Kamza: costruire un “desiderio collettivo”
Situata a pochi chilometri da Tirana, Kamza è il simbolo della migrazione interna seguita alla fine del regime socialista albanese. Costruita dai suoi abitanti, oggi è oggetto di un forte sviluppo edilizio e tensioni politiche, a cui una parte della città si oppone. Reportage

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Kamza, dicembre 2025 | Foto: ©Federico Caruso
“Kamza è un laboratorio vivente di un diverso modo di costruire la città, dove la dimensione umana si esprime al massimo delle sue possibilità e si intreccia al desiderio di vita”, scrive l’architetta albanese Dorina Pllumbi a proposito di quella che un tempo era una periferia di Tirana, ma che dal 1996 è un municipio autonomo.
Kamza è un laboratorio perché è stata costruita, letteralmente, dai suoi abitanti, e ha una storia che racconta, in chiaroscuro, quella dell’Albania.
Abbiamo parlato con Pllumbi prima di arrivare sul posto, per capire il fenomeno delle costruzioni che da alcuni vengono chiamate “informali” e da altri “abusive” e che, ci spiega, sono state “una sorta di risposta spaziale e materiale all’architettura esercitata come sistema di potere, dall’alto verso il basso, soprattutto dopo le profonde trasformazioni politiche, sociali ed economiche degli anni Novanta”. Per Pllumbi la costruzione, non solo di case, ma di un’intera città, Kamza, è un “atto politico pratico”.
Per percorrere i sette chilometri che separano Kamza da Tirana si impiegano tra i 30 e i 50 minuti in auto o in bus, a causa del traffico.

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Foto: ©Francesca Barca
Camminando per Kamza sono soprattutto due cose a farsi notare: la prima è la struttura delle case, tutte diverse tra loro e spesso “in evoluzione”, con parti terminate e altre in lavorazione al fine di ampliare le abitazioni. La seconda è il numero di cantieri per nuove costruzioni di grandi edifici.
Ciò che sta avvenendo a Kamza è l’onda lunga dello sviluppo immobiliare di Tirana degli ultimi anni, guidato dalla speculazione edilizia, dal riciclaggio di denaro, dalla volontà delle amministrazioni di incassare dalla concessione di permessi di costruzione. Nella periferia della capitale, diverse abitazioni autocostruite negli anni Novanta sono state distrutte per fare posto a nuovi progetti urbanistici. In cambio, ai residenti sono stati assegnati appartamenti nelle nuove costruzioni, in un clima di incertezza e sfiducia. A Kamza il governo ha cercato più volte di espellere gli abitanti dalle proprie abitazioni, ma gli abitanti hanno resistito.

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Foto: ©Federico Caruso
Il nome di questa città è apparso sui media internazionali alcuni anni fa per una curiosa scelta dell’amministrazione: diverse strade sono intitolate a personaggi controversi, tra cui Donald Trump, George Bush, Silvio Berlusconi o, ancora, Nicolas Sarkozy.
“Scusate la franchezza, ma spesso chi arriva dall’Occidente non capisce la questione della destra e della sinistra in Albania”: dopo la fine del regime comunista, negli anni Novanta, le persone “più marginalizzate – quelle che ci si aspetta votino a sinistra, anche se ormai questo dogma è saltato ovunque – erano quelle contro il regime”. Per questo in Albania “le zone più povere votavano e votano ancora per il Partito Democratico (PDSH), che è un partito di destra”.
A parlare è l’antropologo Nebi Bardhoshi. L’abbiamo incontrato in un bar a Kamza a fine dicembre. “Ovviamente, nessuno ha votato per i nomi delle strade. Non si è trattato di una consultazione. Ma alla gente, in qualche modo, piacciono”, dice sorridendo

