L’isola di Belene e i suoi fantasmi

Belene è una piccola isola fluviale ma è tante cose assieme: riserva naturale, penitenziario ancora in funzione, e luogo di memoria di uno dei più noti campi di lavoro del regime comunista in Bulgaria. Un reportage

Ex campo di lavoro di Belene

Ex campo di lavoro di Belene

Ex campo di lavoro di Belene (© Francesca Barca/Voxeurop)

(Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Voxeurop nell’ambito di PULSE.)

Una volta superato il cancello di accesso all’isola bulgara di Belene, la vista è impressionante: il verde della natura si scioglie nell’azzurro delle acque, immense, del grande fiume. Sono le nove di mattina, l’aria è tersa, e l’entrata in una delle riserve naturali più belle del Danubio è uno spettacolo.

Nulla lascia pensare che siamo appena entrati in una prigione.

La visita è organizzata dall’ong Belene Island Foundation, nata nel 2016. Vencislav, la nostra guida, presenta i lasciapassare rilasciati dall’autorità penitenziaria bulgara alle guardie carcerarie. Dietro di noi, le famiglie di detenuti attendono in fila portando borse piene di cibo e regali; alcuni bambini corrono avanti e indietro.

Oltre al carcere, tuttora attivo, l’isola fluviale di Belene accoglie un parco naturale che si estende su una superficie di 21.762 ettari e comprende anche altre isole. Parte della rete Natura 2000, la riserva è una zona umida di importanza mondiale.

Il Partito comunista bulgaro scelse l’isola come sede di uno dei tanti campi di lavoro per gli oppositori politici, forse oggi quello più noto.

Oltre il ponte

Una volta passati i controlli, si accede all’isola a piedi, tramite un vecchio ponte galleggiante risalente agli anni Cinquanta. Questa “passeggiata” di circa tre minuti a pelo dell’acqua è particolarmente suggestiva. I sentimenti e i pensieri sono incerti: le famiglie sono sempre in fila; siamo sotto lo sguardo dell’autorità penitenziaria; e siamo immersi in un quadro naturale di una bellezza imponente.

L’auto dell’ong è parcheggiata sull’altra riva: lasciato alle spalle il carcere, dopo una trentina di minuti si arriva a quello che resta del campo di lavoro, percorrendo piccole strade asfaltate alla meno peggio. “La prima cosa che venne chiesta ai detenuti fu di costruire queste strade. All’inizio dovevano raggiungere il campo a piedi, attraverso le paludi”, spiega Vencislav, che ci mostra fino a dove poteva – e può tuttora –  arrivare il livello dell’acqua.

Sul sito rimangono solo edifici fatiscenti, davanti ai quali l’associazione ha ricostruito il cancello originale. “Sì, si può essere orgogliosi di essere uomini”, si legge. Un’iscrizione che probabilmente fa riferimento alla vocazione del luogo, dice Vencislav – la rieducazione dei detenuti.

L’ong Sofia Platform, specializzata nel lavoro sulla memoria del regime comunista, ha ideato un percorso didattico. Nell’ultima sala alcuni sopravvissuti al campo di lavoro “dialogano” virtualmente con i visitatori, attraverso un dispositivo molto moderno che contrasta con l’arredamento e il luogo. Grazie a uno schermo mobile si possono fare domande a testimoni precedentemente intervistati dall’ong: guidata da un’efficace griglia di domande, un’intelligenza artificiale ci indirizza verso le risposte più verosimili, creando così l’illusione di uno scambio reale.

Un’iniziativa dal basso

Cuoco di professione, trent’anni circa e originario di Belene, Vencislav ha vissuto all’estero e poi a Varna, sul Mar Nero, prima di tornare nella sua città natale. Il suo impegno nella Belene Island Foundation è cominciato “per aiutare gli amici che l’hanno creata, e perché ho sempre amato la storia”.

L’organizzazione è piccola e dispone di pochi mezzi: “Ci formiamo tra di noi, con i libri che troviamo. Ci occupiamo delle visite, della manutenzione delle strade e degli edifici. Cerchiamo anche di raccogliere le memorie locali, ma non è facile: le generazioni che hanno conosciuto il campo stanno scomparendo e l’argomento rimane delicato”, racconta Vencislav. Il bilancio dell’ong si basa su modeste sovvenzioni, che sono appena sufficienti per affittare un piccolo locale, riparare il veicolo e mantenere il sito internet.

