Goran Vojnović: “La Jugoslavia come spazio vitale”

Dall’adolescenza a Lubiana nel quartiere di Fužine, sottofondo del suo romanzo d’esordio “Cefuri raus!” alla Jugoslavia rivendicata come proprio “spazio vitale”, abbiamo dialogato con Goran Vojnović, una delle voci letterarie più originali e profonde proveniente dallo spazio post-jugoslavo

09/02/2026, Marc Casals
Goran Vojnović - (foto archivio privato)

Goran Vojnović

Goran Vojnović - (foto archivio privato)

(Stralci di questa intervista sono state pubblicate sul numero 136 della rivista culturale galiziana Luzes)

Goran Vojnović (Lubiana, 1980) è uno dei principali autori della letteratura slovena contemporanea e post-jugoslava. Ha fatto la sua comparsa sulla scena letteraria con “Cefuri raus! Feccia del Sud via da qui”, un romanzo sulla vita dei «čefuri», immigrati in Slovenia dalle altre Repubbliche della Jugoslavia, che ha segnato una svolta folgorante sia in Slovenia che nel resto dell’ex Jugoslavia. Da allora, Vojnović ha sviluppato una solida carriera dedicata all’esplorazione delle complessità legate all’identità post-jugoslava, con romanzi dalla struttura intricata e ricchi di salti spazio-temporali come “Jugoslavia, terra mia” o “All’ombra del fico”. La sua ultima opera pubblicata in italiano è la raccolta di saggi “Il collezionista di paure”.

Come Marko Ðorđić, il giovane protagonista di “Cefuri raus!”, lei è cresciuto nel sobborgo lubianese di Fužine come čefur o «feccia del Sud», nella traduzione italiana. Qual è la sua storia personale?

La mia storia non era tra le più comuni del quartiere. Quando la Slovenia faceva parte della Jugoslavia, c’erano due tipi di immigrati dal Sud: gli operai, che venivano perché era la Repubblica più sviluppata, e gli studenti universitari che studiavano all’Università di Lubiana per il prestigio di quest’ultima. I miei genitori appartenevano alla seconda categoria. Mio padre è arrivato dalla Bosnia alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, mia madre dalla Croazia alcuni anni dopo, si sono conosciuti nell’ambiente universitario di Lubiana. Sono rimasti in città perché gli piaceva: avevano amici e libertà, erano gli anni Settanta e il socialismo era al suo apice. In effetti, a loro Lubiana piace ancora, a differenza di chi è venuto con l’idea di lavorare in Slovenia solo per un po’ e ha finito per rimanervi per sempre quando la Jugoslavia si è disintegrata. Io sono nato a Lubiana e sono cresciuto con questa doppia identità di sloveno e di čefur.

La maggior parte degli abitanti di Fužine proveniva dal resto della Jugoslavia, ma c’erano anche degli sloveni. Qual era il rapporto con loro e con gli altri sloveni al di fuori del quartiere?

Direi che Fužine è stato il luogo con meno tensioni tra sloveni e čefuri. Il conflitto era molto più diretto e aggressivo nelle città piccole, soprattutto dopo l’ascesa del nazionalismo sloveno negli anni Novanta. Fužine era un mondo a parte, dove non c’erano problemi ad essere čefur, poteva persino essere un vantaggio. Lì ci sentivamo protetti, era la nostra casa, lo percepivamo come un «territorio libero». Tuttavia, quando si usciva dal quartiere, si veniva doppiamente discriminati, prima di tutto in quanto čefuri e poi anche per il fatto che venivamo da Fužine, la quale aveva una pessima reputazione. Ho avuto la fortuna di frequentare un liceo con studenti sloveni intelligenti e istruiti, e lì non c’era violenza o aggressività, ma nella società era molto presente. La gente se la prendeva sempre con i čefuri e per le strade c’erano gli skinhead, quindi bisognava stare attenti… Almeno, rispetto agli immigrati di oggi, avevamo il vantaggio di essere bianchi e non riconoscibili a occhio nudo.

In un ambiente come quello di Fužine, che nel libro non sembra molto incline alla letteratura, cosa l’ha spinta a far diventare quest’ultima l’interesse principale della sua vita?

