Kapka Kassabova, un viaggio nell’anima della montagna

Nel suo ultimo libro “Anima”, Kapka Kassabova celebra le montagne dei Balcani come luogo di memoria, spiritualità e resistenza ecologica. La scrittrice racconta come il movimento, le montagne e gli animali ci riportino all’essenziale: vivere in armonia con la terra

Gregge di pecore © Krysek/Shutterstock

Gregge di pecore © Krysek/Shutterstock

Gregge di pecore © Krysek/Shutterstock

(Originariamente pubblicato da Le Courrier des Balkans)

Nella sua tetralogia balcanica – Confine (2017), Il lago (2020), Elisir (2023) e Anima (2024) – Kapka Kassabova intraprende un percorso poetico, esplorando i confini visibili e invisibili dei Balcani, tessendo legami tra memoria e natura, tra esseri umani e non umani. Durante i suoi viaggi tra le montagne dei Balcani meridionali, la scrittrice, di origini bulgare, riscopre una saggezza organica, una filosofia della vita che resiste alla modernità.

Nel suo ultimo libro, intitolato Anima, lei evoca la pastorizia come una forma di esistenza allo stesso tempo organica, poetica e spirituale. Cosa ci rivela questo mondo?

Il movimento è al centro della pastorizia. Condurre gli animali al pascolo, seguendo il ritmo delle stagioni, significa riconnettersi con un’antica memoria inscritta nelle nostre cellule. Abbiamo dimenticato questa natura migrante, rimanendo chiusi nella nostra civiltà industriale. La pastorizia ci ricorda che siamo fatti per muoverci insieme con gli altri esseri viventi. È una coreografia della vita, un movimento organico e sincronizzato, ben diverso dalla frenesia del mondo sottostante, un mondo della produzione e del consumo.

Anima. Una pastorale selvaggia di Kapka Kassabova (Autorice), Anna Lovisolo (Traduttrice)

In montagna, il movimento diventa un atto di co-appartenenza. Ci muoviamo al ritmo di altri esseri viventi, i nostri cari esseri non umani, in un ecosistema dove ogni respiro, ogni passo, è condiviso. È un’esperienza biologica, ma anche spirituale: un movimento orchestrale che scaturisce dalla natura e ci ricorda chi siamo.

Lei parla di una “solitudine tragica” dell’uomo moderno. La montagna può essere un rimedio?

Sì, un modo per ritrovare chiarezza e vitalità cristalline. Lassù, tutto è più puro. È il paradosso di una leggerezza pesante: la vita in montagna richiede impegno, ma – nonostante la sua asprezza – rende straordinariamente vivi. Il contatto con un mondo “più che umano” ci fa riscoprire la felicità primordiale dell’esistere.

Non siamo al centro del mondo: apparteniamo ad una rete vivente, e i pastori ne sono custodi. Preservano razze autoctone di cani, cavalli, pecore e capre, capaci di sopravvivere dove gli ibridi dell’allevamento industriale crollano. D’inverno, sulle colline innevate, i cavalli selvaggi, liberi tutto l’anno, si nutrono di aghi di pino. La pastorizia costituisce un microcosmo di ecosistemi sani, una forma di resistenza ecologica.

Lei rievoca una comunicazione telepatica tra esseri viventi…

Sì, è un altro livello di comunicazione: il linguaggio dei cani, delle pecore, del vento che gira, del cielo che cambia, il linguaggio non verbale del pianeta. Lo possiamo cogliere nei ritmi, nei movimenti e nei cicli di una giornata d’estate. Il pastore comunica telepaticamente con il suo gregge in una coreografia delicata, una danza ancestrale della vita. Questo mondo, ormai dimenticato, è pieno di sfumature e gesti silenziosi.

Oggi il mondo della pastorizia è sotto minaccia. Per lei “l’apocalisse è già qui”…

Un mondo intero è scomparso nell’arco di due generazioni. Gli antenati dei pastori di oggi erano pienamente integrati in quell’ecosistema. Oggi le montagne si stanno svuotando e, con esse, sta svanendo una memoria organica e spirituale. L’apocalisse non sta arrivando: è già qui. Significa la disconnessione, la perdita del legame con il nostro pianeta, l’abbandono della nostra madre terra.

