Serbia-UE, frizioni emergenti
Da tempo ormai le relazioni tra Belgrado e l’Unione europea sono cambiate. Il governo serbo si sta sempre più allontanando dall’obiettivo dichiarato di adesione all’UE. Di recente una delegazione del Parlamento europeo è stata in missione in Serbia, nonostante la manifesta riluttanza ad accoglierla da parte del governo di Belgrado

Aleksandar Vučić
Aleksandar Vučić © Dragan Mujan/Shutterstock
Da ormai più di un anno, più precisamente da quando sono iniziate le proteste in Serbia, le relazioni tra la leadership di Belgrado e l’Unione europea sono cambiate. Se da un lato si assiste ad un palese allontanamento del governo serbo dall’obiettivo proclamato di adesione all’UE, dall’altro si notano toni sempre più duri delle istituzioni europee, in particolare del Parlamento e, più di recente, anche della Commissione europea.
Sembra che la leadership serba mantenga viva l’idea di integrazione europea più per abitudine o necessità che per un’autentica convinzione politica che l’adesione sia possibile, e anche auspicabile, nel contesto attuale.
In Serbia, nel discorso pubblico, l’adesione del paese all’UE viene ancora presentata come un obiettivo strategico. Tuttavia, le azioni del governo – accompagnate da una dura retorica con cui reagisce alle critiche che arrivano da Bruxelles – dimostrano chiaramente che il processo di adesione è in stallo.
Da anni ormai alcuni attori politici cercano di spiegare a Bruxelles che la leadership di Belgrado sta utilizzando il processo di integrazione europea come paravento. Le riforme sono parziali e solo di facciata e le poche misure positive vengono adottate sotto pressione e senza una sincera intenzione di attuarle.
Alla base della strategia delle autorità serbe c’è un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’UE: da un lato si accettano investimenti e finanziamenti europei, dall’altro l’UE viene spesso dipinta nel dibattito pubblico come “ostile” e “ipocrita”, soprattutto nel contesto dei negoziati tra Belgrado e Pristina e dell’atteggiamento della Serbia nei confronti della guerra in Ucraina.
Per molto tempo questa strategia ha trovato alleati a Bruxelles, tra le forze che hanno a lungo tollerato il gioco delle due (o più) sedie praticato da Vučić e dai partiti al potere. La Serbia è rimasta formalmente impegnata ad aderire all’UE, allo stesso tempo mantenendo stretti legami con Russia e Cina. L’atteggiamento dell’UE, in particolare della Commissione europea – che per anni ha chiuso un occhio di fronte a quanto stava accadendo in Serbia – ha contribuito al diffondersi della sfiducia persino tra gli euroentusiasti, portando ad un forte calo del sostegno dei cittadini serbi all’integrazione europea.
Eurodeputati a Belgrado
Dalla metà dello scorso anno, sulla scorta delle proteste degli studenti serbi, da Bruxelles arrivano messaggi diversi. Dopo la relazione annuale sui progressi della Serbia e alcune considerazioni espresse dalla Commissione europea alla fine del 2025, una delegazione del Parlamento europeo si è recata in Serbia dal 22 al 24 gennaio.
L’obiettivo della missione conoscitiva inviata dalla Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo era valutare lo stato della democrazia, lo stato di diritto e le condizioni per l’adesione della Serbia all’UE. La delegazione, composta da nove europarlamentari, era guidata da Marta Temido (Partito socialista, Portogallo). Tra i membri c’era anche Tonino Picula (Partito socialdemocratico, Croazia), relatore del Parlamento europeo per la Serbia.
Prima ancora dell’arrivo degli eurodeputati, la leadership serba ha messo in chiaro cosa pensava della visita. Il presidente Vučić ha dichiarato a metà gennaio di “non avere alcuna intenzione di incontrarli e di non voler perdere tempo”, aggiungendo che in quei giorni sarebbe stato a Davos.
Ana Brnabić, presidente del parlamento di Belgrado, ha annunciato che, nei giorni della missione europea in Serbia, sarebbe andata in visita ufficiale in Estonia, accusando l’UE di non aver consultato le autorità serbe riguardo alla data della missione. Tale dichiarazione è stata smentita dalle lettere che i membri della delegazione hanno inviato ai funzionari serbi, specificando la data di arrivo e chiedendo supporto nell’organizzazione degli incontri.
