Moisiu e Crvenkovski durante l'incontro a Pogradec

La posizione di Tirana sul riconoscimento del nome costituzionale della ex repubblica della Jugoslavia suscita la decisa reazione della Grecia. Quest'ultima teme il propagarsi di un atteggiamento pan-albanese.

26/11/2004 -  Indrit Maraku

A sole due settimane dalla decisione degli Stati Uniti di riconoscere la Macedonia con il suo nome costituzionale, il Presidente albanese, Alfred Moisiu, dice di voler continuare sulla stessa strada, scatenando le polemiche di Atene che non ci pensa due volte a riprendere le minacce: "Se Tirana riconosce la Macedonia rivedremo i nostri rapporti!". Ma le affermazioni di Moisiu non sono piaciute al capo del Governo, Fatos Nano, da
sempre molto vicino alle autorità elleniche. Così, lo scontro istituzionale tra i due si riapre ed il compito di gettare acqua sul fuoco spetta al ministro degli Esteri, Kastriot Islami: finché non ci sarà un accordo tra Grecia e Macedonia, Tirana continuerà ad usare l'acronimo in inglese di Fyrom (Ex-repubblica jugoslava della Macedonia), ha fatto sapere tramite un giro di parole.

"Riconosceremo la Macedonia"

Il 18 novembre, il Presidente della Repubblica Moisiu ha stretto la mano all'omologo macedone Branko Crvenkovski, in un incontro nella città di Pogradec simbolo dei rapporti tra i due Paesi, sull'altra sponda del lago di Ohrid.

Dopo il colloquio tra i due, una giornalista macedone chiede a Moisiu qual è la posizione di Tirana per quel che riguarda il nome della Macedonia. "Nei rapporti bilaterali, da tempo l'Albania ha chiamato la Macedonia, 'Macedonia'. Io condivido l'opinione del Presidente Crvenkovski che noi saremo tra i primi a continuare quest'opera (riconoscendola ufficialmente, ndr.)", ha affermato il capo dello Stato, lasciando intendere che Tirana si apprestava a seguire l'esempio americano.

Le parole di Moisiu hanno fatto subito il giro dei media, ma, nonostante il grande interesse dei giornalisti, sia gli esponenti della maggioranza che quelli dell'opposizione hanno evitato di immischiarsi nella faccenda. Solo il giorno successivo, e quando le minacce d'Atene cominciavano a far sentire gli effetti, il ministro degli Esteri Islami ha fatto un passo indietro. Giustificando il Capo dello Stato per l'uso del nome "Macedonia" nei rapporti bilaterali, il ministro ha spiegato che "la nostra posizione su questa questione indica la buona volontà e l'interesse di sviluppare buoni rapporti di vicinanza e di cooperazione con questo Paese". Islami ha subito
precisato, però, che Tirana non intendeva prendere nessuna decisione ufficiale sulla questione. "Noi appoggiamo una soluzione del problema del nome costituzionale della Macedonia nell'ottica delle risoluzioni internazionali", ha detto.

I suoi predecessori si sono invece divisi in "pro" e "contro" rispetto alle dichiarazioni del Presidente. Per Paskal Milo, Moisiu è stato poco diplomatico ed affrettato, poiché questo passo diplomatico "lo potrebbe fare dopo aver raggiunto l'unificazione di tutte le istituzioni albanesi,
compreso il Parlamento e il Governo". "Una dichiarazione molto realista",
invece, per l'ex ministro degli Esteri, Arian Starova, secondo il quale, "una tale posizione sarà presa anche dall'esecutivo albanese e successivamente da altri Paesi in Europa". Chi ha parlato più schiettamente è stata Arta Dade: "Su questo problema, generalmente siamo stati prudenti, definendo (la Macedonia, ndr.) in varie conferenze, Repubblica Macedone", confermando quando dichiarato dal Presidente. Secondo l'ex ministro, "anche i greci sono stati più o meno liberali" specialmente negli ultimi due anni, "riguardo al nome della Macedonia".

La furia greca

Dopo meno di 24 ore dalle parole di colui che viene definito dai media di Tirana "il Presidente anti-greco", Atene ha protestato ufficialmente. Il ministero degli Esteri greco ha fatto sapere con un comunicato stampa di aver subito contattato l'ambasciatore d'Albania nella capitale ellenica
"avvertendolo sugli effetti negativi di un atto del genere". L'ambasciatore Bashkim Zeneli è stato convocato in seguito per un incontro con il segretario generale del ministero, Jorgos Jenimatas, incontro dove sono arrivate le vere minacce. Sia la Presidenza che il Governo di Tirana hanno mantenuto il silenzio stampa mentre a far luce sono state solo alcune indiscrezioni dei media locali. Queste ultime, citando le loro non meglio definite "fonti diplomatiche" hanno parlato di chiare intimidazioni. "Riconoscere la Macedonia con il suo nome costituzionale sarebbe controprodcente e minaccerebbe le relazioni bilaterali. Un tale atto non sarà accolto bene né dall'opinione locale, né dagli emigranti albanesi che vivono e lavorano in Grecia", avrebbe detto Jenimatas, citato dai media di Tirana.

La Grecia questa volta ha parlato chiaro, avvertendo le autorità albanesi che essa può tirare fuori ancora una volta il suo "asso nella manica", cioè quello delle centinaia e centinaia di emigrati cacciati violentemente tramite la famigerata operazione soprannominata "La scopa": un
giochino per niente elegante di Atene attuato diverse volte negli ultimi 14 anni.

La vera paura di Atene

Ufficialmente, la Grecia non riconosce il nome "Macedonia" perché con questo termine viene chiamata una sua regione nel nord del Paese e, secondo Atene, ciò potrebbe diventare motivo di rivendicazioni territoriali. Una scusa a cui pochi credono. E allora qual è la causa di tutto questo timore? Due recenti dichiarazioni potrebbero far luce.

Dopo la decisione di Washington, presa in fretta e furia a soli tre giorni dal referendum del 7 novembre scorso in Macedonia, il Presidente USA George W. Bush, ha inviato una lettera di spiegazioni al Premier greco Karamanlis. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto il nome della Macedonia "per favorire la stabilità della regione, di fronte al referendum chiave sui diritti
della minoranza albanese". Sarebbe a dire: per difendere i diritti degli albanesi.

Il quotidiano di Tirana "Gazeta Shqiptare" ha ripreso alcune dichiarazioni dell'ex-premier greco Kostantin Micotaqis, presidente onorario di "Nuova democrazia" (ora al potere). Più che della nuova situazione creatasi riguardo il nome della Macedonia, Micotaqis ha detto di essere preoccupato
dal fatto che gli albanesi, circa il 20% della popolazione del Paese, "stanno rilanciando con forza l'idea della Grande Albania". Secondo lui, questo pensiero può trovare l'appoggio di alcuni Paesi europei e specialmente quello degli Stati Uniti. L'ex premier greco ha ammesso le
paranoie elleniche nei Balcani affermando che gli Usa "in questo periodo sembrano essere molto predisposti verso gli Albanesi".

Aggiunta a quella di Bush, la dichiarazione di Micotaqis indica la vera paura dei Greci: un ruolo sempre più forte degli Albanesi (anche in Kosovo e Macedonia) nella regione rischia di sminuire l'importanza di Atene. Più che la "Grande Albania" o la "Grande Macedonia" la Grecia teme di perdere il suo ruolo di "capo dei Balcani" essendo lo Stato più forte economicamente.

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