Politica di coesione, il Parlamento Ue al lavoro per mitigare i rischi
Gli eurodeputati vogliono evitare che i fondi nel nuovo ciclo vengano assegnati “in base alle preferenze nazionali piuttosto che sulla base di criteri e obiettivi europei condivisi”. Intervista a Siegfried Mureșan, co-relatore sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034

Siegfried Mureșan – foto: Parlamento europeo
Siegfried Mureșan – foto: Parlamento europeo
Con il negoziato sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 – il prossimo budget dell’Ue – entrato nel vivo, Consiglio e Parlamento europeo iniziano a scoprire le carte sulle priorità del prossimo periodo di bilancio, compresa la rivoluzione della politica di coesione sul modello della ripresa post-Covid.
Dopo minacce e distensioni tra gli eurodeputati e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il lavoro è cominciato anche al Parlamento per cercare di attenuare le preoccupazioni più urgenti sui Piani di partenariato nazionali e regionali che, secondo la proposta dell’esecutivo dell’UE, dovrebbero accorpare nello stesso paniere i fondi della politica di coesione con quelli della politica agricola comune (PAC), della politica sociale, della politica per la pesca, e della migrazione, gestione delle frontiere e sicurezza interna.
“Temiamo che i fondi della politica di coesione possano essere riutilizzati per finanziare nuove priorità senza un adeguato compenso, compromettendo la missione a lungo termine di ridurre le disparità e promuovere la convergenza territoriale”, spiega Siegfried Mureșan, eurodeputato in quota Partito Popolare Europeo (PPE) e co-relatore per il Parlamento sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, in un’intervista per OBCT.
Come valuta la proposta messa sul tavolo dalla Commissione?
La proposta della Commissione è al di sotto delle aspettative e rappresenta un inizio deludente per i negoziati. È stata presentata in modo non trasparente, senza che fosse stata preventivamente condivisa con il Parlamento europeo un’adeguata documentazione scritta.
La proposta non è all’altezza delle sfide odierne.
L’entità del bilancio rimane sostanzialmente invariata rispetto all’attuale budget, nonostante il moltiplicarsi delle nostre priorità, tra cui la difesa, la competitività e l’azione esterna.
Gran parte dell’aumento segnalato è semplicemente il risultato dell’adeguamento all’inflazione e del rimborso del debito Next Generation EU. Queste cifre, sebbene consistenti sulla carta, non offrono alcun valore aggiunto ai beneficiari.
Inoltre, la proposta rischia di indebolire l’UE promuovendo una visione ri-nazionalizzata del bilancio, emarginando il ruolo del Parlamento e diluendo il carattere europeo di politiche fondamentali come la coesione e l’agricoltura.
Offre meno prevedibilità ai beneficiari e più discrezionalità alla Commissione, con meno linee di bilancio e una trasparenza ridotta.
In che modo prenderebbe forma la centralizzazione e la ri-nazionalizzazione delle politiche europee?
La ri-nazionalizzazione avverrebbe con l’introduzione di Piani di partenariato nazionali e regionali, che rischiano di trasformare il bilancio dell’UE in un insieme di 27 agende nazionali.
Anziché una visione europea condivisa, l’attuale proposta promuove un’attuazione frammentata, con un controllo sproporzionato da parte dei governi nazionali.
A oggi, i fondi dell’UE sono pianificati con sette anni di anticipo. I beneficiari godono di prevedibilità e tutti i fondi sono assegnati sulla base di criteri oggettivi noti in anticipo per l’intero periodo settennale.
Se i fondi fossero assegnati sulla base di decisioni prese dai governi nazionali, ci sarebbe il rischio di una frammentazione del Mercato interno e dell’emergere di nuove distorsioni tra gli Stati membri.
E poi c’è anche il rischio di imprevedibilità, perché i nuovi governi potrebbero modificare i piani esistenti e i beneficiari perderebbero la prevedibilità su cui fanno affidamento.
La Commissione propone di utilizzare atti di esecuzione per approvare questi piani, escludendo il Parlamento europeo dal processo. Questo compromette la responsabilità democratica, indebolisce l’autorità legislativa dell’Unione e segna un chiaro allontanamento dall’approccio tradizionale basato su programmi concepiti congiuntamente, fondati su regole e gestiti in modo trasparente.
Parallelamente, la centralizzazione del processo decisionale all’interno della Commissione – in particolare in settori quali l’azione esterna e la competitività – emargina ulteriormente sia il Parlamento sia gli attori regionali.