Il primo ministro Đuro Macut era praticamente sparito dai radar. Si è fatto sentire solo a missione conclusa, dichiarando di essere “sorpreso dalle divisioni nella società”. Il premier ha poi sottolineato che “solo attraverso il dialogo possiamo costruire fiducia e creare un ambiente in cui le differenze non siano percepite come una minaccia”.
L’atteggiamento della leadership serba nei confronti della visita della delegazione del Parlamento europeo può essere definito come una combinazione di comportamento antidiplomatico e provocatorio.
Prima di tutto, i media allineati hanno lanciato una campagna denigratoria, affermando che i deputati al Parlamento europeo si sarebbero presentati senza invito, con l’intento di screditare la Serbia. Ad essere preso di mira è stato in particolare Tonino Picula, etichettato come un ustascia ostile popolo serbo.
In questo clima, nell’atrio del palazzo del parlamento a Belgrado è stata allestita una mostra sul campo di concentramento di Jasenovac. Nei tabloid si è speculato ampiamente sulla presunta riluttanza degli eurodeputati a vedere la mostra.
“Per me è incredibile, inquietante e agghiacciante che ci siano membri del Parlamento europeo che non vogliono visitare la mostra. Jasenovac è parte dell’Olocausto”, ha affermato Ana Brnabić durante la sua visita a Tallin.
La campagna si è spinta così lontano che gli esponenti della leadership al potere hanno dichiarato che non avrebbero incontrato la delegazione del Parlamento europeo se quest’ultima non avesse visto la mostra.
Alla fine gli europarlamentari hanno visitato la mostra. Tonino Picula, reagendo ad una provocazione lanciata dal tabloid Informer, ha sottolineato che “l’Unione europea e il Parlamento europeo si fondano sull’antifascismo, perché senza la vittoria sul nazismo non ci sarebbe mai stata l’UE”.
Colloqui
La delegazione del Parlamento europeo ha incontrato alcuni rappresentanti della compagine di governo, tra cui Elvira Kovač, presidente della Commissione parlamentare per l’integrazione europea. Dopo i colloqui, Kovač ha dichiarato che l’incontro si è svolto come previsto, precisando che i membri della delegazione si sono dimostrati interessati alle proposte di modifica delle leggi sull’ordinamento giudiziario. Si è discusso anche dell’Organismo di regolamentazione dei media elettronici (REM) e di altri argomenti.
Tra i parlamentari della maggioranza che hanno incontrato i colleghi europei c’era anche Marina Raguš, vicepresidente del parlamento di Belgrado.
Al termine dell’incontro, Raguš ha dichiarato che gli eurodeputati hanno interrotto bruscamente i colloqui, ha aggiunto poi di non aver mai subito “una tale mancanza di rispetto” nella sua carriera politica. Stando alle sue parole, i rappresentanti della maggioranza hanno criticato duramente la decisione di includere nella delegazione europea anche Tonino Picula, “un uomo che celebra l’azione militare croata Oluja”.
I partiti di opposizione sono stati invece soddisfatti dei colloqui con la delegazione del Parlamento europeo. Gli eurodeputati hanno incontrato prima gli esponenti del Partito democratico (DS), che attualmente boicotta i lavori del parlamento di Belgrado, e poi anche altri partiti di opposizione filoeuropei.
Durante i colloqui, i rappresentanti dell’opposizione hanno illustrato agli eurodeputati i problemi più pressanti in Serbia. Hanno sottolineato che, dopo l’adozione della risoluzione del Parlamento europeo, la situazione nel paese è diventata ancora più complessa e che le pressioni si stanno intensificando.
L’opposizione ha posto particolare enfasi sulla riforma della magistratura, invitando il Parlamento europeo a continuare a sostenere le elezioni in Serbia come unica via d’uscita dalla crisi. Il Partito democratico ha chiesto l’introduzione di sanzioni ad personam contro i rappresentanti del regime. Altri partiti di opposizione hanno proposto di vincolare l’accesso ai fondi del Piano di sviluppo per i Balcani occidentali ad una coerente attuazione delle riforme.
