Kyiv, guerra e normalità
Nelle ultime settimane, gli attacchi russi alla capitale ucraina sono diventati più intensi e frequenti, notte e giorno. Ma come si può vivere una vita normale in queste condizioni, e cosa significa normalità in una città sottoposta da anni a bombardamenti e sotto il suono costante degli allarmi antiaerei?

Kyiv, maggio 2026 © Sodel Vladyslav/Shutterstock
Kyiv, maggio 2026 © Sodel Vladyslav/Shutterstock
C’è una domanda che mi viene posta spesso, in Europa, quando provo a raccontare la mia vita a Kyiv: “Com’è possibile condurre una vita normale, in guerra, sotto allarmi e bombardamenti costanti?”.
È una domanda legittima, ma contiene un equivoco: l’idea che normalità e guerra si escludano a vicenda. Nella mia esperienza, invece, coesistono nello stesso fotogramma, senza contraddirsi, anche se non dovrebbe essere così.
Da circa un mese, però, questo equilibrio sta cambiando. Gli attacchi russi di droni e missili sono diventati più frequenti e intensi, di notte ma anche in pieno giorno. Non c’è più tregua: la capitale si riempie di fumo e di incendi, e si è assottigliato quello spazio che, fino a qualche mese fa, permetteva di mettere la paura tra parentesi e vivere tra un attacco e l’altro. La normalità di cui parlo non è una condizione stabile: si ridefinisce di continuo, adattandosi al livello della minaccia.
Basti pensare che lunedì 28 settembre, per fare un solo esempio, i russi hanno colpito per l’ennesima volta il centro della capitale in pieno giorno: l’Accademia nazionale delle scienze e la clinica Dobrobut, entrambe avvolte dal fumo e dalle fiamme.
La testimonianza

Da una delle due sedi, persone che cercavano di mettersi in salvo camminando sui cornicioni tra il fumo, altre che si sono lanciate dal secondo o terzo piano pur di sfuggire alle fiamme. Non un quartiere periferico, non la notte, non il fronte, ma il cuore di una città.
Eppure, la capitale si rimette in moto subito, esausta e sfinita. Non per indifferenza, ma perché è l’unico modo per continuare a resistere e andare avanti. In apparenza, a Kyiv tutto continua a funzionare perfettamente. Negozi, mercati, caffetterie, mezzi pubblici: la città si muove con una regolarità quasi sorprendente.
È una quotidianità che, a guardarla distrattamente, potrebbe sembrare normale. Ma basta osservare meglio per accorgersi che la guerra è ovunque. I generatori restano accesi, soprattutto nelle infrastrutture critiche come gli ospedali, per evitare blackout improvvisi; le finestre sono rinforzate; i sacchi di sabbia proteggono monumenti e vetrate; i posti di blocco circondano gli ingressi della città; soccorritori e vigili del fuoco sono ovunque. La vita ordinaria e quella della guerra non si alternano: succedono nello stesso momento.
In diretta da Kyjv, Claudia Bettiol racconta a Radio InBlu l’intensificarsi degli attacchi con droni e missili
Convivere non significa farci la pace
Si imparano a distinguere i suoni e i rumori di fondo – la sirena, un drone, un missile, la contraerea, il botto di un’esplosione – e si sviluppa quasi una competenza della paura, che ognuno gestisce (o pensa di sapere gestire) a modo proprio. Ci si adatta perché è necessario.
Ma convivere con la guerra e farci la pace non sono la stessa cosa: il primo è un meccanismo di sopravvivenza, il secondo una resa. Non è normale andare al cinema sapendo che un allarme potrebbe interrompere il film prima della fine. Non è normale svegliarsi nel cuore della notte per correre al rifugio. Non è normale rinunciare alla luce che entra dalle finestre perché l’onda d’urto di un’esplosione potrebbe mandare i vetri in frantumi. Ci si abitua, sì. Ma abituarsi non significa che quella condizione sia normale.
Anche la vita culturale evita di fermarsi: cinema, teatri, concerti, mostre. Ci si vede, si esce, si scherza, ci si innamora. Si vive! Non è un dimenticare la guerra, quanto piuttosto metterla tra parentesi per un momento, sapendo che quella parentesi può chiudersi da un istante all’altro. Forse è proprio per questo che il bisogno di normalità è così forte: non è distrazione, e nemmeno rimozione, è un modo per restare umani.
Per questo la parola “normalità” smette di essere vuota e diventa, al contrario, preziosa. Non significa tornare a una vita senza guerra perché quella vita, oggi, non esiste. Significa continuare a costruire, dentro di essa, piccoli spazi in cui poter essere semplicemente esseri umani ordinari.
Entrata e uscita, andata e ritorno
Quando esco dall’Ucraina, il contrasto con l’Europa in pace è uno shock quasi fisico, già a partire dal lungo viaggio (lo spazio aereo ucraino è chiuso) e le code alla frontiera. Raccontare una guerra che dura da anni è faticoso, perché rischia di diventare rumore di fondo per chi ascolta: a volte trovo interesse vero, altre curiosità misto a inquietudine, altre ancora stanchezza e distanza, che è quasi più incomprensione che disinteresse. Lo stesso bombardamento che oggi è notizia domani è già sfondo. È forse la forma più subdola dell’assuefazione: quella di chi guarda da lontano.
Quando torno in Italia, ritrovo la routine di una vita passata, che mi ricorda ancora più nettamente i privilegi di chi vive in pace. A Kyiv sono esausta: non dormo, ma vado avanti perché non c’è altra scelta. Si vive alla giornata, letteralmente, senza fare piani a lungo termine, e forse per questo ci si gode le cose invece di rimandarle. Paradossalmente, a volte provo sollievo nel tornare a una realtà pericolosa ma comprensibile e, in un certo senso gestibile. Un sollievo difficile da spiegare a chi la guerra la guarda da fuori.
Forse è anche per questo che viviamo, in fondo, una vita ordinaria senza renderci conto che è qualcosa di straordinario: non succede dappertutto, e sono poche le realtà che possono vantarla davvero. Da Kyiv, la mia risposta alla domanda su come si possa cercare l’ordinario in un luogo che di ordinario ha poco è semplice: non lo si trova. Lo si costruisce, giorno dopo giorno, scegliendo di continuare a farlo.
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