In memoria dei morti d’Europa

Attivisti e gruppi che cercano di restituire dignità a persone morte lungo le rotte dei Balcani, e dove possibile restituire loro un nome, hanno organizzato di recente una commemorazione nel cimitero di Loznica, in Serbia. Un reportage

06/02/2026, Silvia Maraone

Lapidi e croci dei NN, cimitero di Loznica – Foto Silvia Maraone

Lapidi e croci dei NN, cimitero di Loznica © Foto Silvia Maraone

La partenza è di domenica presto [25 gennaio, ndr]. Io e le mie colleghe, che stanno facendo un anno di Servizio Civile Universale con IPSIA a Bihać, ci muoviamo dal confine occidentale sino all’estremità opposta della rotta bosniaca in un furgone bianco che, nel silenzio delle compagne addormentate, taglia la pioggia battente che ci accompagna in Serbia. Dopo alcune ore, arriviamo al valico di frontiera di Šepak, oltre il quale si trova la cittadina di Loznica. L’accoglienza su questi confini non è mai fatta di sorrisi e questa volta, oltre ai burberi frontalieri serbi, osserviamo i nuovi fuoristrada blu parcheggiati di fianco alle auto della polizia di frontiera: in stampatello sul fianco si legge Frontex (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera). Saranno i nostri compagni, visibili e no, di tutto questo viaggio lungo la Drina e poi lungo la Una.

Siamo partite per incontrarci con Nihad Suljić. Nihad non è un politico, non lavora per una grande organizzazione internazionale. È un ragazzo di Tuzla, gentile, sincero e devoto, la cui vita è stata stravolta nel 2018 dall’arrivo in massa dei migranti nella sua città. Ho conosciuto Nihad in quegli anni nella stazione degli autobus da dove ogni giorno partivano decine di persone; lui, insieme ad altri amici, si impegnava senza sosta nel raccogliere e distribuire vestiti, cibo, pannolini, ma soprattutto nel restituire dignità alle persone in movimento, connettendosi con loro nella maniera più genuina: dal basso, con un sorriso e le braccia aperte, in un abbraccio per quelli che lui e i suoi amici chiamano fratelli e sorelle.

Il 27 gennaio scorso, su organizzazione di “Sos Balkan Route” , Leave no one behind” e “Deluj.ba” che operano in aiuto a persone in viaggio lungo la rotta balcanica, si è tenuta una commemorazione presso il cimitero di Loznica, piccola città della Serbia separata da Zvornik, in Bosnia Erzegovina, dal fiume Drina. Un’area che rappresenta una rotta obbligata per i migranti che cercano di raggiungere la Bosnia. Nel cimitero di Loznica sono sepolte 19 persone migranti non identificate (NN), la cui identità non è mai stata accertata. Altri 9 migranti identificati sono sepolti nel cimitero musulmano di Loznica. Le vecchie lapidi in legno, ormai deteriorate, sono state sostituite con monumenti più duraturi. Silvia Maraone, project manager di Ipsia, che lavora a Bihać in progetti a sostegno di migranti e richiedenti asilo – e collabora da sempre con altre realtà presenti sul territorio – ha partecipato al viaggio e alla commemorazione.

Negli anni ci siamo sentiti e rivisti in diverse occasioni. Nihad sta alla Drina come io sto alla Una: siamo le sentinelle di due dei confini più letali lungo questa rotta balcanica. Quei confini che uccidono, fatti di fiumi e montagne che non perdonano, guardati a vista dalle polizie di frontiera che non lasciano passare, rispondendo ciecamente all’ordine superiore impartito dall’Europa sempre più chiusa e violenta. Non vogliamo l’ICE ai nostri giochi olimpici a Milano, ma permettiamo che in nostra vece i poliziotti europei, a pochi chilometri dai nostri confini, spacchino denti e ossa e lascino morire — ricacciandoli indietro — uomini, donne e bambini.