Il risultato è un bilancio meno europeo e meno democratico.
E per quanto riguarda la politica di coesione, quali sono gli aspetti più critici?
La preoccupazione maggiore per quanto riguarda la politica di coesione è la perdita di un bilancio separato e vincolato e di una base giuridica.
Senza di essa, la coesione rischia di diventare una categoria residuale in un quadro di attuazione nazionale più ampio, in cui i fondi sono assegnati in base alle preferenze nazionali piuttosto che sulla base di criteri e obiettivi europei condivisi.
Inoltre, la proposta indebolisce il ruolo delle regioni e delle autorità locali, che sono essenziali nella progettazione e nella realizzazione degli investimenti di coesione.
Il Parlamento ha chiaramente affermato che la coesione deve rimanere una politica distinta dell’UE, con le proprie priorità, governance e regole, e non essere assorbita nei piani nazionali che variano da uno Stato membro all’altro.
Esiste il rischio che i governi nazionali possano prevalere sugli enti locali e regionali nella progettazione e nell’attuazione dei programmi?
Sì, e questo rischio è reale.
Spostando la struttura di governance verso Piani di partenariato nazionali e regionali, la proposta attribuisce un’influenza sproporzionata ai governi nazionali.
Questo modello emargina gli enti locali e regionali, che spesso sono nella posizione migliore per individuare le esigenze di investimento e attuare efficacemente i programmi finanziati dall’UE.
Senza il coinvolgimento obbligatorio delle autorità sub-nazionali e senza un quadro europeo chiaro, c’è il rischio che le capitali possano monopolizzare la pianificazione e l’attuazione, a scapito della sussidiarietà, dello sviluppo regionale e della legittimità democratica.
Quale sarebbe l’impatto sulle regioni meno sviluppate?
Indebolendo il quadro di coesione e spostando l’attenzione verso i piani nazionali, si rischia che le regioni meno sviluppate e periferiche perdano l’accesso diretto ai finanziamenti o vengano messe da parte a favore delle priorità nazionali stabilite nelle capitali.
Ciò potrebbe ridurre la prevedibilità, indebolire la dimensione europea della politica di coesione e compromettere gli sforzi volti a ridurre le disparità all’interno dell’Unione.
Tuttavia, bisogna anche segnalare alcuni segnali positivi.
La Commissione ha proposto di destinare circa 180 miliardi di euro alle regioni meno sviluppate – un livello sostanzialmente in linea con il periodo 2021-2027 – attraverso strumenti quali il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e il Fondo sociale europeo Plus (FSE+).
La proposta prevede anche un maggiore sostegno alle regioni orientali, in particolare quelle confinanti con l’Ucraina, la Russia e la Bielorussia, in riconoscimento della loro maggiore esposizione geopolitica.
L’impegno promesso per maggiori finanziamenti alle regioni più povere è in linea con le richieste di lunga data del Parlamento.
Questa proposta, sebbene imperfetta sotto molti aspetti, può essere un punto di partenza.
Dobbiamo garantire che l’accordo finale rafforzi, anziché indebolire, il ruolo e le risorse delle regioni meno sviluppate d’Europa.
E da cos’altro si può partire nei negoziati?
Sicuramente dagli elementi della proposta che rappresentano un passo nella giusta direzione.
In primo luogo, la Commissione ha accolto la richiesta del Parlamento di rilanciare il dibattito sulle nuove risorse proprie, un passo importante per garantire che l’UE possa ripagare il suo debito comune e finanziare nuove priorità senza intaccare le politiche tradizionali.
L’inclusione di fonti di entrate legate a obiettivi politici, come le tasse verdi e quelle relative alla salute, è incoraggiante.
Accogliamo con favore anche il fatto che la Commissione abbia risposto alla richiesta del Parlamento di aumentare la spesa dell’UE per la difesa, con l’obiettivo di sviluppare una vera e propria Unione europea della difesa.
Tuttavia, bisogna garantire che ciò non vada a scapito della coesione o dell’agricoltura, che rimangono pilastri fondamentali.
Il Parlamento insisterà su un calendario chiaro, importi sufficienti e un forte sostegno politico per garantire che si tratti di strumenti reali.
Questo articolo è stato prodotto nell’ambito del progetto EuSEE, co-finanziato dall’Unione europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espresse sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’autorità concedente e l’Unione europea non può esserne ritenuta responsabile.
Tag: Coesione UE | EuSEE
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