Wojciech Górecki, raccontare il Caucaso
Giornalista e scrittore, tra i maggiori esponenti della “scuola” del reportage polacco, Wojciech Górecki si è specializzato nel Caucaso, che considera un laboratorio per il futuro di tutta l’area ex sovietica. Un incontro

Wojciech Górecki (al centro) alla fiera Più Libri Più Liberi. Foto: Giovanni Verga
Wojciech Górecki (al centro) alla fiera Più Libri Più Liberi. Foto: Giovanni Verga
Il Caucaso come laboratorio dei futuri assetti geopolitici dell’Eurasia e di tutta l’area ex sovietica. Non ha dubbi Wojciech Górecki, uno dei maggiori esponenti della “scuola” del reportage polacco: da lì bisogna muovere per capire quali saranno gli sviluppi a lungo termine delle crisi in corso nelle aree di confine dell’Imperium, come Kapuściński chiamava l’immenso Paese nato dalla rivoluzione del 1917. E lo dice con cognizione di causa, avendo dedicato decenni allo studio e all’esplorazione di quelle terre turbolente raccontandole nei suoi libri “Pianeta Caucaso” e “Abcasia”, da poco pubblicato da Keller, oltre che in “Un brindisi ai progenitori”, ancora inedito in Italia.
Górecki, ospite della fiera “Più libri più liberi” lo scorso dicembre, è cresciuto in una nazione che per quarant’anni ha conosciuto il sistema sovietico come le aree caucasiche, ed è questa una delle ragioni del suo interesse verso di esse.
“Io mi sono formato da giovane studiando la caduta dell’Impero romano e, quando è crollato il blocco dell’Unione Sovietica, ho subito trovato profonde analogie. Ho capito che il processo sarebbe stato molto lungo, che ci sarebbero stati nuovi focolai di conflitto, e la storia mi ha dato ragione. Del resto, qualcosa di molto simile era accaduto a Kapuściński, che volle seguire le fasi della decolonizzazione in Africa fin dall’inizio ben sapendo che le conseguenze in termini di instabilità sarebbero durate per molto tempo”, afferma Wojciech Górecki.
“Dopo la caduta del Muro, molti giovani hanno guardato verso l’estero, dirigendosi per la maggior parte in Occidente. Una minoranza, io tra questi, si è invece sentita attratta dall’Est, anche per la particolarità di quelle terre di incontro e incrocio di popoli e culture. Da allora non ne ho mai abbandonato l’esplorazione”, prosegue il giornalista.
Quella intuizione del Caucaso come laboratorio descritta nei suoi libri si è rivelata profetica. “Chi ha seguito con attenzione le vicende dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud non si è sorpreso di quanto è accaduto poi in Ucraina. Fin da allora era chiaro che la Russia non riconosceva i nuovi confini nati dopo il crollo dell’URSS. Ora però prevale l’apprensione. Se vincerà Putin in Ucraina, dopo toccherà a noi?, si chiedono. E se al contrario perderà, non è da escludere che possa cercare una compensazione sui nostri territori”, analizza Górecki.
Tra i Paesi dell’area resosi indipendenti, il quadro delle sfere di influenza e dei reciproci rapporti di forza sono profondamente mutati in seguito ai fatti più recenti. “La Georgia soprattutto sta modificando la sua politica da sempre filoeuropea avvicinandosi alla Russia, convinta che vincerà. La vera eminenza grigia del Paese è un businessman che guarda agli aspetti pratici e agli affari, e che si rende conto che entrare in Europa significa sottomettersi a molti lacci e lacciuoli e vincoli che invece non esistono nell’orbita russa. Su un altro versante del Caucaso, l’Azerbaijan ha implementato la militarizzazione liquidando il conflitto in Nagorno Karabakh contro gli interessi di Mosca e avvicinandosi così alla Turchia.”, continua Górecki.
Ma come mai la “scuola polacca” del reportage, quella che discende da Ryszard Kapuściński, ha tanto interesse per il Caucaso, la Russia e le repubbliche ex sovietiche, da Mariusz Szczygieł a Jacek Hugo-Bader? Secondo Górecki ci sono anzitutto dei motivi linguistici.
“In generale, per i polacchi la lingua russa è molto più comprensibile che per altre nazionalità e questo facilita la comunicazione. Poi naturalmente la comune esperienza politica nell’orbita comunista e infine la memoria delle migrazioni polacche in Siberia ed Asia Centrale. Va detto che è cambiato molto da quei tempi. La generazione di Kapuściński, quella stessa di Tiziano Terzani, viveva un’epoca meno complessa, con la minaccia della bomba atomica nelle mani di pochi e un mondo diviso in due blocchi. Oggi la frammentazione e la moltiplicazione delle aree di crisi e degli attori sul campo non permettono più di fare il reporter di guerra da tutto il mondo, ma obbliga a concentrarsi su un’area e specializzarsi. Nel mio caso è stato il Caucaso. Lo conosco palmo a palmo”, spiega Wojciech Górecki.
Dopo aver dato alle stampe il suo ultimo volume, “Wieczne państwo. Opowieść o Kazachstanie” (“Lo Stato Eterno. Una storia del Kazakistan”) Górecki ha un’idea molto chiara di quale debba essere oggi il reportage narrativo.
“In Georgia sono stato un centinaio di volte prima di scrivere Pianeta Caucaso e Un brindisi ai progenitori. Un lavoro di raccolta del materiale lungo e laborioso, ma fondamentale. Poi anche la stesura richiede tempo, continue revisioni e un minuzioso lavoro di cesello. Il risultato dev’essere un’opera che non invecchia, anche se legata all’attualità. Infatti, Pianeta Caucaso è stato tradotto in Italia vent’anni dopo la sua pubblicazione. Quello che mi interessa è raccontare i processi storici di lunga durata, ma con uno stile semplice e diretto, che non ha nulla a che vedere con i saggi di geopolitica: questo aspetto deve emergere indirettamente, attraverso le storie che ho visto e mi sono state raccontate. È un retaggio della scuola polacca, che ha eliminato quella patina accademica anche grazie all’esperienza degli anni del comunismo, quando bisognava scrivere in modo allusivo per aggirare la censura e arrivare in modo chiaro al lettore”, conclude Górecki.
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