Nonostante la buona volontà, il campo è in pessime condizioni. Le finestre dell’edificio principale sono rotte, i pannelli sono sporchi e scoloriti, i piccioni entrano all’interno. Un secondo edificio è parzialmente crollato ed è vietato l’accesso. Una torre di guardia, ormai in rovina, permette di farsi un’idea della realtà repressiva del campo, ma purtroppo non è in sicurezza e il sentiero di accesso è invaso da una fitta vegetazione.

© Francesca Barca/Voxeurop

Cosa cercano i visitatori nelle rovine del campo di lavoro di Belene? “Abbiamo visitatori di ogni tipo, ma la maggior parte sono bulgari. Per me è un dovere venire qui e comprendere cosa fosse questo campo e capire la nostra storia. Purtroppo alcuni pensano che il problema non fosse il campo, ma il tipo di prigionieri. Ma è il modello di repressione degli oppositori politici che va condannato”.

Quindicimila internati

Creato nel 1949, il campo di lavoro di Belene accolse le prime vittime della repressione comunista: membri del Partito agrario, anarchici, monarchici, goryani (resistenti anticomunisti) e una decina di pastori evangelici. Nel 1952 Belene ospitava 2.323 detenuti, di cui 75 donne. Su una piccola isola vicina fu aperto un campo esclusivamente femminile, ma le testimonianze e i documenti in proposito sono rari.

Ufficialmente chiuso nel 1953 dopo la morte di Stalin, il campo di lavoro fu trasformato in una prigione comune. Ma riaprì dopo la rivolta antisovietica di Budapest del 1956, quando venne aggiunta anche una sezione per minori. Nel corso di tutto il periodo della dittatura, a Belene furono internate più di quindicimila persone.

© Francesca Barca/Voxeurop

Durante il periodo di attività i prigionieri deceduti, per lo più per sfinimento o maltrattamenti – ma anche giustiziati sommariamente – venivano sepolti in fretta ai margini del campo, senza una tomba. Alcune testimonianze attestano che, a partire dal 1961, cadaveri del campo di Lovech, situato anch’esso nel nord della Bulgaria, vennero trasferiti a Belene e sepolti di nascosto.

Vencislav racconta che questi movimenti di corpi portarono a una controversia diplomatica, “poiché parti di cadaveri [venivano] regolarmente trasportate dal fiume fino alla vicina Romania”. Le autorità romene espressero il loro malcontento agli omologhi bulgari, “perché i cittadini romeni [erano] convinti che la Securitate (la polizia segreta romena durante l’era comunista) [fosse] all’origine di queste atrocità”. Ma non erano i loro morti.

Negli anni Ottanta Belene accolse membri della minoranza turca che si opponevano alla politica di assimilazione forzata portata avanti dal regime. Il campo di lavoro chiuse definitivamente i battenti solo nel 1987, due anni prima della caduta del blocco comunista.

La prigione comune è ancora in funzione, con una capacità di 395 posti e un dormitorio per i detenuti in semilibertà. Il penitenziario rimane il principale datore di lavoro per le persone del posto.

Un passato che non passa

Il 7 giugno 1990 a Belene venne organizzata una prima commemorazione su iniziativa di un’organizzazione di ex vittime della repressione comunista. L’evento si trasformò in una manifestazione che riunì diverse migliaia di persone provenienti da tutto il paese, tra cui ex detenuti e rappresentanti dell’opposizione.

Nel corso del tempo Belene è diventato un luogo di ritrovo per commemorazioni annuali. Negli anni Duemila, alcuni ex membri dell’Unione nazionale agraria bulgara installarono una targa commemorativa su uno degli edifici del campo e intrapresero la costruzione di un memoriale, rimasto incompiuto.

Progetti per il memoriale

Progetti per il memoriale (© Francesca Barca/Voxeurop)

Nel 2011 il governo bulgaro designò ufficialmente il 1° febbraio come giornata per la commemorazione delle vittime del regime comunista, e nel 2014 il sacerdote Paolo Cortese, a guida della piccola comunità cattolica locale, mise in piedi un comitato per costruire un memoriale dedicato alle vittime del campo. Louisa Slavkova, fondatrice e direttrice dell’ong Sofia Platform, racconta che “sottolineando l’esistenza di vittime locali [Cortese] ha permesso agli abitanti di Belene di liberarsi dal senso di colpa e di associarsi al racconto delle vittime”.