Da alcuni anni l’associazione SOS Balkan Route, capitanata da un altro straordinario essere umano, il rapper Kid Pex — ossia Petar Rosandić, per tutti Pero — che oltre a occuparsi dei vivi sta aiutando anche i morti. Insieme al supporto motivazionale e umanitario lungo la rotta, Pero aiuta i suoi compagni dei Balcani, come Baba Asim e Nihad, a ridare dignità ai morti senza nome che giacciono seppelliti nei cimiteri di confine.

NN – Nomen Nescio. Se si vuole disumanizzare una persona è facile: parti dal toglierle il nome. Ed è così che fioriscono le tombe sulla rotta balcanica: una distesa di NN, sconosciuti che, invece, erano un qualcuno, una qualcuna. La mia prima tomba fu quella di Madina Hussiny, la bambina che perse la vita mentre con la sua famiglia cercava di attraversare il confine tra la Serbia e la Croazia. Madina che ricordo come correva e giocava nel Campo di Bogovađa, partì per il game e poi la seppellirono con i suoi pochi anni nel cimitero di Šid, con una piccola e precaria lapide di legno. Per lei, insieme a un caro amico e ai ragazzi della Caritas locale, facemmo forse una delle prime lapidi stabili lungo la rotta balcanica. Di fianco a lei, oggi, le vecchie lapidi di legno sono marcite e non resta quasi traccia di chi le sta a fianco. È per questo che si batte Nihad, che si batte Baba Asim, che ci battiamo sui confini. La memoria deve restare e raccontare; se non potranno farlo i vivi, lo faranno i morti per noi e per gli altri. È per questo che a Bihać, a Zvornik, Karakaj, Bjeljina, vengono costruite delle semplici lapidi in marmo, nere o bianche, dove si può con un nome, affinché rimanga la memoria di queste persone che sono esistite e ci sono passate accanto, e che ora resteranno per sempre su quel confine, che piaccia o no ai cittadini di questi Paesi e a tutti noi.

Scrivo a Pero, che è contento che siamo arrivate da Nihad; in effetti lo vedo più stanco del solito, nervoso, forse un po’ impaurito. È qui da solo, i suoi amici arriveranno solamente il 27, giorno della commemorazione. Ci troviamo a girare la sera in questa cittadina serba sulle cui mura dei palazzi sono scritti con lo spray slogan cetnici e motti del Partizan e della Zvezda, le due grandi squadre di calcio di Belgrado che da sempre raccolgono hooligan e tifoserie violente. Loznica è una città lasciata a sé stessa, decaduta. Me ne rendo conto il giorno dopo, quando partiamo per fare un sopralluogo lungo il confine, partendo dal più grande squat della zona: il polo industriale della fabbrica di viscosa della città.

La ex fabbrica Viskoza e i capannoni occupati dai migranti © Foto Silvia Maraone

La HI Viskoza era un gigante del mercato tessile il cui cuore pulsante era garantito da macchinari italiani e in cui, negli undici edifici adibiti a fabbriche, inaugurati nel 1957, lavoravano oltre 11.000 persone. Oggi di quella che era una città nella città sono rimaste rovine fatiscenti. Con le sanzioni degli anni ’90 contro la Serbia, la Viskoza venne tagliata fuori dai mercati esteri e senza esportazioni e senza la possibilità di importare materie prime o pezzi di ricambio, la produzione crollò sino alla chiusura del 2005 e il fallimento ufficiale nel 2009, dopo che nel 2008 un incendio la devastò rilasciando scorie tossiche e fumi chimici. Con la chiusura della fabbrica che dava lavoro a tutta la popolazione, Loznica è rimasta ferma. Le facciate delle vecchie palazzine per gli operai cadono a pezzi, nelle kafane siedono uomini in pensione ubriachi, che hanno perso tutto, i ragazzi studiano per andarsene.

