Respingimenti dalla Serbia in Bulgaria: giustizia per i richiedenti asilo

Lo scorso 3 febbraio la Corte Europea per i Diritti Umani ha emesso una sentenza che riscontra la violazione dei diritti umani di migranti richiedenti asilo, relativa ad un episodio di nove anni fa. All’epoca un gruppo di richiedenti asilo fu abbandonato di notte nella foresta al confine tra Serbia e Bulgaria

16/02/2026, Massimo Moratti
©Gorodenkoff/Shutterstock

Giustizia

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È una sentenza importante quella passata dalla Corte Europea per i Diritti Umani nei confronti della Serbia, lo scorso 3 febbraio, e che ha riscontrato una violazione dei diritti umani nei confronti di potenziali richiedenti asilo afgani.

L’episodio risale a nove anni fa, il 3 di febbraio 2017, una giornata d’inverno caratterizzato da temperature estremamente rigide. Quell’anno il Danubio gelò e di quell’anno rimasero impresse le immagini dei migranti avvolti nelle coperte che aspettavano gli aiuti umanitari vicino alla stazione di Belgrado, sotto la neve e con venti gradi sottozero.

Poche settimane dopo quelle immagini, si verificarono i fatti che sono alla base della sentenza della Corte.

Il caso

La notte del 3 febbraio la polizia serba aveva sorpreso un gruppo di venticinque afghani, tra i quali anche minorenni e due bambini di età tra i tre e cinque anni, che avevano attraversato clandestinamente il confine tra Bulgaria e Serbia. La polizia serba allora cercò di contattare la polizia bulgara allo scopo di farli ritornare in Bulgaria, sulla base dell’accordo siglato tra l’UE e la Serbia, ma tale tentativo non ebbe successo.

Dopo il loro arresto, i migranti furono trattenuti in una stazione di polizia nel cuore della notte e il giorno successivo furono portati di fronte al tribunale per i reati minori di Pirot, dato che l’ingresso ingresso irregolare è un’infrazione amministrativa in Serbia.

Nel frattempo però queste persone avevano espresso l’intenzione di fare richiesta di asilo: i procedimenti a loro carico furono sospesi e il tribunale stesso aveva ordinato alla polizia di accompagnare i richiedenti asilo presso il centro di accoglienza più vicino. Era oramai la sera del giorno successivo, il 4 febbraio.

Quello che accadde, invece, fu che la polizia caricò i richiedenti asilo sui propri mezzi e li portò nella foresta al confine tra la Serbia e la Bulgaria. Qui confiscò tutti i documenti rilasciati dal tribunale e li abbandonò nel mezzo della foresta, intimando loro di ritornare in Bulgaria.

Alcuni dei richiedenti asilo menzionarono che vi furono anche violenze fisiche da parte della polizia. I richiedenti asilo trascorsero la notte nella foresta e fu solo il mattino successivo che furono arrestati dalla polizia bulgara e successivamente trasferiti nei centri di accoglienza.

Dopo alcuni giorni però la maggior parte di loro riuscì ad entrare in Serbia e ad esser ospitata nei centri di accoglienza. Nei mesi a venire, uno di loro arrivò in Germania dove gli venne riconosciuto lo stato di rifugiato, mentre un’altra persona venne trasferita dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) in Francia, dove risiede tutt’ora.

Il ricorso alla Corte Costituzionale

Il caso a quel tempo aveva suscitato parecchia indignazione tra le organizzazioni umanitarie che lavoravano in Serbia: si era in pieno inverno, la temperatura era sottozero e c’erano diversi minorenni tra le persone abbandonate nella foresta.

Il caso aveva anche rappresentato in un certo senso una sorpresa, perché questi tipi di respingimenti non erano una prassi comune delle autorità serbe, ma queste ultime si erano spesso lamentate dei respingimenti che venivano perpetrati dalle forze di polizia croate, ungheresi o bulgare.