La delegazione europea ha incontrato anche il rettore dell’Università di Belgrado, il rettore dell’Università delle Arti di Belgrado, il decano della Facoltà di Scienze politiche di Belgrado e il decano della Facoltà di Scienze Naturali e Matematiche di Novi Sad.
Gli eurodeputati sono stati informati sulla situazione nelle università, sulla protesta studentesca e sulle pressioni istituzionali, sui licenziamenti dei professori e sul diniego di finanziamenti, ma anche su minacce, irruzioni nelle facoltà e ritorsioni contro i docenti che sostengono gli studenti.
La missione ha incontrato anche i rappresentanti della società civile e dei media. I giornalisti indipendenti hanno riferito che “la libertà di espressione e l’informazione indipendente sono sotto pressione”. Tra le criticità sottolineate, anche le frequenti minacce e il deterioramento delle condizioni di lavoro dei giornalisti.
A Novi Sad, l’eurodeputato Vladimir Prebilič ha deposto fiori sul luogo della tragedia in cui sono morte sedici persone [tragedia che ha dato il via all’ondata di proteste], per poi incontrare brevemente alcuni attivisti locali che hanno trascorso lunghi periodi in custodia cautelare per aver partecipato alle proteste. Per Prebilič è assurdo che “chi chiede giustizia finisca in custodia cautelare, mentre i responsabili della tragedia sono liberi”.
La controversa riforma della giustizia
Al termine della visita, Marta Temido ha dichiarato di aver ricevuto “preoccupanti segnalazioni di repressione e pressione”. Davor Ivo Stier ha aggiunto che sono state osservate numerose carenze e deficit nello stato della democrazia, definendo la situazione “davvero grave”.
Appena gli eurodeputati hanno lasciato la Serbia, il parlamento di Belgrado ha adottato le cosiddette “leggi Mrdić”, dal nome del membro del Partito progressista serbo (SNS) che l’anno scorso aveva fatto lo sciopero della fame davanti al palazzo del parlamento chiedendo “un’indagine trasparente sul crollo della tettoia” a Novi Sad.
Si tratta di un insieme di leggi sulla magistratura con cui – come sostengono l’opposizione e alcuni esperti – il governo vuole “esercitare il controllo sulla magistratura e ridurre l’obiettività dei pubblici ministeri”.
Le “leggi Mrdić” arrivano in un momento in cui un numero crescente di giudici e procuratori sostiene le richieste degli studenti, in particolare quelle relative allo stato di diritto e ad una magistratura indipendente, e dopo numerose assoluzioni di studenti e cittadini e il fallito tentativo del governo di ottenere la maggioranza nell’Alto consiglio della procura.
Le leggi sono state adottate con procedura d’urgenza, senza consultazione e dibattito pubblico, motivo per cui la Serbia ha ricevuto un’altra critica da Bruxelles. La Commissione europea ha constatato che le modifiche alla legislazione giudiziaria compromettono l’indipendenza della magistratura e l’autonomia della procura, denunciando un preoccupante passo indietro nel percorso di avvicinamento della Serbia all’UE.
In vista della riunione del Consiglio dei ministri degli Affari esteri degli stati membri dell’UE, Marta Kos, Commissaria all’allargamento, ha invitato il parlamento serbo a rivedere quanto prima le leggi sulla magistratura e ad armonizzarle con gli standard dell’UE.
La reazione del presidente serbo non si è fatta attendere. Vučić ha dichiarato di “non aver nemmeno letto le leggi”, ma di averne solo verificato la costituzionalità perché è il suo lavoro. “Non capisco come si possa fare un passo indietro quando non abbiamo fatto un solo passo avanti per quattro anni”, ha affermato Vučić, ironizzando sulle critiche ricevute da Bruxelles.
Rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se intendesse controfirmare le leggi, Vučić ha dichiarato che avrebbe deciso da solo e che sicuramente non avrebbe chiesto consigli ai giornalisti critici verso il governo. Vučić ha precisato di rimproverare chi ha proposto la riforma per non aver avviato un ampio dibattito pubblico, ma di essere sicuro che le modifiche non andranno a svantaggio dei cittadini.












