Un discorso tenuto da un giovane Enver Hoxha. Nella ricostruzione del Museo Marubi la scena è ambientata a Scutari. Ma altre fonti raccontano questa celebre foto come scattata ad Argirocastro, città natale del dittatore (Cfr. Raimondo Brandi, "Napoleone era albanese", Mesogea, 2013, pp. 60-62). L'archivio online del Museo Marubi è disponibile a questo link .

Due mostre temporanee allestite nel Museo Marubi di Scutari cercano di fare luce sull’utilizzo politico della memoria fotografica nell’Albania del Novecento

28/08/2017 -  Sara Ianovitz*

Da quando ha riaperto, il Museo Marubi di Scutari è diventato un riferimento culturale della vita cittadina. Le sue esposizioni temporanee sono occasione per aprire nuove finestre sulla recente storia dell'Albania. È il caso di "Rroftë!" (“Viva!"), a cura di Blerta Hoçja (in esposizione dal 21 aprile al 23 settembre 2017), e di "Manipulim" (“Manipolazione”), a cura dello stesso direttore del Museo Luçjan Bedeni, mostre che noi volontari di Operazione Colomba abbiamo visitato il 3 agosto, all'inaugurazione. Entrambe le esposizioni, alla pari del museo, sono patrocinate dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, dal ministero della Cultura albanese e dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP).

Folle e dittatori

"Rroftë!" (“Viva!") è dedicata alle folle inneggianti nell'ultimo secolo di storia albanese: viva il Duce, viva Enver Hoxha, viva la Jugoslavia di Tito, viva Stalin, e così via, attraverso il Secolo breve di un paese che spesso si è trovato a dover pensare secondo il volere altrui. Obiettivo della curatrice è la riflessione sulle “masse”, partendo dalla definizione di folla: popolo o mandria? Una signora si riconosce in una fotografia di gruppo: indica se stessa giovane e sportiva alle amiche, durante una maratona cittadina organizzata dal Partito del Lavoro.

Individui e dittatura

"Manipulim" (“Manipolazione”) propone invece il tema della manipolazione fotografica, un "photoshop ante litteram” e con fini diversi. Vi sono ritratti di famiglia, in cui la manipolazione serviva a inserire nel quadro un parente defunto altrove (in guerra o all'estero), con risultati talvolta paradossali. Vi sono altresì fotografie ironiche, che propongono una satira politica fatta di accostamenti di buffe immagini a uomini serissimi, foto che irridono gli esponenti politici dell'epoca. Non manca il tema religioso, con ritratti di frati o suore contornati di angeli e aureole, che arricchiscono di simboli il clero.

Ma il materiale più interessante della mostra è certamente quello di epoca comunista. Si tratta di fotografie che il regime ha manipolato a scopo propagandistico, per sottolineare o eliminare soggetti significativi. È esposta anche la celebre fotografia della reinumazione dei patrioti Çerçiz Topulli e Mustafa Qulli – eroi del Risorgimento albanese, caduti tra il 1913 e il 1915 per mano montenegrina, le cui salme vennero traslate da Scutari ad Argirocastro –, che ritrae le personalità pubbliche dell'epoca sul balcone della Municipalità di Scutari*. Tra essi, anche il futuro dittatore Enver Hoxha – al tempo appena ventottenne e ai margini della vita politica – affiancato da un giovane Padre Anton Harapi, che nel 1945 il nascente regime enveriano farà fucilare con l’accusa di collaborazionismo con i nazisti. La foto originale è datata 1936 ma successivamente è stata manipolata più volte, per eliminare non solo gli esponenti religiosi ma anche tutti i compagni di partito, epurati anno dopo anno dalla paranoia della dittatura. L'ultima versione, agghiacciante, ritrae un Enver Hoxha solo, un duce che tiene un comizio a un popolo sempre più lontano.

Su una parete intera è riprodotta un'altra fotografia particolare: si vede un enorme albero, in mezzo a un campo, che fa ombra a due uomini che conversano. Si tratta dell'albero che campeggia al centro del cimitero cattolico di Rrmaj, nel terreno donato alla Chiesa cattolica di Scutari perché diventasse camposanto. Purtroppo l'albero è tristemente noto per essere stato testimone delle esecuzioni di oppositori politici ed esponenti religiosi durante gli anni recenti della dittatura. Lo ricorda anche un visitatore della mostra, che ancora rabbrividisce raccontandoci degli eccidi che coinvolsero parte della sua famiglia. La versione della foto modificata dal regime ha fatto scomparire le persone, quasi un'involontaria denuncia dell'operato della Sigurimi (la polizia politica comunista): paesaggi splendidi, ma vuoti.

Il problema di ricordare

Come testimoniano queste esposizioni temporanee, l'Albania – e nello specifico Scutari – prova finalmente ad affrontare il suo passato comunista, seppur faticosamente e con qualche incertezza. Da qualche anno, aumentano i tentativi di confronto con un passato recente, ancora di difficile rielaborazione; ne sono esempi lampanti la ristrutturazione del Museo della memoria, che ricorda le persecuzioni politiche e religiose del regime, e il Museo diocesano, che raccoglie i simboli religiosi scampati alla furia distruttrice del periodo dell'ateismo di stato. Nell'ottobre 2015, nel quadro di un progetto OSCE per stimolare il dibattito pubblico sulla dittatura comunista, il liceo artistico cittadino "Prenk Jakova" aveva ospitato la replica dello spettacolo teatrale "Ata hynë pa trokitur" (“Loro entrano senza bussare”), che tratta della pervasività del controllo della vita di una coppia da parte del regime totalitario.

Attraverso la fotografia e il teatro, a 27 anni dalla caduta della dittatura, l'Albania prova a comprendere e rielaborare i pezzi della sua storia recente: il linguaggio dell'arte, immediato ed efficace, veicola i pesanti ricordi di ieri.

 

* Nella ricostruzione del Museo Marubi la scena è ambientata a Scutari. Ma altre fonti raccontano questa celebre foto come scattata ad Argirocastro, città natale del dittatore Enver Hoxha (Cfr. Raimondo Brandi, "Napoleone era albanese", Mesogea, 2013, pp. 60-62). L'archivio online del Museo Marubi è disponibile a questo link .

* Sara Ianovitz è una volontaria, in Albania, di Operazione Colomba

URL: www.balcanicaucaso.org/aree/Albania/Scutari-folle-individui-e-fotografia-al-tempo-delle-dittature-182095