Ucraina, l’adesione Ue e la grande incognita dei negoziati di pace
L’ingresso di Kyiv nell’Unione è diventato una delle garanzie per la sicurezza post-bellica dell’Ucraina. Una procedura accelerata, con l’adesione nel 2027 secondo il piano statunitense, avrebbe però gravi implicazioni per il processo di allargamento basato sul merito

Bandiera ucraina con bandiere UE
Bandiera ucraina con bandiere UE - Foto Consiglio UE
Da mesi l’adesione dell’Ucraina all’UE non è più solo una questione di rapporti tra l’Unione e Kyiv, ma ha assunto un carattere più ampio.
Nei colloqui tra ucraini, europei e statunitensi – sotto la spinta scostante dell’amministrazione Trump – l’ingresso di Kyiv come membro dell’Unione europea si è ormai cementato come una delle potenziali garanzie di sicurezza nei futuri negoziati di pace per mettere fine alla guerra russa in Ucraina.
Una questione che però, secondo gli ultimi sviluppi, sta andando nella direzione di un’accelerazione del calendario di adesione di Kyiv, con seri interrogativi su uno dei principi fondamentali del processo di allargamento dell’UE: l’essere basato sui progressi dimostrabili in materia di riforme.
Secondo quanto riportato per primo dal Financial Times, la bozza della proposta di pace in fase di negoziazione prevederebbe l’adesione dell’Ucraina all’UE entro il 1° gennaio 2027 nell’ambito di un processo accelerato.
Questo significherebbe includere nell’Unione un nuovo membro senza che abbia completato tutti i 33 capitoli negoziali del processo attualmente in vigore.
In altre parole, le istituzioni dell’UE si troverebbero costrette a rivedere la logica del quadro di allargamento e a progettare un accesso graduale ai fondi dell’UE, ai diritti di voto e alle politiche comuni – solo per l’Ucraina, o come un nuovo processo rivoluzionato rispetto a come è stato finora e valido per tutti i candidati.
L’adesione come garanzia di sicurezza
Il primo a confermare che l’adesione all’UE è una delle garanzie di sicurezza di cui Kyiv ha bisogno nei negoziati di pace è stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Al Consiglio europeo del 18 dicembre 2025 ha confermato che la questione “fa parte del pacchetto che stiamo negoziando e su cui contiamo”.
Da sei mesi – da quando i negoziati hanno iniziato a conoscere brusche accelerate e altrettanto brusche frenate, sotto la mediazione scostante dell’amministrazione Trump – questa opzione è entrata nelle discussioni a livello tecnico e politico tra Kyiv, Washington e le controparti europee, anche se i colloqui formali tra Ucraina e Russia non sono ancora in vista.
Questo legame tra adesione all’UE e garanzie di sicurezza post-belliche è qualcosa di inedito, ma soprattutto si tratta di un elemento di difficile previsione.
L’esito dei negoziati di pace potrebbe influenzare in modo imprevedibile lo svolgimento di un processo di allargamento che le istituzioni di Bruxelles hanno sempre definito “basato sul merito”, o quantomeno su criteri precisi politici, economici e normativi che ogni Paese candidato deve soddisfare.
“La prosperità di uno Stato ucraino libero risiede nell’adesione all’UE, è anche una garanzia fondamentale per la sicurezza del Paese”, ha ribadito la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, a fine 2025 dopo una telefonata con Zelensky e i leader europei per coordinare i prossimi passi della posizione comune al tavolo dei negoziati con Washington.
“L’adesione non avvantaggia solo i Paesi che aderiscono. Come dimostrano le successive ondate di allargamento, ne beneficia l’intera Europa”, ha aggiunto la numero uno della Commissione.
Anche la commissaria per l’Allargamento, Marta Kos, ha commentato il ruolo del processo di adesione all’UE nei colloqui tra i negoziatori ucraini, statunitensi ed europei. “È l’ancora politica delle garanzie di sicurezza”, un legame che sarebbe alla base del conflitto con la Russia, “iniziato quando l’Ucraina ha deciso di intraprendere la via europea”, firmando l’Accordo di libero scambio approfondito e completo (entrato in vigore nel 2016).
L’alta rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha osservato che questa spinta da parte degli Stati Uniti “potrebbe essere un buon segnale per uno dei nostri Stati membri per sbloccare l’apertura dei cluster negoziali” con l’Ucraina. Un riferimento nemmeno troppo velato al blocco politico dell’Ungheria di Viktor Orbán.
Davvero il 2027?
Una cosa è legare l’adesione all’UE alle garanzie di sicurezza, un’altra è garantire un percorso accelerato che porti Kyiv nell’Unione entro il 2027. O almeno, senza riconoscere che il processo utilizzato finora è arrivato al capolinea.
Diversi esperti sostengono che questa soluzione non può essere esclusa a priori, soprattutto alla luce della posta politica in gioco.