Durante la loro permanenza in Serbia, le organizzazioni umanitarie riuscirono a rintracciare i richiedenti asilo e ad assisterli nel fare ricorso contro il respingimento in Bulgaria. Il 17 marzo del 2017 il ricorso fu presentato alla Corte Costituzionale della Serbia, che ha giurisdizione anche nel caso di ricorsi di individui che si lamentano delle violazioni dei loro diritti.

La Corte Costituzionale, alla fine del 2020, si pronunciò sul caso riscontrando la violazione dei diritti dei richiedenti asilo. Le autorità serbe avevano violato la proibizione della tortura e dei trattamenti disumani, avevano violato il diritto alla libertà personale e avevano violato anche la proibizione delle espulsioni collettive.

Il rappresentante dei ricorrenti, l’avvocato Nikola Kovačević sottolinea una delle peculiarità della decisione della Corte Costituzionale: “Un aspetto importante della decisione della Corte Costituzionale è che la Corte ha considerato come trattamento disumano il fatto che le persone fossero state abbandonate nel mezzo della foresta, di notte e con la temperatura sotto lo zero. Questo è un aspetto alquanto innovativo ed è stato poi accettato anche dalla Corte Europea, contrariamente a quanto avveniva in precedenza”.

La Corte Costituzionale serba aveva poi ordinato allo Stato serbo di pagare ai ricorrenti la somma di mille euro circa a scopo di indennizzo.

La decisione della Corte Europea

La decisione della Corte Costituzionale, seppur importante, non aveva però preso in considerazione tutte le violazioni dei diritti umani e questo fatto è stato alla base del caso di fronte alla Corte Europea, a cui i potenziali richiedenti asilo avevano già fatto ricorso nel 2017.

Nel corso dei procedimenti, 15 ricorrenti si sono ritirati e il caso è continuato solo per due persone. La Corte Europea ha quindi ritenuto il caso ammissibile e il 3 febbraio di quest’anno, si è pronunciata sul ricorso, confermando sostanzialmente la violazione dei diritti riscontrata dalla Corte Costituzionale serba, ma estendo tale violazione anche ad alcuni aspetti che la Corte Costituzionale non aveva considerato, come per esempio, la valutazione dell’efficacia del sistema d’asilo in Bulgaria.

Infine, la Corte Europea ha aumentato l’importo dell’indennizzo da pagare ai ricorrenti. Nella sua sentenza la Corte Europea ha preso nota e accettato le conclusioni della Corte Costituzionale sulle modalità del respingimento: abbandonare le persone nel mezzo della foresta, al freddo e di notte è un trattamento disumano.

Questo aspetto potrebbe avere conseguenze importanti per altri casi simili che sono pendenti di fronte alla Corte Europea.

Un altro aspetto innovativo della decisione della Corte Europea riguarda anche la privazione della libertà, come sottolineato dallo stesso Kovačević: “La Corte Europea ha considerato anche che una privazione della libertà di poche ore, quando i potenziali richiedenti asilo erano stati caricati su un furgone e abbandonati nella foresta con l’inganno invece di esser accompagnati ad un centro di accoglienza come ordinato dal tribunale, rappresenta una violazione della libertà personale. In questo modo, la Corte Europea ha espanso il contenuto della decisione della Corte Costituzionale.”

Le conseguenze della decisione

La decisione della Corte Europea è interessante perché crea una sorta di “dialogo” con la Corte Costituzionale serba e fornisce indicazioni utili su quello che è mancato nella sentenza costituzionale.

La sentenza di condanna della Serbia può anche essere interpretata come un correttivo ed un incoraggiamento alle autorità serbe affinché introducano delle procedure migliori.

L’importanza di questa decisione va però tenuta presente anche dal punto di vista della futura giurisprudenza della Corte Europea in questa materia e di come verranno trattati casi simili in futuro. Casi che continuano ancora a verificarsi in Europa.