La mattina di lunedì 26 gennaio, dopo un sopralluogo al cimitero ortodosso e quindi a quello musulmano per vedere che tutto sia pronto per il giorno dopo, entriamo nel viale di accesso dei fabbricati, per capire se i migranti si nascondano ancora qua o se quello che effettivamente sembra essere un calo nei passaggi su quel confine sia realtà. Le palazzine sono instabili e parzialmente sepolte dalla vegetazione che sta lentamente inghiottendo il cemento, ma non serve un occhio esperto per trovare tracce di passaggi. Le sempre più numerose lattine vuote di bibite energizzanti, compagne inseparabili di chi deve camminare per ore nella notte, le confezioni di cibo vuote e qualche indumento abbandonato, ci indicano quali capannoni fungono da ricovero temporaneo per chi si prepara al game. Tuttavia è facile constatare che questi grandi capannoni sono ora un luogo di fantasmi; le scritte sui muri sono vecchie, sbiadite dal tempo e dall’umidità. Accanto alle firme e alle date di chi è passato di lì, si leggono ancora i numeri di telefono delle organizzazioni di attivisti internazionali che offrono assistenza.

Scritte solidali sui muri © Foto Silvia Maraone

La sensazione che ci accompagnerà in questi giorni sul confine orientale è che la stretta repressiva da parte del governo serbo degli ultimi anni abbia spinto le persone ancora più nell’ombra, rendendo il loro viaggio ancora più invisibile e, di conseguenza, più pericoloso.

Riprendiamo il furgone, oramai il bianco della sua carrozzeria è praticamente invisibile sotto uno strato di fango che ci portiamo anche sotto i piedi, e andiamo in direzione di Banja Koviljača. Anche questa cittadina, come Loznica, ci parla di un passato che un tempo sprizzava benessere grazie alle sue terme, frequentata anche dal Re Karađorđević ai tempi della monarchia, e che oggi appare come un set cinematografico abbandonato. Ci fermiamo alla vecchia stazione ferroviaria. Un tempo, questo edificio era il fulcro di un’umanità in transito: Banja Koviljača, infatti, ospitava uno dei primi centri di asilo e accoglienza della Serbia, ma con l’aumento dei flussi il campo divenne insufficiente e la stazione si trasformò in uno squat permanente.

Resti della stazione di Banja Koviljača © Foto Silvia Maraone

Nel 2023, una sparatoria tra gruppi di trafficanti proprio nei pressi della stazione diede al governo serbo e alle autorità locali il pretesto per intervenire, sgomberando prima ogni rifugio informale e quindi chiudendo il campo e spingendo i migranti lontano dai confini, lì come nel nord del Paese.

Oggi la stazione giace nell’abbandono più totale, proprio come la Viskoza; anche qui le tracce di chi è passato sono ovunque: sopra i graffiti dei migranti, i nomi e le date di chi sognava l’Europa, sono state tracciate da pesanti scritte in cirillico arancione. Svastiche e bestemmie contro Allah coprono i messaggi e i nomi di chi è passato di lì, un segno tangibile dell’ostilità che ha sostituito quella che un tempo era, se non accoglienza, almeno tolleranza.

Un uomo ci osserva e interpella Nihad sul motivo della nostra presenza. Nihad sorridendo risponde che stiamo facendo delle ricerche sulla ferrovia serba. Gli offro subito sponda e mi metto a parlare della Unska Pruga, il binario che da Bihać portava al mare, e di come sia un peccato che le ferrovie siano decadute in tutta la Jugoslavia. Richiamo le mie colleghe e con Nihad in furgone ridendo raccontiamo quello che ci siamo inventati improvvisando sul momento. La sera prima alla stazione dei bus abbiamo fatto lo stesso giochino: lui ha attaccato bottone con il capostazione per capire quando arrivava il bus da Belgrado, dove ci aspettavamo che sarebbero scesi dei migranti, ma per risultare credibili abbiamo detto che aspettavamo la nostra amica Slavica, che aveva il telefono spento e non sapevamo se era sul bus.

