La politica migratoria dell’UE va sempre più a destra

I popolari in linea con conservatori, patrioti e sovranisti sulle modifiche di due concetti chiave per facilitare i rimpatri, mentre va scemando la volontà di lavorare sulle necessità di lungo termine. “Tutto questo lo pagheremo in futuro”, avverte Eleonora Testi, Senior Legal Officer presso il Consiglio Europeo per i rifugiati e gli esiliati

20/02/2026, Federico Baccini
Manifestazione per i diritti dei migranti a Bruxelles, Belgio, foto di F. Baccini

Manifestazione per i diritti dei migranti a Bruxelles, Belgio, foto di F. Baccini

Manifestazione per i diritti dei migranti a Bruxelles, Belgio, foto di F. Baccini

Due voti che racchiudono tutta l’essenza dello scivolamento a destra dell’Europa sul tema della politica migratoria. Nell’anno in cui il Patto migrazione e asilo entrerà ufficialmente in vigore (il prossimo 12 giugno), i rimpatri sono diventati la nuova priorità di Bruxelles, con la strada spianata dal via libera del Parlamento europeo alla modifica dei concetti di Paese di origine sicuro e di Paese terzo sicuro.

Non si tratta di dettagli o di una questione per soli addetti ai lavori, ma un cambio di rotta che avrà un impatto sul breve e lungo termine.

“In Europa assistiamo a uno spostamento a destra delle maggioranze e delle coalizioni, con i partiti di centrodestra che si sono orientati su posizioni più intransigenti sulla migrazione”, spiega in un’intervista per OBCT Eleonora Testi, Senior Legal Officer presso il Consiglio Europeo per i rifugiati e gli esiliati (ECRE), un’alleanza paneuropea di oltre 120 ONG che protegge e promuove i diritti di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati.

“Ufficialmente dicono di farlo per evitare che le destre estreme prendano più potere, ma tutto questo fa solo il loro gioco.”

Il cambio di atteggiamento dei popolari europei di centrodestra (PPE), sempre più in rotta con i tradizionali partner di maggioranza a Bruxelles – socialisti (S&D) e liberali (Renew Europe) – ha fatto sì che il tema della migrazione si sia particolarmente radicalizzato nel discorso politico di più alto livello.

La conseguenza più evidente è la formazione di una maggioranza al Parlamento europeo alternativa a quella centrista che supporta la Commissione von der Leyen, formata proprio dall’alleanza tra i popolari e le estreme destre di conservatori, patrioti e sovranisti.

“In questo momento c’è una volontà a lavorare sulla deterrenza e sui rimpatri, piuttosto di un ragionamento sulle necessità a lungo termine”, avverte ancora Testi, che mette in guardia sul fatto che “tutto questo lo pagheremo nel futuro, ma penso che per un po’ dovremo accettare che quest’onda debba passare”.

Paesi di origine sicuri

Lo scorso 10 febbraio la sessione plenaria del Parlamento di Strasburgo ha dato l’approvazione definitiva a due testi emendati del Regolamento sulle procedure di asilo (uno dei file del Patto migrazione e asilo) – uno per l’istituzione di un elenco di Paesi di origine sicuri a livello UE e uno sull’applicazione del concetto di Paese terzo sicuro.

Il primo testo è passato con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astenuti, vale a dire con un blocco compatto formato dai gruppi parlamentari del Partito popolare europeo (a cui aderisce Forza Italia), Conservatori e riformisti europei (Fratelli d’Italia), Patrioti per l’Europa (Lega) ed Europa delle nazioni sovrane (il gruppo creato dall’ultra-destra tedesca di Alternative für Deutschland). Un ulteriore appoggio è arrivato da una ventina di liberali e da altrettanti eurodeputati socialisti dell’est e nord Europa.

Il concetto di “Paese di origine sicuro” è previsto dal Regolamento sulle procedure di asilo e si usa per destinare una persona in una procedura accelerata – che nella maggior parte dei casi si svolgerà alla frontiera – “ma comunque in una procedura di asilo”, spiega Testi di ECRE.

La persona migrante in questione, dunque, non viene esclusa di per sé dall’asilo, ma viene inserita in un iter che deve essere concluso entro tre mesi, “perché si considera che sia probabile che la sua domanda non sia fondata, anche se questo deve essere poi verificato caso per caso”.

Quello che preoccupa ONG e attori della società civile europea è il fatto che in questo elenco sono stati inclusi Paesi “in modo un po’ arbitrario”. Non solo Bangladesh, Colombia, Kosovo, India, Marocco e tutti i Paesi candidati all’adesione all’UE, ma anche l’Egitto di Abdel Fattah Al-Sisi e la Tunisia di Kaïs Saïed.

Un altro problema evidenziato da Testi è il fatto che, per quanto in teoria esista l’obbligo per gli Stati membri dell’UE di fare un’analisi individuale del caso, “ovviamene si crea un bias in chi si occuperà del caso, se si dichiara che un Paese di per sé è sicuro”.

Questa preoccupazione è ancora più fondata se si tiene in considerazione che non sono previste esclusioni rispetto a categorie vulnerabili di specifici gruppi sociali. Per fare un esempio, “se si considera la Tunisia come Paese sicuro, sarà poi la persona tunisina a dover dimostrare che sarebbe pericoloso per lei farvi ritorno”.