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Nebi Bardhoshi, dicembre 2025 | Foto: ©Federico Caruso
Secondo quanto riportato da Erisa Kryeziu su Nyje.al, Kamza unisce diversi paradossi: “È il comune albanese più piccolo per estensione, ma anche il più densamente popolato, il che lo rende il più urbanizzato. Negli ultimi vent’anni ha registrato una crescita demografica straordinaria: su una superficie di 37,18 chilometri quadrati vivono circa 160mila abitanti”. L’età media della città è di 27 anni, mentre in Albania è di 42,5 anni e in costante aumento da tempo.
La migrazione interna in Albania
Dopo la fine del regime socialista, l’Albania ha conosciuto un flusso migratorio imponente: secondo il dipartimento albanese per l’emigrazione circa mezzo milione di albanesi, il 15 per cento della popolazione, è partito tra il 1990 e il 1997. A questo movimento se n’è aggiunto uno interno, dalle aree rurali verso le periferie delle città, che ha contribuito a disegnare la geografia urbana e sociale del paese di oggi.
Dopo la fine del regime socialista, Kamza è stata una delle mete della migrazione interna albanese: soprattutto persone che arrivavano dal Nord del Paese e che, dopo la fine del regime, non potevano permettersi di emigrare (o lo faceva solo un membro della famiglia), all’epoca soprattutto verso l’Italia o la Grecia.
Si tratta di traiettorie migratorie difficili, nella maggior parte illegali se verso l’estero: via mare verso l’Italia, via terra per la Grecia. Bardhoshi ci racconta del padre di un suo conoscente: “È stato nove mesi in Italia per mettere via un po’ di soldi ed è poi tornato per costruire la sua casa. Questa era la prassi negli anni Novanta”. Una prassi che coinvolgeva le famiglie nella loro interezza, comprese le donne.
La fine del comunismo in Albania ha significato tante cose. Tra le più significative ci sono state il cambiamento nella forma di proprietà delle terre, la decentralizzazione dell’economia e l’introduzione della libertà di movimento per le persone.
Ci racconta Bardhoshi che l’Albania aveva uno dei più bassi tassi di urbanizzazione d’Europa: nel 1990, solo il 35 per cento della popolazione viveva in aree urbane, concentrate principalmente nei distretti occidentali, e la strategia del regime era stata quella di mantenere le persone nelle aree rurali.
“Nel 1991, le fattorie statali e le cooperative sono state abolite e ha avuto inizio il processo di de-collettivizzazione. A quel punto, la gente ha iniziato a chiedersi dove avrebbe vissuto”, perché i villaggi mancavano di case e la crisi del settore minerario aveva lasciato tanti senza lavoro. Venire verso le città è stata l’opzione scelta da chi non è potuto partire: “Per sopravvivere. Ma anche nella speranza di una vita migliore”. Si usciva da un periodo e da contesti nei quali il “controllo sociale era intenso. Per i giovani era un improvviso senso di libertà”.
Nessuno sapeva cosa li aspettava, ci racconta Bardhoshi con delicatezza: “Ero giovane all’epoca. La povertà era reale, ma c’era tanta energia positiva per un futuro migliore. Eravamo pieni di speranze. E molte si sono realizzate”.
Bardhoshi lo racconta come un “movimento sociale”. E, in termini giuridici, come un fenomeno “illegale”: la terra era dello Stato, e inizialmente non vennero chiesti permessi, o non da tutti; in alcuni casi si applicavano le pratiche comunitarie sul suolo; in altri qualcuno comprò da persone a cui lo Stato aveva dato le terre: a volte con documenti, a volte senza. Insomma, fu un momento di grande confusione legale e sociale.
Le persone volevano comprare, insiste Bardhoshi, ed è importante sottolinearlo perché la “retorica dei partiti, e del partito socialista in particolare, è quella di parlare di queste persone come di ‘illegali’”.
La questione degli insediamenti “illegali” o “informali” è al centro di una diatriba, usata dai politici di ogni campo per raccogliere voti e consensi. Dal 2004, a Kamza come altrove, è iniziato un processo di legalizzazione al quale gli abitanti hanno risposto, pagando per legalizzare case che avevano costruito a spese proprie.
Il fenomeno non è iniziato in un momento casuale; nel 2005 erano previste elezioni. “Più del 50 per cento delle persone viveva in insediamenti informali. È una percentuale enorme”, spiega Bardhoshi. L’idea era quella di legalizzare, per poi espropriare legalmente e infine “urbanizzare”.
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Kamza, dicembre 2025 | Foto: © Federico Caruso
Il Partito socialista, e in particolare Edi Rama, attuale primo ministro, ha sempre additato gli abitanti di Kamza e delle altre zone costruite in questo modo come un mondo incivile, anti-urbano, anti-statale. Un processo andato avanti per anni e che, secondo Bardhoshi, si inscrive in “un dibattito tra ruralità e urbanità piuttosto diffuso in Europa orientale”. Come in altri paesi dell’Europa post-socialista “si è verificato questo scontro tra i nuovi arrivati e la borghesia socialista che vedeva la città, percepita come un ‘paradiso socialista’, trasformarsi”. Una sorta di “nostalgia urbana socialista”.
Di questa attitudine verso Kamza ci aveva parlato anche Dorina Pllumbi, raccontandola come un esempio del discorso politico: “La sua identità le è stata in qualche modo assegnata dalla centralità elitaria del potere, cioè Tirana. È stata etichettata come ‘l’altro’. Ed è un simbolo di questa alterità”.
Le persone sono venute qui con l’idea di dare ai propri figli una vita migliore, opportunità di studio, di lavoro… Nel nuovo insediamento non c’erano scuole e ci si organizzava in casa per insegnare. “È affascinante come, in assenza dello Stato, queste comunità siano state capaci di fare quello che hanno fatto”.
Il gruppo ATA, “l’altro”
Di questo “altro”, un gruppo di abitanti di Kamza ha fatto un progetto politico. ATA “non è un acronimo”, ci racconta Diana Malaj in un perfetto italiano, ma il pronome “loro”. “Loro” chi? “Loro” è la maniera nella quale “viene percepita la gente che vive nei margini della società”. Malaj, che ha fondato il collettivo nel 2014, fa parte della generazione migrata dalle aree rurali a Kamza. Siamo andati a visitare il locale del gruppo accompagnati da Ronald Qema, che si è unito quando era ancora al liceo, nel 2016. Il gruppo è stato creato proprio perché “eravamo stanchi dello stigma che Kamza aveva e che continua ad avere”. Quello di essere degli “occupanti illegali”, degli “abusivi”.