Da un punto di vista strettamente negoziale, l’attuale spinta potrebbe riflettere un tentativo da parte di Kyiv di “assicurarsi il sostegno degli Stati Uniti”, spiega Ondrej Ditrych, analista presso l’Istituto dell’Unione europea per gli studi sulla sicurezza (EUISS).
In questa prospettiva la futura adesione all’UE sarebbe fissata “come parte di qualsiasi accordo futuro”.
Se si andasse davvero verso questa direzione, le istituzioni di Bruxelles dovrebbero prevedere “un’accettazione condizionata” al rispetto di tutte le condizioni da parte dell’Ucraina dopo l’adesione e all’approvazione unanime del Consiglio, mette in chiaro Fabian Zuleeg, capo economista dell’European Policy Centre (EPC).
È qui che, però, riemerge un grosso ostacolo: il veto dell’Ungheria sull’apertura dei negoziati di adesione di Kyiv.
Tuttavia, “se c’è sufficiente volontà politica” si possono superare sia le sfide pratiche – compresi i lunghi periodi di transizione – sia l’opposizione di Budapest, sostiene Zuleeg, facendo riferimento alla possibile strategia di “mettere l’intransigenza di Orbán di fronte a Trump”.
Anche per Engjellushe Morina, Senior Policy Fellow presso l’European Council on Foreign Relations (ECFR), il doppio gioco del primo ministro ungherese – che si presenta come il più stretto alleato di Trump in Europa e allo stesso tempo blocca tutte le decisioni relative all’Ucraina – dovrebbe essere affrontato da Washington. “Se gli Stati Uniti vogliono vedere l’Ucraina nell’UE entro il 2027, sarebbe meglio esercitare pressioni sull’Ungheria”.
In ogni caso, non c’è dubbio che un simile risultato avrebbe implicazioni per l’UE nel suo complesso.
In primo luogo, “non abbiamo alcuna indicazione” che la Commissione o il Consiglio siano disposti a dare il via libera a un processo accelerato al 2027, avverte Volodymyr Dubovyk, Senior Fellow presso il Center for European Policy Analysis (CEPA).
In secondo luogo, Dubovyk ricorda che l’UE “non può offrire all’Ucraina una protezione efficace” in termini di garanzie di sicurezza militari.
La clausola di difesa reciproca prevista dall’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea (TUE) non prevale sulla neutralità di alcuni Stati membri e rimane coerente con gli impegni dei membri della NATO, perciò non paragonabile all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica.
L’unicità del caso ucraino
Nonostante non ci sia alcun dubbio sul fatto che, almeno per il momento, l’adesione all’UE sia formalmente basata sul merito e che Kyiv abbia ancora molto lavoro da fare nell’ambito delle riforme, Bohdan Popov, consigliere politico presso United Ukraine (think tank indipendente che produce analisi sul contesto nazionale e internazionale in cui si muove l’Ucraina) offre alcune osservazioni sul perché il dibattito non può trascurare la realtà politica e strategica in cui si sta svolgendo questo processo.
“Oggi l’Ucraina non è solo un Paese candidato, ma è un fornitore di sicurezza in prima linea per l’intero continente europeo”, che sta assorbendo costi umani, economici e di sicurezza che la maggior parte degli Stati membri dell’UE non sostiene direttamente.
A suo avviso, questo conferisce a Kyiv “un vantaggio strategico” rispetto ad altri Paesi coinvolti nel processo di allargamento.
Questo non significa che il tavolo si sia rovesciato e la sicurezza abbia sostituito completamente le riforme. Le discussioni politiche stanno invece convergendo sempre più verso un modello di integrazione basato sull’adesione politica, seguita poi da una fase di transizione prolungata.
Con un approccio di questo tipo – che combina un’integrazione graduale, deroghe mirate, screening al termine della guerra e investimenti sostanziali sostenuti dall’UE – “le riforme continuerebbero all’interno del quadro dell’UE invece che al di fuori”, osserva Popov.
Tutto ciò richiederebbe “una scelta politica consapevole” da parte dell’UE di trattare l’Ucraina come “una risorsa strategica, non solo un candidato”, superando i veti esistenti, dell’Ungheria ma non solo.
Tuttavia, non va dimenticato che una mossa del genere – ancora di più con una tabella di marcia al 2027 – potrebbe avere ripercussioni significative negli altri Paesi candidati, soprattutto nei Balcani occidentali, che attendono da decenni alle porte dell’UE, bloccati da controversie bilaterali o dalla mancanza di volontà politica all’interno del Consiglio.
Il rischio concreto è che, privilegiando l’Ucraina secondo queste considerazioni, l’intera Unione venga infine percepita come inaffidabile, guidata da interessi strategici e non da principi prevedibili a cui potersi allineare.