Da piccolo leggevo un po’, ma quando ho raggiunto la pubertà mi interessavano solo lo sport e i film. Né io né i miei coetanei di allora abbiamo mai preso in mano un libro. Inoltre, quelli erano gli anni della guerra in Bosnia e i miei genitori avevano preoccupazioni più pressanti rispetto al fatto che io leggessi o meno. In ogni caso, furono la guerra e le domande che sollevò a farmi tornare alla letteratura per cercarvi delle possibili risposte. Ho iniziato a leggere prima Ivo Andrić, poi altri autori balcanici, e così facendo ho provato un senso di sollievo. A quel tempo in televisione c’erano fino a quattro versioni diverse di ciò che stava accadendo: quella serba, quella croata, quella bosniaca e, se vogliamo, quella slovena. All’epoca credevamo ingenuamente che mettendo insieme queste quattro bugie si potesse scoprire la verità, il che era assurdo. Poi ho capito che la bugia della letteratura ti può avvicinare di più alla verità che le bugie dei media.

Come è passato da lettore a scrittore?

Al liceo ho scritto alcune poesie, pura lirica ormonale. Alla fine mi sono interessato al cinema e ho studiato in una scuola di cinema con l’idea di scrivere sceneggiature. Volevo fare qualcosa legato ai čefuri spinto dalla voglia di parlare del mio ambiente. Era un periodo in cui la letteratura scritta da immigrati era popolare grazie ad autori come Hanif Kureishi o Zadie Smith. Mi venne in mente che avrei potuto scrivere una storia nella lingua che noi giovani parlavamo a Fužine. La seconda generazione di immigrati a Fužine ha creato una lingua in cui poter sbagliare, perché non parlavamo bene né la nostra lingua madre né lo sloveno. Così abbiamo inventato una sorta di interlingua in cui tutto era permesso. Inoltre, più errori si facevano, più era divertente e il risultato in qualche modo migliore. Era una lingua spiritosa, creativa e, soprattutto, era la nostra lingua della libertà. Ho pensato che una storia sui čefuri in questa lingua potesse funzionare, cosa che non sarebbe accaduta in sloveno.

Funzionò, eccome: “Cefuri raus!” fu un enorme successo di pubblico e di critica. La polizia, comunque, non accolse il libro così calorosamente, dato che presentò una denuncia di cui si parlò tantissimo a quel tempo.

In un capitolo del libro, il protagonista finisce in una stazione di polizia, racconta gli abusi che vi subisce e descrive gli agenti in termini piuttosto negativi. Ebbene, quasi un anno dopo la sua pubblicazione, il direttore generale della polizia mi ha denunciato in sede penale per aver offeso l’onore delle forze dell’ordine. Qualcuno aveva pubblicato quel capitolo su Internet e la polizia non aveva capito che si trattava di un frammento del romanzo, narrato da un personaggio di fantasia, ma lo aveva preso per una storia pubblicata su qualche giornale e raccontata come se fosse realmente accaduta. Mi hanno interrogato e sono finito su tutti i media, finché la ministra dell’Interno, di professione avvocato, ha convinto la polizia che non vi era nulla di vero. La stragrande maggioranza della società si schierò dalla mia parte. In ogni caso, questa polemica è servita a far conoscere il libro all’estero, perché fuori dalla Slovenia la letteratura si legge senza contesto, e questo scandalo ha attirato l’attenzione del pubblico.

Oltre alla migrazione e alle sue conseguenze, l’altro suo grande tema, affrontato ad esempio in “Jugoslavia, terra mia”, è la violenta dissoluzione del suo ex Paese e i suoi effetti sulle vite e sulle identità delle persone. Qual è stata la sua esperienza di tutto ciò?