Ripartiamo dalla stazione prima di destare troppi sospetti, in direzione Mali Zvornik. A fatica il furgone si arrampica verso il piccolo cimitero cittadino che si trova su un colle. Parcheggiamo e alla nostra sinistra troviamo le tombe musulmane. È da lì che partiamo alla ricerca di tracce di cinque sepolture, persone che Nihad sa essere state interrate in quel luogo, ma che non è mai riuscito a individuare. Non trovando segni particolari di sepolture anonime, ci spostiamo nella parte ortodossa; anche in questo caso, non riusciamo a trovare traccia delle persone che hanno perso la vita attraversando la Drina.

Il confine sulla Drina nei pressi di Zvornik, Bosnia Erzegovina © Foto Silvia Maraone

A un certo punto, un uomo dell’impresa di pompe funebri locale ci raggiunge e, in maniera estremamente generosa, si offre di indicarci il punto esatto nel quale sono seppellite. Sono interrate in due spazi vuoti che non hanno nemmeno la lapide di legno, il tabut o la croce, a ricordare che lì giacciono degli esseri umani. Nihad lascia il proprio contatto spiegando il suo progetto, nella speranza di riuscire a portare anche lì un segno di amicizia e dignità per le persone scomparse, costruendo lapidi vere. L’uomo si rivela estremamente aperto e tollerante, dice di voler dare una mano a Nihad e ci racconta di quando in diverse occasioni abbia incontrato dei migranti e provato ad aiutarli. È forse la prima volta da questa mattina che vedo Nihad più tranquillo.

Ripartiamo verso l’ultima tappa della giornata: il confine di Ljubovija. Dall’altro lato c’è Bratunac e, a pochi chilometri da lì, il Memoriale di Potočari e Srebrenica. Mentre costeggiamo la Drina, il racconto di Nihad è permeato dalle storie legate all’eccidio consumato in questi luoghi e al genocidio del 1995. Ci parla delle fosse comuni che furono scavate lungo questo confine, delle torture, degli stupri, delle uccisioni. Qui, lui aiuta delle donne ormai anziane rientrate dopo la guerra nelle proprie case e che vivono da sole, senza mariti e figli, uccisi in quel feroce luglio del ’95. Si reca in visita, porta loro del cibo, passa del tempo con loro. Senza che nessuno gli chieda di farlo e senza che nessuno lo sappia.

Rientrando verso Loznica, mentre il sole scende, mi cita una frase che gli è stata detta una volta e che gli è rimasta impressa: dice che non ci si deve stupire se le persone di questi posti non abbiano compassione verso i profughi e i migranti, perché sono loro quelli che, già trent’anni fa, quei profughi li avevano creati per primi. Continuo a guidare quando a pochi chilometri dal ponte ferroviario sotto il quale attraversano i migranti vediamo una pattuglia di Frontex e una della Polizia di frontiera che ferma le auto. Offesi dal fatto che non abbiano fermato un furgone che per noi dovrebbe essere sospetto, tutto sporco e targato BiH, facciamo inversione di marcia per ripassar loro davanti. Niente. Dico a Nihad “Treća sreća!”, che vuol dire “la terza è quella fortunata”, lui ride, ma anche stavolta niente. Frontex sembra fermare i veicoli senza una logica precisa.

Raggiungiamo Loznica e, prima di andare a cena, passiamo dal ponte che fa da confine tra la parte serba e quella bosniaca. Sotto il ponte troviamo tracce di scarpe, cibo. Nihad ci fa vedere un video che gli ha mostrato un ragazzo del Marocco: le persone si issano con una fune sotto i pilastri e poi attraversano passando sotto la struttura metallica che sorregge il ponte, rischiando la vita. È qui che la maggior parte delle persone ha perso la propria vita. Un poliziotto di frontiera serbo ci vede, si affaccia dal ponte e ci urla: “no foto, andate via!”. Temendo più lui di Frontex, ci spostiamo e tornati al nostro affittacamere ci diamo appuntamento con Nihad per la mattina successiva, prima per un caffè e poi al cimitero, dove ci raggiungeranno il resto della delegazione e i giornalisti.