Se in alcuni casi potrebbe essere più semplice dimostrare il pericolo, come nel caso di avvocati per i diritti umani o giornalisti, per i membri della comunità LGBTQI+, per esempio, “potrebbe essere più difficile nell’immediato dichiarare informazioni sul proprio orientamento sessuale o identità di genere”.

In altre parole, alcune vulnerabilità potrebbero non essere identificate, con la conseguenza diretta che “una persona possa essere rimandata nel suo Paese di origine, perché ritenuto in teoria sicuro, ma dove in realtà potrebbe essere perseguitata”.

Paesi terzi sicuri

Il testo sull’applicazione del concetto di Paese terzo sicuro è passato invece con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astenuti – pressoché la stessa maggioranza, ma più voti contrari da parte dei liberali di Renew Europe.

Quando si parla di “Paese terzo sicuro”, si intende uno Stato extra-UE in cui potrebbe essere inviata una persona che ha fatto richiesta di protezione internazionale nell’Unione, considerando che proprio quel Paese avrebbe potuto fornire la protezione ricercata.

Come specifica Testi, in questo caso “i rischi sono ancora peggiori, perché questo concetto viene usato per dichiarare l’inammissibilità di una domanda di protezione internazionale”.

Fermandosi allo stadio iniziale dell’ammissibilità della domanda, “il caso non viene proprio esaminato nel merito” e viene stabilito che la persona non sarà protetta nell’Unione perché un Paese terzo potrà occuparsene.

Il concetto è già previsto dalla legislazione europea, ma la riforma elimina la necessità di una connessione tra la persona migrante e il Paese terzo in questione (come la presenza di familiari o l’aver soggiornato in passato). Per assurdo, una persona proveniente dall’Afghanistan potrebbe essere inviata in Namibia, se un governo europeo ha siglato un accordo specifico.

Per essere considerato sicuro, un Paese terzo deve rispettare alcuni criteri di sicurezza, “tra cui che la persona possa accedere a una protezione effettiva”. Il livello di protezione richiesto “è però inferiore a quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra”, cioè il trattato del 1951 che definisce lo status di rifugiato e garantisce protezione a chi teme persecuzioni.

“Così si escludono determinati diritti, come l’accesso al mercato del lavoro e a ottenere un permesso di soggiorno”, avverte ancora la Senior Legal Officer di ECRE, ricordando che si tratta di “diritti importanti perché la persona possa stabilirsi e vivere in modo dignitoso”.

In realtà, non è nemmeno chiaro a chi si applicherà esattamente tutto ciò, dal momento che sono i singoli Paesi membri dell’UE a deciderlo.

Quello che invece è già evidente è che “non stiamo parlando della classica immagine di una persona che migra per motivi economici”, ma di chiunque possa essere selezionato per provenienza o gruppo sociale, “magari anche una donna afgana che viene reindirizzata altrove per ricevere la protezione a cui avrebbe diritto”.

Verso i return hubs

A oggi il concetto di Paese terzo sicuro ha dimostrato che “è improbabile che possa essere effettivamente utilizzato in molti casi”, spiega Testi a proposito delle difficoltà a livello pratico, in particolare sul trovare un Paese idoneo “verso cui le decisioni non vengano bloccate dai tribunali nazionali” o che accetti grandi numeri di persone, “perché deve comunque garantire un certo livello di accesso alla protezione”.

Una questione più preoccupante e pericolosa è quella dei cosiddetti return hubs previsti dal nuovo Regolamento sui rimpatri (su cui si attende solo il via libera del Parlamento europeo).

“In questo caso si richiederà molto probabilmente a un Paese terzo di ricevere persone che hanno già una decisione di rimpatrio, per poi rimpatriarle da lì nel Paese di origine. In realtà non è ancora chiaro se la persona debba poi essere effettivamente rimpatriata, o potrebbe fermarsi in quel Paese terzo”.

Come avverte Testi, per quanto non sia messo nero su bianco nella nuova legislazione in via di approvazione, “l’idea implicita è che la persona sarebbe trattenuta in un centro chiuso, che sia di detenzione o comunque in una situazione di semi-restrizione del movimento”.

Un approccio che, in un certo senso, “potrebbe essere più accettabile per un Paese terzo” per accettare di ricevere cittadini di Paesi terzi dall’Unione.

Anche in questo caso, comunque, non sarebbe immediato l’invio di persone migranti da un Paese dell’UE nei return hubs in Paesi terzi, visto che le Corti nazionali dovrebbero vagliare, caso per caso, che in questi centri siano rispettati i diritti fondamentali, come il diritto alla difesa. “Ma, per esempio, come si fa ad accedere a un avvocato se ci si trova in un Paese terzo e chiusi in un centro di detenzione?”, è l’affondo della Senior Legal Officer di ECRE.

Se si delineano già all’orizzonte problemi che potrebbero bloccare l’implementazione dei nuovi strumenti legali, è altrettanto vero che “tutte queste norme sono state adottate con un intento di dissuasione”.

Insomma, non necessariamente a Bruxelles si pensa davvero di poter inviare decine di migliaia di richiedenti asilo in un Paese terzo, o centomila persone con un ordine di rimpatrio in un return hub.

Questo però rende meno estrema la rivoluzione concettuale e politica di destra nell’ambito della migrazione e dell’asilo. “L’idea è che ci sia un effetto di deterrenza, per cui le persone abbiano paura di arrivare in Europa e poi di essere portate in un altro Paese”.