Quando è iniziata la dissoluzione avevo solo undici anni e non ho seguito direttamente ciò che stava accadendo. Per me l’indipendenza slovena era qualcosa di astratto che non mi interessava minimamente. Ho trascorso la “Guerra dei dieci giorni” dai miei nonni materni in Croazia, quando la guerra è finita mi hanno rimandato a Lubiana e questo è tutto. Ho vissuto la guerra di Bosnia attraverso la mia famiglia, perché abbiamo accolto mia zia e tre cugini nel nostro appartamento per sei mesi. Ogni giorno guardavamo il telegiornale, chiamavamo i miei nonni in Bosnia, gli sfollati che non sapevano dove fossero i loro cari cominciavano a passare per casa nostra…. Alla fine la guerra è diventata la mia vita quotidiana, non come esperienza diretta quanto piuttosto per come ha colpito la mia famiglia. Allo stesso tempo, si usciva per strada, si vedevano i bambini giocare a calcio ed era come se la guerra non esistesse. La mia esperienza della guerra era questo contrasto tra la realtà familiare tra le mura domestiche e la vita fuori, che continuava come se nulla fosse.

Come si sono vissute tutte queste guerre a Fužine, in particolare la guerra di Bosnia?

Per fortuna a Fužine avevamo un nemico esterno, gli sloveni. Ci hanno messo tutti insieme e anche noi ci siamo visti come la stessa cosa: eravamo tutti čefuri, avevamo tutti grossi problemi causati dalle guerre o dalla transizione, e questo ha unito i vicini del quartiere. In effetti, è stato forse il periodo in cui gli abitanti di Fužine erano più uniti, perché la situazione era la stessa sia che si fosse musulmani, croati o serbi. Inoltre, gli abitanti di Fužine non erano influenzati dalla propaganda, perché oltre alla “loro” televisione, potevano guardare la televisione slovena, comunicare tra loro e scambiarsi informazioni. In questo modo hanno avuto una visione più globale di ciò che stava accadendo e questo ha permesso loro di capire che non si trattava di un film con buoni e cattivi. Tutti si sono dati una mano nel fornire aiuti umanitari o quando qualcuno doveva attraversare un confine. Tutti hanno affrontato le stesse difficoltà e questo sicuramente li ha uniti.

Goran Vojnović - (foto archivio privato)

Goran Vojnović – (foto archivio privato)

Bibliografia in italiano

Cefuri raus! Feccia del sud via da qui. Traduzione di Patrizia Raveggi. Forum Edizioni, 2015.

Jugoslavia, terra mia. Traduzione di Patrizia Raveggi. Forum Edizioni, 2018.

All’ombra del fico. Traduzione di Patrizia Raveggi. Keller, 2023.

Il collezionista di paure. Traduzione di Patrizia Raveggi. Forum Edizioni, 2023.

Tuttavia, la dissoluzione della Jugoslavia ha avuto conseguenze anche per i čefuri. Circa ventimila persone hanno perso il diritto di residenza permanente in Slovenia e sono rimaste intrappolate per anni in un limbo amministrativo, non essendo registrate in nessun Paese. Questo gruppo è noto come «I cancellati». Ci può spiegare cosa è realmente successo e quali effetti ha prodotto questa loro particolare condizione?

Per me, quello che è successo ai «cancellati» è la più grande macchia sulla storia della Slovenia post-indipendenza, per il resto abbastanza pulita in quanto siamo un Paese giovane che non ha attaccato nessuno o occupato territori altrui. In quegli scapestrati anni Novanta, a qualcuno venne l’idea di fare piazza pulita dei «potenziali nemici», cioè delle persone provenienti da altre repubbliche jugoslave che erano rimaste in Slovenia ma senza prendere la cittadinanza slovena. Per questo motivo furono privati della residenza permanente, il che fu peggio che se fossero stati privati della cittadinanza, perché insieme alla residenza permanente persero anche la possibilità di lavorare, nonché tutte le prestazioni di tipo sociale. In altre parole, i «cancellati» sono rimasti senza diritti, senza documenti e alcuni sono stati addirittura cacciati dalla Slovenia. I percorsi personali e familiari sono stati diversi: in alcuni casi si è riusciti quasi subito a risolvere la situazione, mentre altri individui con le loro famiglie hanno vissuto storie tragiche. Inoltre, la Slovenia ha impiegato vent’anni per affrontare questo problema e non l’ha ancora risolto del tutto, cosa che non riesco a capire. Né riesco a capire il fatto che, a tutt’oggi, nessuno si sia assunto una responsabilità politica.