Ci svegliamo e insieme a Nihad e Dževida – una volontaria che ci ha raggiunti da Tuzla – andiamo al cimitero. È il 27 gennaio, la Giornata della Memoria in cui ci si ferma a ricordare l’orrore della Shoah e si promette solennemente “mai più”. In questo luogo — oggi — quel “mai più” risuona vuoto. I fantasmi dei morti del ’95, uccisi e seppelliti nelle fosse comuni a pochi chilometri da qui, ci guardano insieme ai fantasmi di questi nuovi morti; quasi tutti giovani, colpevoli di niente se non di essere nati in paesi come la Siria o l’Afghanistan, e anche loro sepolti senza nome in misere fosse, insieme a quelle di altri innocenti.

Commemorazione multiconfessionale a Loznica © Foto Silvia Maraone

Oggi almeno il sole splende. Davanti al cimitero cittadino ci raggiungono Pero e altri membri di SOS Balkanroute, gli attivisti di Leave No One Behind e Baba Asim, arrivato da Bihać. Siamo qui perché vogliamo testimoniare che questo confine non può essere un muro di silenzio. Accanto a noi l’Effendi di Loznica con i suoi collaboratori, l’Imam di Belgrado Mustafa Beriša e l’Arcivescovo di Belgrado, il Cardinale Ladislav Nemet. Mancano – per impegni pregressi, così ci viene detto – i rappresentanti della comunità serba-ortodossa, la maggioranza qua nel Paese.

La prima parte della cerimonia si svolge davanti alle nuove lapidi nere nel settore ortodosso, dove riposano 19 persone rimaste senza nome. È qui che il Cardinale Nemet prende la parola per ricordare a tutti: “Ogni essere umano ha un valore infinito. Guerre, violenza e cambiamenti climatici spingono le migrazioni. Che le chiamiamo legali o illegali, questo non cambia la dignità umana. Dio è molto più misericordioso di tutte le nostre leggi, dei regolamenti e della polizia di frontiera.”

Accanto a lui, Pero ribadisce la natura politica di questa giornata: “Quello che stiamo facendo oggi non è un gesto di carità, è un atto di resistenza civile contro l’oblio. Mentre l’Europa investe miliardi in droni e recinzioni, noi siamo qui a spendere i nostri pochi soldi per comprare pietre e inciderci sopra dei nomi.”

Tombe degli NN al cimitero musulmano di Loznica © Foto Silvia Maraone

Ci spostiamo poi verso il piccolo cimitero musulmano, a poche centinaia di metri. Nihad si trova dietro la lapide commemorativa su cui sono incisi i nomi di alcune persone di cui non si sa con precisione l’ubicazione nel cimitero. Tra loro un uomo che ha perso la vita nel campo di Bogovađa [centro di transito per richiedenti asilo a 70 km da Belgrado, ndr]. Lì, dove ho operato per due anni e dove avevo conosciuto la piccola Madina, ha perso la vita un’altra bambina, Madina Bibi. Il suo corpo non è stato seppellito a Bogovađa: nonostante avesse poco più di 3 anni e fosse innocente, gli abitanti del villaggio non l’hanno voluta ed è stata seppellita a Lazarevac. La stessa fine che ha fatto il corpo di quest’uomo, che non ha trovato pace vicino a dove è morto, in nome di una religione e di un’ideologia corrosiva che ancora oggi brucia nelle vene degli abitanti di questo Paese. I commenti feroci che leggeremo sui social di Loznica e non solo, sotto gli articoli usciti al termine della cerimonia, ci danno ancora la misura dell’odio che pulsa nelle vene di queste persone, che vivono tra le rovine delle loro fabbriche e del loro passato in un presente di miseria.