Gli animali però non dimenticano. Il cane da pastore, ad esempio, ha una triplice identità: è un cane, ma anche un membro del gregge e un compagno del pastore. Colma il divario tra il selvaggio e il domestico, tra la montagna e l’umanità. Proteggendo il gregge, protegge anche il lupo. In questo legame, percepisco qualcosa di sacro: una coscienza condivisa, un mondo talvolta brutale, ma lontano dalla crudeltà, dove prevale il bisogno di sopravvivere, senza arrecare danni e ingiustizie. Non abbiamo alcun motivo di temere il lupo: il nostro vero nemico siamo noi stessi.

Lei traccia parallelismi tra la perdita della libertà umana e quella degli animali…

Il destino degli esseri umani è intimamente legato a quello degli animali. La sedentarizzazione forzata, l’allevamento intensivo, l’ingabbiamento: tutte queste pratiche hanno reso gli esseri umani e gli animali prigionieri di uno stesso sistema di dipendenze. Abbiamo rinunciato alla libertà, alla mobilità, a quella danza del mondo rievocata nei dipinti della Grotta Chauvet. Oggi, nella civiltà europea, non c’è più spazio per esseri umani e animali liberi.

Nei suoi libri la montagna è un luogo allo stesso tempo fisico e spirituale…

È l’essenza di tutto. La montagna racchiude in sé un mondo animale e, al contempo, spirituale. È lì che riscopriamo la nostra anima, lo spirito imprevedibile della Terra. Quell’anima sono io, siamo noi. Lassù, lo spirituale si fonde con l’organico. Per i pastori è una conoscenza intuitiva. Sono gli ultimi poeti di questo mondo, gli ultimi Mohicani. Vivono in equilibrio tra il visibile e l’invisibile, tra veglia e sogno. Lassù, le nostre notti si adeguano alla natura e i nostri sogni diventano più vasti. La nostra identità umana svanisce e ci sentiamo crescere dall’interno. Io stessa mi sentivo gigante.

Lei afferma che “i Balcani non sarebbero gli stessi senza la pastorizia”. Perché?

Perché la transumanza è persistita in queste terre più a lungo che altrove. Questo stile di vita ha plasmato la cultura, i riti, i canti e le leggende: i pastori, come portatori di memoria e testimoni di una co-creazione tra esseri umani montagne, si sono costantemente reinventati. Gli Yörük e i Karakachani, popoli nomadi oggi integrati nella popolazione bulgara e quella macedone, per molto tempo hanno incarnato questa libertà di movimento. La loro scomparsa, iniziata nel 1957 con la sedentarizzazione forzata, è un segno di declino.

Per me, le tre grandi figure dei Balcani, che non si incontrano da nessun’altra parte del mondo, sono il rom col suo cavallo, la baba – una donna anziana e immortale che vive da sola in un villaggio deserto e raccoglie erbe nella foresta – e il pastore, con il suo cane, il suo gregge e la sua sigaretta, come un Atlante che sorregge il mondo.

Parlando di resistenza e rigenerazione, per lei la scrittura è una forza motrice in questo senso?

Scrivere significa riconnettersi. Lassù, in quella solitudine estrema, ho sentito qualcosa guarire dentro di me. Sono entrata in sintonia con il mondo vivente. La scrittura va al di là del linguaggio umano: è una musica, un’energia, un movimento. Prima delle parole viene l’esperienza, e il testo porta con sé questa energia vivificante. Siamo tutti parte dello stesso respiro. Diversità, rigenerazione… tutto questo nasce dal movimento. In questo mondo, fatto di dogmi e progressi, abbiamo bisogno di riconnetterci con il linguaggio della natura per salvare la nostra anima e il nostro corpo. È questo che ci insegna la pastorizia: tutto è connesso.

Questo articolo è stato ripubblicato nell’ambito di uno scambio di contenuti promosso da MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea, che sostiene media indipendenti specializzati nella copertura di tematiche internazionali. Qui la sezione dedicata al progetto su OBCT

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