Sia in “Jugoslavia, terra mia” che in “All’ombra del fico”, lei scrive sull’identità post-jugoslava. In un saggio contenuto nel libro “Il collezionista di paure”, afferma di rivendicare la Jugoslavia non come uno Stato o un sistema politico, ma come uno «spazio vitale».

Quando la Jugoslavia esisteva ero un bambino, quindi per me lo Stato era un concetto astratto. Sapevo che c’era una squadra di calcio per cui si tifava, ma non sapevo che esistesse anche un sistema politico legato a quello Stato. Quello che ho vissuto, che ricordo, è lo spazio in cui viveva la mia famiglia, dove c’era qualcosa di mio, di importante per me. Quel qualcosa non era concentrato in Slovenia, Croazia, Serbia o Bosnia, ma diffuso in tutti quei luoghi, e in quello spazio ci sentivamo a casa. Quando ascoltavamo la musica era la «nostra musica», quando leggevamo i libri erano i «nostri libri», quando guardavamo le serie televisive erano le «nostre serie». Anche se la Jugoslavia non esiste più come entità statale non si può semplicemente amputare una parte di sé, dire ‘Questo non mi appartiene più’. Ecco perché parlo di questo «spazio vitale», perché il mio legame con esso non è cambiato, la lingua non è cambiata, il mio rapporto con i libri, la musica o le persone non è cambiato. Quando si parla di Jugoslavia, non penso a Tito o al Partito Comunista, ma a tutto quello spazio, ai miei bagni nell’Adriatico o alle mie giornate sugli sci a Jahorina. Non è uno spazio politico, ma uno spazio legato al ricordo, alla memoria.

Come si sente ora muovendosi in questo spazio?

Sono sempre più consapevole del fatto che, sebbene parli ancora la lingua, in generale questo spazio non è più mio, perché i Paesi che lo compongono hanno preso direzioni diverse. La Croazia, come la Slovenia, è nell’Unione Europea, e per vicinanza geografica e mentalità mi sento più vicino ad essa. La Bosnia Erzegovina e la Serbia hanno imboccato un altro percorso. Per esempio, ora ci sono tre Serbie nella mia vita: quella dei miei parenti e quella dei miei colleghi scrittori, che sento come mie, ma poi c’è una Serbia politica che è terribile, che non capisco e con cui non ho nulla a che fare. La stessa cosa mi succede con la Bosnia: ho un legame con il microcosmo della mia famiglia, soprattutto quando vado a casa di mia nonna e mi siedo nel cortile, e c’è qualcosa di molto personale quando leggo scrittori bosniaci come Semezdin Mehmedinović. Tuttavia, camminando per Sarajevo mi accorgo che non mi appartiene più. Alla fine ciò che rimane è uno spazio intimo, immateriale, fatto di ricordi, di persone e di una lingua.

Nella maggior parte dei suoi personaggi risulta centrale la questione dell’identità incompleta. Ne “Il collezionista di paure” sostiene che la mancanza di appartenenza è qualcosa di positivo, perché permette all’individuo di stabilire un rapporto più maturo con il mondo.

Come esseri umani attraversiamo tutti un processo di ricerca della nostra identità, anche se per gli ex jugoslavi è stato più complicato da quando il Paese è crollato. In ogni caso, credo che tutti siamo giunti alla conclusione che abbiamo un’identità complessa e che non esiste un unico spazio a cui apparteniamo in modo totalizzante. Si tratta di accettare la nostra identità come una realtà pulsante, viva e in continuo cambiamento; non limitata a una religione, nazione, lingua o cultura. Questo porta a prendere le distanze da tutte queste categorie perché si sente di non appartenere completamente a nessuna di esse, bensì a un qualcosa che le eccede. Quando si diventa consapevoli di questo, si smette di preoccuparci per come gli altri ci vedono. Čefur, sloveno, bosniaco… sono tutte parole, perché io so chi e cosa sono. È stato un percorso lungo e avrei voluto arrivarci prima, ma in questo caso non avrei scritto tutti i miei libri!

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