Dal 2018, Sofia Platform si batte per la classificazione del campo come patrimonio culturale immateriale bulgaro, un processo complesso perché coinvolge tanti ministeri e agenzie governative diverse, ciascuna coi propri interessi.

In un articolo che mette a confronto i casi di Belene e del campo di Goli Otok in Croazia, le storiche Daniela Koleva e Tea Sindbæk spiegano che “non si tratta solo di un patrimonio culturale che rimanda a un passato da ricordare, ma di un patrimonio indesiderabile”. Il concetto di “patrimonio indesiderabile” è stato definito dall’antropologa Sharon Macdonald come “un passato riconosciuto come significativo nel presente, ma che è anche contestato e imbarazzante per la riconciliazione pubblica con un’identità contemporanea positiva e affermata”.

Questo è tanto più vero in Bulgaria, dove la percezione del passato comunista rimane fortemente influenzata dalle polarizzazioni e dalle divisioni politiche. L’ex Partito comunista è tornato ripetutamente a far parte di coalizioni di governo, e fino a oggi nessun esponente del regime bulgaro è stato perseguito per i crimini commessi nel suo sistema concentrazionario. Negli anni Novanta gli ex comunisti hanno cercato di minimizzare la portata dell’arcipelago del gulag bulgaro, guidando essi stessi una commissione d’inchiesta sull’argomento. Gran parte degli archivi è rimasta a lungo inaccessibile.

Coltivare i luoghi di memoria

Nella vicina Romania le rovine dei campi di lavoro comunisti situati nel delta del Danubio, a cominciare da quello di Periprava, sollevano questioni simili a quelle che si pongono a Belene: è necessario organizzare visite? Quale forma potrebbero assumere le infrastrutture di accoglienza? Come garantire la sostenibilità economica? Cosa accade quando vengono effettuati scavi nei luoghi che fungevano da fosse comuni?

La Romania è l’unico paese ad aver chiesto l’inserimento delle ex prigioni del regime di Ceausescu nella lista dell’Unesco. Come parte del percorso di riflessione sul proprio passato ha istituito un Centro internazionale per lo studio del comunismo a Bucarest e ha creato un museo e un memoriale a Sighetu Marmației, nel nord del paese. In Bulgaria non si trova nulla di simile.

Da parte sua, l’Unione europea sostiene iniziative dedicate alla memoria dei crimini dei regimi totalitari, in particolare attraverso il programma European Remembrance. Tuttavia, solo due dei progetti sovvenzionati riguardano la Bulgaria. L’azione più visibile rimane quella della fondazione Open Buzludzha, il cui obiettivo principale è quello di restaurare l’antica sede delle riunioni del Partito comunista bulgaro: una sorta di enorme disco volante in cemento posato in cima ai Monti Balcani.

Per il momento, le attività che vengono svolte a Belene si fondano quasi esclusivamente su finanziamenti erogati dalla fondazione statunitense America for Bulgaria. Sofia Platform confida nell’accesso a fondi europei, anche perché secondo Slavkova se il campo di Belene sarà classificato come patrimonio culturale immateriale “lo Stato bulgaro e il Comune non avranno le risorse necessarie per la preparazione, la manutenzione e la gestione del sito”.

Belene

Belene (© Francesca Barca/Voxeurop)

Grazie ai fondi statunitensi, Sofia Platform ha messo in piedi un programma di formazione per insegnanti sul passato comunista, di cui hanno già potuto beneficiare 220 persone. L’organizzazione propone anche visite didattiche sull’isola e “scuole estive” per giovani tra i 18 e i 24 anni, a cui hanno già partecipato più di ottocento persone.

Louisa Slavkova sembra ottimista sul futuro del sito: “Anche in Germania sono spesso le piccole ong locali che hanno spinto al recupero delle ex prigioni della Stasi. Solo molto più tardi lo stato tedesco le ha sostenute finanziariamente […] Le persone impegnate a Belene hanno imparato ad essere pazienti: si tratta del progetto di una vita”.

Questo articolo è stato prodotto nell’ambito di PULSE, un’iniziativa europea coordinata da OBCT che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali.