Ritorno a Las Hurdes, di Franco Juri, Infinito Edizioni, 2008

Deputato sloveno, attivista per i diritti civili, giornalista, viaggiatore, ambasciatore in Spagna, innamorato di sua moglie e della vita. Franco Juri si racconta, in un libro che è anche il bilancio di una generazione. Ritorno a Las Hurdes, nostra recensione

04/02/2009 -  Mauro Cereghini

Ma cos'è "Ritorno a Las Hurdes"? Un romanzo, un diario autobiografico, un saggio storico in prima persona? Forse un po' di tutto, compreso una lunga e privata lettera d'amore. Per questo è difficile entrarci all'inizio. O almeno lo è stato per me, che non ho vissuto molte esperienze raccontate da Franco Juri, e ho faticato perciò a ritrovare tutti i richiami del tempo. Ma con lo scorrere delle pagine si impara a conoscere lo sguardo di una generazione, come si riconoscono i personaggi al fianco del protagonista Cesco. E si entra nel meccanismo narrativo dei ricordi, dei pensieri immaginati, delle riflessioni contemporanee nel buen retiro di Las Hurdes. Quasi un bilancio, personale e di un'epoca.
Nel bilancio c'è il Novecento. O almeno un suo grande scorcio, visto da quegli osservatori particolari che sono state l'Istria meticcia e la Jugoslavia non allineata. Dunque la seconda guerra mondiale e la vicenda partigiana, che Cesco apprende dal padre garibaldino testimone dell'eccidio fratricida di Malga Porzûs. Oppure il Cile di Allende e Pinochet, vissuto con gli occhi dell'amico Ramón salvatosi nell'ambasciata svedese e poi esule in terra jugoslava. Fino all'11 settembre 2001, quando con il crollo delle torri gemelle "sentivamo che quella tragedia inaugurava una nuova epoca" (p. 36).
Il libro si muove di continuo nello spazio e nel tempo. Un tempo che avanza nei nuovi simboli dell'immaginario contemporaneo - i cellulari, i centri commerciali, gli imperi finanziari... - ma anche nei segni sul fisico e sulla mente dei personaggi. "E domani, eccoli già in agguato gli acciacchi, quegli stramaledetti vuoti di memoria..." (p. 40). Cesco ha un senso molto forte della corporeità, del rapporto materiale con sé e con chi gli sta accanto, specie con le donne della sua vita. E insieme ama la poesia, i libri, i sentimenti. Anche di questi movimenti descrittivi è fatto il libro, che piace o meno a seconda di quanto si apprezzano i salti stilistici e i continui rimandi tra introspezione e sguardo sul mondo.
Ma il libro è anche una riflessione profonda su alcuni temi chiave nella vita dell'autore. La sua identità istriana anzitutto, quel misto di radici tenaci del Carso e apertura al mare. "Terra di confine e di confini. Slovenia, Croazia e Italia lì, su quel monte, quasi si sfioravano" (p. 17). E' un'identità multipla e complessa, come quella del paese in cui vive. Fatta di vessazioni e controlli sulla comunità italiana rimasta dopo l'esodo degli anni cinquanta. E insieme dell'incontro gioioso con altri figli della federazione. "Giocavamo nelle diverse lingue di quella nuova Babele: sloveno, italiano, veneto, serbo-croato, macedone, albanese... Il nostro giardinetto era di fatto il cuore pulsante della città vecchia e una sorta di compendio della nuova Jugoslavia" (p. 110).
E' l'identità socialista e cosmopolita del titoismo, che permette vacanze hippy in Marocco ma poi impone esercitazioni militari in pieno dicembre anche ai riservisti. Quella gabbia da cui Cesco vuole sfuggire, impegnandosi negli anni Ottanta con i movimenti per i diritti civili e la pace. E quello stesso paese che più tardi non riesce a rinnegare, pur già preda dei nazionalismi, davanti al sogno di vecchi socialisti boliviani fieri del loro Colegio Yugoslavia, una scuola nata a Cochabamba per riscattare i bambini dalla povertà.
Le pagine sulla fine della Federazione e la nascita del suo nuovo paese, la Slovenia, sono forse le più riuscite. Cesco è testimone diretto della lotta per l'indipendenza, lui parlamentare a Lubiana e il fratello Lauro sindaco di Capodistria. Ma lui stesso si sente smarrito dentro a fatti più grandi di ogni singolo, dentro alla Storia. La narrazione si fa emozione, pur senza perdere la riflessione. Così l'impegno diretto nell'attività politica semi-clandestina non gli impedisce di vedere il veleno che stava contribuendo a spargere. "Tornai a casa confuso e stanco. Non avevo voglia né di fare l'eroe né di pensarci, agli eroi e agli eroismi. Di eroi ce n'erano già troppi in giro, in quei giorni. Li incontravi per strada, a ogni angolo, nell'uniforme della difesa territoriale, armati e con la solita borraccia piena di šnopc" (p. 145). E' la banalità del male, che Cesco intravede a Lubiana nei suoi conoscenti modesti e un po' rotondetti, fino ad allora grigi esecutori del regime e d'improvviso avvinti dall'ideale nazionalista in armi. Triste anticipo della futura tragedia bosniaca. "Quante fosse comuni, quante foibe da riempire? Sì, a riempirle è sempre la maggioranza silenziosa e i suoi eroi" (p. 147).
Il migrare è un altro tema che ritorna spesso nella vita di Cesco come nelle pagine del libro. Dall'incontro canadese con Eveline, figlia della diaspora croata, a quello con i rifugiati della guerra bosniaca o kossovara. Fino al turista sloveno che si perde tra i negozi di Tenerife: "era stato per cinque giorni un esule, un profugo dei centri commerciali, un camminante senza patria e senza dio. Forse per la prima volta in vita sua era stato o aveva creduto di essere un uomo libero" (p. 85).
Libero come le cicogne del sottotitolo, o come le aspirazioni di Cesco e dei suoi amici di sempre. Una generazione che ha combattuto per liberarsi, e oggi sente di essere più legata di prima. "Volevamo prendere le banche, e le banche si sono impossessate di noi, dei nostri sogni, dei nostri amplessi, dei nostri corpi e delle nostre anime, dei nostri cuori e delle nostre menti" (p. 72). Ma Cesco-Juri non si è fatto vincere. Ha scritto un libro per ricordarselo, e oggi è di nuovo in Parlamento per cercare di cambiare il suo paese. Il retiro di Las Hurdes non è stato definitivo, da buon istriano ha ripreso il mare.


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