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Il sistema informativo è uno dei punti più complessi e delicati di una democrazia. L'unico rimedio reale alla disinformazione sono l'educazione allo spirito critico e la ridiscussione del sistema mediatico. Il commento di Guido Scorza

16/05/2019 -  Guido Scorza*

Le elezioni europee sono alle porte e Facebook, il gigante dei social network, l’imputato per eccellenza in ogni processo alla disinformazione degli ultimi anni – benché non sia certamente il solo ad avere un ruolo nella diffusione globale delle informazioni vere e false – annuncia l’attivazione di un’autentica war room per garantire il corretto svolgimento delle elezioni europee provando – perché di più è tecnologicamente e umanamente impossibile – a tenerle al riparo da fenomeni di disinformazione di massa.

Qualcuno – primi tra tutti i Governi europei che, da anni, hanno promosso un’autentica caccia alle streghe contro le fake news, promuovendo e, in qualche caso, attuando iniziative legislative liberticide contro una patologia che appartiene alla società dei nostri giorni e che rappresenta, come decine di altre, semplicemente il rovescio della medaglia di strumenti che ci consegnano libertà delle quali gli uomini non hanno mai così universalmente disposto nella storia dell’umanità – certamente festeggia e, magari, canta anche vittoria per aver messo nell’angolo una corporation americana e averla costretta a farsi carico del problema. Si tratta, in realtà, di un drammatico errore di prospettiva.

E delle due l’una: o si è miopi e non ci se rende conto o, forse peggio, si guarda al presente e al futuro in maniera pilatesca, preferendo lavarsi le mani di una questione che non si è in grado di affrontare in ragione della sua straordinaria complessità anche perché insuscettibile di soluzioni di breve periodo.

Perché diciamocelo, per una volta, senza tanta retorica e giri di parola l’unico reale rimedio alla disinformazione è di carattere educativo e culturale: significa promuovere e sviluppare negli utenti e nei lettori uno spirito critico nella fruizione di ogni genere di contenuto.

È un processo che richiede anni, non consente a nessuno di appuntarsi una medaglia sul petto per aver debellato la piaga delle c.d. fake news e, anzi, rischia di ritorcersi politicamente contro il sistema che, sin qui, ciclicamente e con intensità diversa, del telespettatore seduto sul divano in modalità “cervello spento” e pronto a bersi ogni genere di bufala pilotata e disinformativa si è cibato.

E, per questo, combattere, per davvero, la disinformazione ha per necessario presupposto il coraggio di mettere in discussione l’intero sistema mediatico, incluso quello, per così dire, istituzionale, negli anni, produttore industriale di quelle che oggi chiamiamo con sprezzo fake news come se fossero altro rispetto ai processi di manipolazione di massa attraverso i quali, per decenni, i media tradizionali hanno forgiato la società a immagine somiglianza del governante di turno.

Ma che Facebook – e certamente non solo Facebook – si erga a “casco blu” dell’informazione online, promettendo di vigilare sul corretto svolgimento delle elezioni europee ovvero di quella che dovrebbe rappresentare l’apoteosi democratica per antonomasia di un Paese è semplicemente una sconfitta, una delle più scottanti e cocenti per le nostre democrazie sin dalle loro origini.

Il compito di identificare contenuti sospetti, condannarli all’oblio o, al contrario, lasciarli circolare indisturbati in una società che ambisca a definirsi democratica tocca solo ed esclusivamente allo Stato, ai suoi Giudici e alle sue autorità. E non importa quanto il traguardo sia lontano, quanto sia difficile raggiungerlo, quanto appaia costoso o tecnologicamente irraggiungibile.

Si tratta di amministrare giustizia in uno degli ambiti più complessi, delicati, nevralgici di una democrazia: il suo sistema informativo.

Se lo Stato abdica a questo suo ruolo o, peggio, spinge attori privati a farsene carico al posto suo e esulta quando ciò avviene è l’inizio della fine. È esattamente come plaudire a un esercito straniero che al grido “esportiamo la nostra democrazia”, invade il proprio territorio travolgendo la propria.

Stiamo perdendo tutti e, quel che è peggio, è che i più sembrano pensare che stiamo vincendo.

*Guido Scorza è avvocato, docente di diritto delle nuove tecnologie e giornalista. Dal 2016 è responsabile affari regolamentari nazionali ed europei del Team per la Trasformazione Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

 

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto ESVEI, co-finanziato da Open Society Institute in cooperazione con OSIFE/Open Society Foundations. La responsabilità dei contenuti di questa pubblicazione è esclusivamente di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa. 


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