Garganide, fantasie trabuccolanti

Siamo a Vieste, nel Gargano. La piccola isola di Sant’Eufemia raggiungibile a piedi dal tombolo di sabbia, ospita il bianco faro a sezione ottagonale. Sul mare si affacciano i trabucchi, antiche e affascinanti macchine da pesca interamente costruite in legno. Il viaggio continua

09/01/2026, Fabio Fiori
Vieste (FG), Isola di Sant'Eufemia e faro - Foto F. Fiori

Vieste (FG), Isola di Sant’Eufemia e faro – Foto F. Fiori

Vieste (FG), Isola di Sant'Eufemia e faro - Foto F. Fiori

Vieste è approdo antichissimo e capitale ideale del Gargano, ma è anche paese d’elezione per l’insulomane, cioè di colui che come me prova un’irresistibile attrazione per le isole. Perché non solo possiamo soddisfare la nostra passione guardando la vicina, ammaliante Isola di Sant’Eufemia ma possiamo facilmente andarci in pochi minuti, per trascorrervi almeno qualche ora in completa tranquillità e libertà. Un’isola che da qualche anno si raggiunge anche a piedi, camminando sul tombolo di sabbia, bagnandosi fino alla cintola. Così che la sacralità dell’isola si rinnovi ogni volta, perché il nostro cammino in acqua diventa un omaggio alla Venere Sosandra a cui l’isola è dedicata da duemila anni.

Perciò anche il pedalante, che è un irrequieto viandante in sella, deve fermarsi almeno per qualche ora, legare il ferreo corsier al palo e viversi la relazione con il paese e la sua isola andando a piedi, fermandosi per mettersi in ascolto, con l’orecchio, l’occhio e tutti gli altri sensi.

Questa sera per me, nel buio d’ottobre che precede la cena, su una panchina di Marina Piccola la relazione con l’isola è visiva, è rapimento luminoso del faro che scandisce i minuti e le fantasie. Tre lampi consecutivi ogni quindici secondi, utili al marinaio per orientare la rotta, utili al pedalante per pianificare la strada. La strada di domani sarà da camminare nel mattino, da pedalare nel pomeriggio.

Sveglia prima dell’alba, un caffè al volo in un bar già aperto di Corso Fazzini e poi una passeggiata nell’ora blu, per vicoli della città vecchia sotto al Castello, fino a Punta San Francesco che è la prua del Gargano, avamposto d’oriente. Lì sulla scogliera musicata dall’onda lunga di nordovest, memore del Maestrale dei giorni scorsi, vedo un’alba opaca d’autunno, leggo qualche pagina di Hesse e sgranocchio taralli dolci al vino con le mandorle, piccoli capolavori di pasticceria viestana.

Vieste (FG), Trabucco - Foto F. Fiori

Vieste (FG), Trabucco – Foto F. Fiori

Capolavoro d’arte povera è anche il Trabucco di San Giuseppe qui alle mie spalle a destra, testimone orgoglioso di una storia plurisecolare che l’amico Matteo, nipote di trabuccolanti e presidente dell’associazione Rinascita dei Trabucchi Storici, si batte per difendere e valorizzare.

Una battaglia di civiltà, contro una gentrificazione violenta e consumistica che rischia di annientare saperi antichi, di divorare e digerire territori e culture, qui come in ogni dove. Matteo è il mio Cicerone garganico, l’ingegnere delle mie fantasie trabuccolanti.

Dopo aver fatto due chiacchiere con un pescatore poetico a cui le albe interessano più delle orate, le nuvole più dei branzini o così mi dice ridendo sotto baffoni turcheschi, seguendo le sue indicazioni, vado al tombolo che permette d’andare a piedi fino all’isola. Quindici minuti a piedi sul lungomare per arrivare a Punta Santa Croce, da poco risistemata.

Non c’è nessuno, qualche auto passa velocemente, mi spoglio e, zaino in testa come pellegrino indù, parto per l’attraversamento che diventa un piccolo pellegrinaggio. Non mi bagno nel Gange e non venero Shiva, ma le acque adriatiche e la Venere Sosandra hanno per me qualcosa di sacro, anche se non credente.

Una sacralità panica, una consapevolezza che diventa venerazione per un Adriatico che è la nostra foresta blu, per le sue isole che sono le nostre oasi blu. Qui oggi l’acqua è fresca, limpida e spumeggiante, perché s’incrociano onde morte che s’arricciano sul bassofondo.

Fiducioso e deciso raggiungo la riva della piccola isola sacra in pochi minuti. Sono solo, vivo un’emozione stevensoniana. Non sono il primo uomo sull’isola in assoluto, ma oggi le mie impronte sono le prime sulla spiaggetta che ha nascosto la banchina ottocentesca. La mia è l’esplorazione di un bambino incredulo di camminare sulla sua isola del tesoro, di osservare il suo faro di bell rock.

L’isola è una zattera di pietra calcarea a più strati, come si vede bene sul versante nordovest, il faro è una torre a sezione ottagonale che s’eleva dalla casa dei faristi, abbandonata da anni. Un’isola santuario d’antica frequentazione, come testimoniato dalle scritte votive della grotta, un faro sabaudo d’ottocentesca costruzione, risalente al 1868.

La mia camminata si conclude idealmente sotto la lanterna rossa, posta all’estremità della diga foranea che prolunga l’isola di 250 metri in direzione prima nordovest, poi ovest, per proteggere l’ingresso del porto. Non ho visto gli ipogei sacri, non ho letto le epigrafi votive. Devo tornarci!

Seduto sui gradini del basamento del fanale, chiudo gli occhi e nel murmure riecheggia un verso di Kavafis: “Se ti metti in viaggio per Itaca / augurati che sia lunga la rotta, / piena di conoscenze e d’avventure”. Alla romana Venere Sosandra, alla greca Afrodite Euploia chiedo che sia lunga la rotta, favorevoli i venti. Rotta e non via o strada, come spesso viene tradotta in italiano la parola greca δρόμος, dromos. Perché la nostra è una rotta nell’imprevedibile mare della vita.

PS

I trabucchi o trabocchi adriatici sono da decenni oggetto di attenzione fotografica, architettonica ed etnografica. Tra i diversi lavori svolti e disponibili in rete, due mi sembrano particolarmente importanti e suggestivi. Innanzitutto, il catalogo della mostra svolta al MOMA di New York nel 1964, intitolata Architecture without architects, an introduction to nonpedigreed architecture di Bernard Rudofsky. Poetico e suggestivo il podcast Costa dei Trabocchi raccontata da Donatella Di Pietrantonio, realizzato nel 2021 da Le Meraviglie – Rai Radio 3:

Per chi invece vuole conoscere meglio e vedere online l’Isola di sant’Eufemia, suggerisco il bel docu-film di Lorenzo Scaraggi, viaggiatore pugliese e filmaker inquieto.