Le vite sospese dei rifugiati ucraini in Europa
Dal 2022 l’Europa accoglie milioni di profughi ucraini con uno strumento giuridico pensato per durare poco: la protezione temporanea. Un reportage tra Italia e Polonia, tra chi vive con questo permesso che si rinnova di anno in anno, sospeso tra la voglia di tornare e le difficoltà di mettere radici

Gita con i rifugiati ucraini in Valchiavenna. Foto: Caritas
Gita con i rifugiati ucraini in Valchiavenna. Foto: © Caritas
Quando la Russia ha lanciato l’invasione su larga scala dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, milioni di persone hanno attraversato il confine verso ovest. Dieci giorni dopo, il 4 marzo, l’Unione europea ha attivato per la prima volta la protezione temporanea: un permesso di soggiorno immediato, senza procedura d’asilo, pensato per durare un anno. Ogni Stato membro dell’UE lo ha applicato con le proprie regole, e da allora lo rinnova ogni dodici mesi.
A fine luglio 2026 le persone fuggite dall’Ucraina e titolari di questo status nell’Ue erano 4,43 milioni, quasi un milione solo in Polonia. Quattro anni dopo, molte vivono ancora in un limbo: non sono richiedenti asilo né residenti di lungo periodo e ogni anno aspettano di sapere se potranno restare.
Angelica, Alina e Elena
“Diventiamo persone senza identità.” Angelica viene da Kharkiv e lavora nel turismo stagionale tra Veneto e Trentino. È arrivata in Italia nel 2023 e non è mai entrata in un progetto di accoglienza. Dopo una prima sistemazione offerta da una famiglia italiana, è finita nel mercato degli affitti privati: c’è chi prende in locazione un appartamento di quattro o cinque stanze e le subaffitta una a una a profughi ucraini e altri stranieri, senza contratto. Ma senza contratto non c’è residenza, senza residenza non c’è carta d’identità e senza carta d’identità non c’è SPID. E senza SPID non ci si può nemmeno iscrivere alla piattaforma pubblica per la ricerca di lavoro.
“Il lavoro c’è, ma solo con contratti brevi. Non puoi lamentarti né trattare: c’è sempre qualcun altro pronto a prendere il tuo posto. Non puoi pianificare nemmeno sei mesi. Se domani finisco per strada, nessuno può aiutarmi”, dice Angelica. Un’amica nella stessa condizione, all’inizio, le ripeteva che voleva morire.
Diversa la strada di Alina, che il sistema di accoglienza lo ha attraversato tutto. Partita da Dnipro nel settembre 2022 con il figlio adolescente, è passata da un alloggio d’emergenza a Cesano Boscone (Milano) a un appartamento del Sistema di accoglienza e integrazione (SAI) a Bellusco, in Brianza. In Ucraina lavorava in banca, oggi vende scarpe in un centro commerciale. Il primo anno non ha studiato l’italiano: “Pensavo che la guerra sarebbe finita e che saremmo tornati subito”. Poi ha cominciato “a vivere un giorno alla volta”. Il progetto di accoglienza non basta a darle sicurezza: “Non sappiamo quando finirà né cosa faremo dopo. Ho guardato gli affitti in zona: sono cari, e trovarli è difficile”.
Elena fa la badante in Italia da diciotto anni. Nel 2022 l’hanno raggiunta i suoi tre figli. Fuori da qualsiasi progetto, li ha ospitati lei, e per far ottenere loro la residenza ha dovuto chiedere aiuto alla sorella. Uno dei figli aveva un permesso e un contratto breve, ma nessuno gli ha affittato un appartamento. Dopo un anno è partito per la Germania, “dove se hai un contratto di lavoro trovi subito dove vivere”, dice Elena. Gli altri lo hanno seguito, tra Germania e Francia. Uno di loro non vede la figlia quindicenne da quattro anni: “Se rientra in Ucraina, non riesce più a uscire”.
L’accoglienza alla prova
In Italia il permesso per protezione temporanea scade il 31 dicembre. L’UE ha già prorogato la protezione fino al 4 marzo 2028, ma Roma recepisce ogni proroga solo a fine anno, con il decreto Milleproroghe. “Esce a tre giorni dalla scadenza”, dice Ilaria Corna, che ha gestito centri di accoglienza straordinaria e progetti di accoglienza diffusa tra Milano, Monza e Lecco. Le prime circolari negavano perfino l’iscrizione anagrafica, ottenuta dopo mesi di ricorsi. “Con un documento scaduto e senza appuntamento per il rinnovo perdi l’iscrizione sanitaria, l’assegno unico, il bonus nido. La tua vita è sospesa.” Un titolo annuale esclude comunque dalle case popolari e da molti aiuti al reddito. “Ogni anno si ricomincia daccapo.”
Nell’area milanese, Corna vede soprattutto attesa. “Pochissimi si proiettano in un futuro in Italia. Molti sono in accoglienza da quattro o cinque anni, aspettando di poter rientrare. Con il tempo la speranza si consuma, ma perderla non ti fa venire voglia di investire qui: ti fa solo stare peggio.” Ha visto anche esaurirsi la solidarietà dei primi mesi: “Nel giro di uno o due anni la gente si chiedeva: ma quando se ne vanno?”.

Valeriia Guliaieva. Foto: © Caritas
In Valchiavenna e nel resto della provincia di Sondrio l’accoglienza è partita dal basso. Alcune famiglie hanno creato un gruppo online, “Italia pro Ucraina”; la comunità dell’Est che vive in valle da anni ha fatto da ponte.
“All’inizio di marzo del 2022 avevamo già una sessantina di famiglie italiane disponibili a dare un appartamento o a condividere la casa”, dice Monia Copes, che coordina l’accoglienza della Caritas sul territorio. Fino alla fine del 2025 la Caritas ha seguito circa 260 persone, quasi tutte donne con bambini. Molte sono rimaste: le case prestate sono diventate affitti regolari, i corsi di italiano hanno portato al lavoro, qualcuno ha comprato casa. Radicarsi, per loro, non vuol dire rinunciare: “Abbandonare l’idea di tornare significherebbe arrendersi alla Russia”, prosegue Copes.
Per gli operatori è stata una lezione. “Eravamo preparati a persone in difficoltà estrema, pronte ad accettare tutto. Sono arrivate persone che sapevano quello che volevano. Ho fatto colloqui con medici a cui dovevo consegnare il buono pasto. Mi sono sentita in imbarazzo.” Alcune imprese si sono irritate quando i lavoratori ucraini hanno contestato stipendio e turni: “È ucraino, gli sto facendo un favore, deve stare zitto”. “Li hanno chiamati pretenziosi”, dice Copes. “Secondo me hanno messo in discussione il nostro assistenzialismo: l’idea che chi arriva da altri Paesi debba accettare tutto.”
Valeriia Guliaieva, 29 anni, è ucraina e vive in provincia di Sondrio dal 2014. Nel 2022 si è offerta come volontaria al centro aperto dalla parrocchia del suo paese; oggi è mediatrice della Caritas. Cosa è stato più difficile per chi arrivava? “Chiedere aiuto. Erano persone che lavoravano, avevano un’attività, stavano bene. Si vergognavano persino di domandare se qualcuno le poteva accompagnare in questura.” Poi c’è la burocrazia. Un ragazzo assunto con un documento temporaneo della questura, racconta, non può aprire un conto corrente finché non arriva il permesso definitivo, tre o quattro mesi dopo. “Lavora e non può ricevere lo stipendio. È un cane che si morde la coda.”
In Polonia: vicini, ma non al sicuro
In Polonia la lingua è vicina e la comunità ucraina era numerosa già prima del 2022. Il governo ha introdotto un permesso di tre anni, la carta CUKR, per uscire dalla protezione temporanea. Ma le regole restano esposte alla politica: ogni volta che lo scontro politico tocca la legge speciale sugli ucraini, spiega la ricercatrice Olena Babakova, centinaia di migliaia di persone corrono negli uffici a chiedere una carta di soggiorno.
La blogger Karyna Filonenko è arrivata a Cracovia nel marzo 2022. Nessun proprietario ha accettato di affittare un appartamento alla sua famiglia, e per sei mesi hanno vissuto in strutture temporanee a Muszyna e Krynica-Zdrój. Oggi sul suo blog raccoglie episodi quotidiani di ostilità, come quello di un’amica incinta insultata per strada a Varsavia perché parlava ucraino. E dice di temere per la sicurezza dei suoi figli nei luoghi pubblici.
Anna, 21 anni, è arrivata con la famiglia nel marzo 2022 e oggi frequenta un corso di laurea magistrale a Varsavia. Cercando casa ha incontrato un paradosso: “Devi dimostrare di essere stabile, anche se la tua vita non lo è più proprio a causa della migrazione”. Dopo aver lavorato ad un osservatorio sull’odio online, è stata presa di mira insieme ai colleghi: “In quel momento ho temuto seriamente per la mia sicurezza, e soprattutto per quella dei miei cari”. Ha deciso comunque di restare in Polonia. Da Kyiv non si sente cercata: “Quando lasci il territorio dello Stato, sei cancellata dai suoi interessi e lasciata in balia del destino”.

Gita con i rifugiati ucraini in Valchiavenna. Foto: © Caritas
Nuove regole
C’è poi chi considera gli ucraini “privilegiati”, per via di un permesso immediato e della libertà di muoversi. Viktoryia Vaitovich, ricercatrice dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (dove lavora a RESTART, un progetto sugli sfollati dall’Ucraina), sposta lo sguardo sul quadro politico.
“All’inizio abbiamo visto una forte leadership europea, con l’obiettivo di armonizzare le regole. Con il tempo siamo passati da una risposta unanime e collettiva alla discrezionalità dei singoli Stati.” Non esiste un percorso comune verso un permesso di lungo periodo. Ogni Paese ha costruito la propria via d’uscita, e chi non ha un contratto stabile o non soddisfa i requisiti per altri permessi nazionali, come anziani, persone con disabilità e madri sole, rischia di restarne fuori.
Gli anni sotto protezione temporanea non contano per il permesso di lungo periodo. “Il difetto di fondo è che lo status è definito da un ritorno atteso e non dalla residenza effettiva”, dice Basak Yavcan, del Migration Policy Group. “Quattro anni di lavoro, scuola e tasse non si sommano in nulla di duraturo.”
Ora la regola cambia di nuovo. La decisione del Consiglio che proroga la protezione al marzo 2028 introduce una condizione per i nuovi richiedenti: dimostrare di aver lasciato l’Ucraina legalmente e di essere in regola con gli obblighi militari. “È un punto critico”, dice Vaitovich, “perché incide sulle dinamiche familiari e sulla scelta di rientrare.” Riguarda anche i “ragazzi che qui sono minorenni e poi diventano maggiorenni”.
Il figlio di Alina ha compiuto diciotto anni e studia accoglienza turistica a Monza. Finché resta in Italia, per lui non cambia nulla. Se un giorno volesse studiare o lavorare in un altro Paese dell’Unione, sarebbe un nuovo richiedente. Prepararsi a restare o a tornare? “Integrazione e ritorno non sono opposti”, dice Yavcan. “Chi ha uno status sicuro, competenze e risparmi è molto più pronto a rientrare di chi viene tenuto nel limbo.” Per ora, il limbo ha soltanto una nuova data di scadenza.
Questo reportage è stato realizzato con il supporto di JournalismFund Europe, in collaborazione con Sofia Nazarenko e Artur Koldomasov.
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