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Ronald Qema nella sede di ATA, dicembre 2025 | Foto: ©Federico Caruso
Malaj e Qema oggi vivono all’estero per completare i propri percorsi di studio o ricerca. “Viviamo in un Paese in cui la migrazione è una scelta obbligata per sopravvivere e costruire un futuro”.
Kamza non ha un cinema, né un teatro, né un archivio o un museo, spiega Malaj.
Il gruppo ATA ha iniziato facendo attivismo culturale, soprattutto attraverso il teatro, per “trovare il nostro linguaggio” ma anche per “costruire un desiderio, un desiderio non solamente individuale ma soprattutto collettivo”.

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Kamza, dicembre 2025 | Foto: ©Federico Caruso
ATA si occupa anche di documentare, – attraverso la testata online Nyje.al, – e di fare antropologia urbana, raccogliendo storie e organizzando laboratori con gli abitanti. Inoltre, ci spiega Qema mentre ci mostra lo spazio del gruppo, che è anche una biblioteca, ATA dà assistenza legale e amministrativa ai cittadini e supporta le comunità che subiscono l’impatto dei tanti progetti di sviluppo del settore idroelettrico che stanno devastando il paesaggio albanese.

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Kamza, dicembre 2025 | Foto: ©Federico Caruso
“È nostro compito colmare una lacuna all’interno del nostro collettivo e dentro di noi”. Ma, aggiunge Qema, l’obiettivo non è colmare la lacuna politica, bensì esporla. “La generazione dei nostri genitori ha costruito questa città, questa comunità: per necessità, per costruire la propria vita. Per me è un dovere, della nostra generazione, contribuire alla vita pubblica di questa comunità”. E creare “questo desiderio sociale”, in modo che sia la comunità a fare le sue richieste a chi governa.
Se la generazione dei genitori del gruppo ATA ha costruito le case e si è “presa cura di noi”, oggi il compito è quello di “rendere visibili queste storie, parlare della nostra comunità e valorizzare come sono andate le cose e anche, in un certo senso, documentare e proteggere ciò che sta accadendo, ciò che potrebbe accadere in futuro”.

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Kamza, dicembre 2025 | Foto: ©Federico Caruso
Il riferimento è a quello che è successo nei quartieri 5 Maji e Kombinat di Tirana, dove le case autocostruite da alcuni abitanti nel periodo post-socialista sono state distrutte per fare posto a nuovi progetti residenziali e dove, come anche a Kamza, le persone vivono da anni in un limbo giuridico. “L’intenzione era mantenere le persone in una situazione di liminalità, di non appartenenza a nessun luogo”, aggiunge Qema.
Il pensiero va anche ai numerosi cantieri edilizi che si incontrano camminando per Kamza, le cui strutture circondano e sovrastano le case a due piani costruite dagli abitanti, lasciandole senza aria e luce: “Questi enormi edifici stanno distruggendo le storie delle case, costruite con tanti sacrifici e speranze”.
Questo articolo è stato prodotto nell’ambito di PULSE, un’iniziativa europea coordinata da OBCT che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali, nel quadro di una serie sulle aree “periferiche” delle città europee in collaborazione con Il Sole 24 Ore, Voxeurop ed El Confidencial. Ringraziamo in particolare Elira Kadriu di Citizens per il supporto nella realizzazione di questo reportage.
Tag: Architettura | Kamza | PULSE | Urbanistica
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