Nihad Suljić parla in memoria dei morti di frontiera © Foto Silvia Maraone

È vicino a queste tombe – bianche questa volta – che Nihad racconta con pacatezza del terribile naufragio del 2024, quando su un piccolo gommone un ragazzo serbo di 17 anni fece salire più persone del dovuto e questo gommone si rovesciò. A perdere la vita anche Fatima, Ahmad e la loro piccola Lana, che aveva appena nove mesi.

Nihad ci legge la lettera di Muhammed Hilal, lo zio di Lana, che gli ha affidato le sue parole: “Oggi sono qui con voi, con parole che vengono pronunciate in mio nome. Anche se è passato quasi un anno e mezzo dalla nostra tragedia, il dolore è presente come se fosse accaduto ieri. Mio fratello, sua moglie e la loro bambina non cercavano un’avventura, ma sicurezza e una vita dignitosa. I rifugiati non sono numeri né dossier, ma persone con sogni e figli.”

Mentre la lettera si conclude con la preghiera — “Svi smo Allahovi i Njemu se vraćamo” (Siamo tutti figli di Allah e a lui torniamo) – Nihad prende la parola per l’ultimo, straziante saluto, chiedendo perdono proprio a quella bambina che ora finalmente ha una tomba: “Siamo qui per chiedere perdono a Lana e alla sua famiglia. Non sono morti per un incidente, sono morti perché non esisteva un passaggio sicuro. Le persone non muoiono perché la Drina è pericolosa; muoiono perché le politiche europee le spingono nel fiume.”

Nihad e Pero, pronunciano altre parole di denuncia: “Il nostro obiettivo non era solo sistemare dei luoghi di sepoltura, ma preservare la memoria e restituire dignità a persone che non l’hanno avuta nemmeno nel loro ultimo viaggio. Se non hanno avuto una vita dignitosa, che l’abbiano almeno nella morte.” Nihad, poi, aggiunge un ulteriore dato: l’età media delle vittime è di appena 23 anni, e conclude dicendo “Il loro unico ‘peccato’ è stato quello di avere un passaporto troppo debole.”

L’Effendi recita la preghiera per i defunti. Mentre canta, corvi neri gracchiando si uniscono alla preghiera alzandosi in volo, come fosse una coreografia preparata prima.

Al termine della cerimonia, partiti i giornalisti e salutati i compagni, Nihad, per la prima volta, sembra respirare. Riprendiamo il nostro furgone e ripartiamo. Lo accompagniamo a Tuzla, dove ci mostra con orgoglio la sede della sua nuova associazione Djeluj.ba.

È stanco, riconoscente, pronto alle sue prossime battaglie: prima di tutto tornare a Sarajevo dai ragazzi del Sudan che, a seguito del tentativo di attraversare la frontiera di montagna a Bihać, hanno subito l’amputazione di piedi e mani a causa del gelo della Plješevica. Nihad li cura, li aiuta a mangiare, a lavarsi, prega con loro e raccoglie fondi con l’obiettivo di acquistare le protesi necessarie, come mi dice, per farli andare via il prima possibile dalla Bosnia.

Dopo altre ore di viaggio nel buio e nel silenzio, a pochi chilometri da Bihać la strada dopo Bosanska Krupa è interrotta. Lampeggianti blu nel buio, penso a un incidente e invece sono controlli, effettuati da pattuglie miste. Nemmeno questa volta Frontex ci ferma, ci lasciano passare nel buio, ignorando che in questo furgone infangato non viaggiano solo persone, ma i nomi e le storie di chi hanno cercato di rendere invisibili, ma che grazie a un giovane ragazzo di Tuzla, restano scolpiti nel marmo a memoria.