suoli. Il fenomeno può essere provocato dal vento e dall’acqua, ma può essere accentuato anche dal compattamento dei terreni – un processo che ne riduce la porosità e la permeabilità, diminuendo la possibilità per l’acqua di scorrere e infiltrarsi.

L’EEA raccoglie sul suo sito dati del 2006 che mostrano come l’erosione dovuta alle acque sia un fenomeno marcato soprattutto nell’Europa meridionale e orientale – che sono al contrario le regioni meno colpite dall’erosione provocata dal vento.

Tuttavia, nel corso degli ultimi anni l’incidenza dell’erosione provocata dall’acqua è diminuita quasi ovunque in Europa – tanto che in media sarebbe calata del 9% in dieci anni. Secondo documenti pubblicati dalla stessa Unione europea, il suolo avrebbe trovato giovamento da misure specifiche previste dalla Politica agricola comune e dalle strategie tematiche adottate per tutelare la salute dei suoli.

Consumo di suolo: c’è bisogno di chiarezza

Per quanto riguarda il consumo di suolo, bisogna innanzitutto fare chiarezza sulla diverse definizioni in circolazione. A volte queste espressioni vengono usate come sinonimi, ma non lo sono affatto, come spiega Luca Montanarella, senior expert del Centro comune di ricerca (JRC) della Commissione europea.

Bisogna distinguere tra diversi tipi di suolo. L’espressione land take – tradotta in italiano come “consumo di suolo” – indica la trasformazione di aree naturali o seminaturali in artificiali: significa costruire nuovi edifici, infrastrutture, strade. Non tutti i terreni urbani però sono edificati, e solo una loro minima parte è davvero sigillata: un problema specifico, che viene definito soil sealing (impermeabilizzazione).

Secondo le stime della Commissione europea, ogni anno in Europa viene consumata, ovvero urbanizzata, una superficie equivalente all’area di Berlino, circa 100.000 ettari. Misurare il consumo di suolo tuttavia non è facile, perché non esiste un unico sistema di rilevamento a livello europeo, e talvolta persino a livello nazionale.

Questa situazione produce dati che è difficile comparare o aggregare. Quali soluzioni vengono quindi utilizzate? La Fao monitora la copertura dei suoli basandosi sulle statistiche nazionali; Eurostat si avvale delle stesse fonti, ma le integra con delle ricerche proprie; l’Agenzia europea per l’ambiente usa invece le osservazioni satellitari e i dati raccolti dalle agenzie nazionali per la tutela del territorio.

I suoli europei vengono sigillati sempre di più

Se dovessimo stilare una scala di gravità delle minacce a cui sono esposti i suoli, l’impermeabilizzazione si troverebbe al primo posto. I terreni che ne sono colpiti vedono infatti seriamente compromesse le loro funzioni. Già nel 2006 l’Unione europea indicava la necessità di ridurre l’impermeabilizzazione, così da contenere gli effetti irreversibili e più gravi del consumo di suolo. Per questo nel 2012 la Commissione europea ha raccolto in un documento una serie di pratiche per limitare, mitigare e compensare il processo di soil sealing in Europa.

Secondo gli studiosi del settore l’impermeabilizzazione dei suoli è correlata al modo in cui vengono progettate le costruzioni e le città: si potrebbe migliorare la situazione recuperando ad esempio gli spazi abbandonati, allargando le aree verdi e usando materiali permeabili per la copertura di strade e parcheggi.

L’andamento dell’impermeabilizzazione dei terreni è stato monitorato dall’Agenzia europea per l’ambiente, sulla base di osservazioni da satellite e delle informazioni raccolte dalla banca dati europea sulla copertura dei suoli. In termini percentuali, la maggiore estensione di terreno impermeabilizzato si registra a Malta, nel Benelux e in Germania, mentre questo problema è meno sentito nei paesi nordici (tranne la Danimarca) e nei Balcani occidentali.

Tra il 2006 e il 2012 la quota di suolo impermeabilizzato è aumentata in quasi tutti i paesi europei, soprattutto nell’area mediterranea: le sole eccezioni sono state la Croazia, la Serbia, il Montenegro e il Kosovo.

L’urbanizzazione avanza

Se l’impermeabilizzazione comporta un livello di degrado dei terreni quasi irreversibile, la copertura artificiale dei suoli – cioè l’estensione delle terre utilizzate per le attività umane, espressa in chilometri quadrati – è un tipo di minaccia da cui si può ancora tornare indietro.

Secondo Eurostat, nell’ultimo decennio la copertura artificiale è aumentata un po’ in tutti i paesi dell’Unione. Tra il 2009 e il 2012 è cresciuta in particolare in Grecia, Lussemburgo e Belgio; tra il 2012 e il 2015 in questi paesi il fenomeno si è arrestato, mentre la copertura artificiale è aumentata nella maggioranza degli altri stati.

La crescente urbanizzazione, nelle analisi svolte dalla stessa agenzia europea di statistica, viene messa in relazione con l’aumento della popolazione. I documenti europei precisano però che le aree urbane si stanno espandendo più velocemente rispetto al numero degli abitanti: dagli anni Cinquanta a oggi la superficie urbanizzata in Europa è aumentata del 78%, mentre la popolazione solo del 33%. Lo scarto può essere spiegato dal ruolo di altri fattori che alimentano la copertura artificiale dei suoli, come lo sviluppo economico, l’evoluzione degli stili di vita e l’espansione delle aree costruite fuori dalle città.

Un destino segnato?

Il destino dei terreni europei è dunque segnato? A offrire una speranza è il dato del consumo di suolo netto, ovvero la trasformazione, espressa in ettari, dei terreni naturali o seminaturali in artificiali e viceversa. L’obiettivo europeo è arrivare al 2050 con un consumo di suolo netto pari a zero: il programma dell’Unione è quello di costruire in aree già impermeabilizzate, riconvertire aree industriali e fermare l’espansione delle città.

Secondo i dati raccolti da Eurostat, tra il 2000 e il 2006 nei paesi dell’Unione europea il consumo di suolo netto è effettivamente diminuito – a differenza degli altri fenomeni considerati finora, dove si è assistito a un progressivo peggioramento della situazione. I dati dell’Agenzia europea dell’ambiente indicano che il consumo di suolo ha continuato a diminuire almeno fino al 2012, grazie alla minore creazione di terreni artificiali e alla crescente riconversione di terreni urbanizzati in aree verdi.

Per raggiungere l’obiettivo europeo per il 2050, secondo il modello costruito dal Centro comune di ricerca (JRC) il consumo di suolo annuale non dovrebbe superare gli 1,6 metri quadrati pro capite. Il rapporto pubblicato dalla Commissione europea “No net land take by 2050? ” suggerisce alcune buone pratiche per conseguire questo risultato, ad esempio la creazione di parchi agricoli, come è stato fatto intorno a Barcellona, o la realizzazione di città compatte, come sta facendo Copenhagen.

Ha contribuito alla realizzazione di questo articolo Lorenzo Ferrari.

Questo articolo è pubblicato in associazione con lo European Data Journalism Network ed è rilasciato con una licenza CC BY-SA 4.0


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